Farmacia Federico consegna medicine

Il Teatro Biblioteca Quarticciolo e Paola Tinchitella portano bene a Emanuele Trevi

Il libro di Trevi, il cui battesimo è avvenuto nella sede di via Castellaneta 10, è tra i finalisti del premio Strega
di Paola Tinchitella ©tutti i diritti riservati - 19 Aprile 2012

Il 22 marzo il Teatro Biblioteca Quarticciolo ospitò una serata dedicata a Pasolini e Laura Betti, Paola Tinchitella curò le interviste a Fatima Scialdone e a Emanuele Trevi. Ieri, 18 aprile, abbiamo appreso sui giornali che il libro di Trevi, il cui battesimo è avvenuto nella sede di via Castellaneta 10, è tra i finalisti del premio Strega.
Quindi il  il Teatro Biblioteca Quarticciolo e Paola Tinchitella portano bene!

A proposito di quest’ultima siamo lieti di ospitare questa sua bellissima rencensione apparsa sul suo sito  e che siamo stati autorizzati a pubblicare anche su Abitare a Roma.

Qualcosa di Scritto… qualcosa di più…

“Qualcosa di scritto” è il titolo. E potrebbe apparire come la bella trovata di un bravo scrittore, al passo con il marketing editoriale, o del suo editor per attirare il potenziale lettore avvolgendo un’opera intera con la nebbia di un’enigmatica incompiutezza. “Qualcosa di scritto” è il titolo del romanzo di Emanuele Trevi – Editrice Ponte alle Grazie. Ma, badate bene, non solo un titolo ma esplicita sintesi di un Pasolini saturo della sua ultima opera; custodisce, nella sua indeterminatezza, la centralità di una formula che riaffiora in molte occasioni proprio in Petrolio e, soprattutto, è il titolo di quell’appunto 37 di P.P.Pasolini.

“E’ un romanzo, ma non è scritto come sono scritti i romanzi veri: la sua lingua è quella che si adopera per la saggistica, per certi articoli giornalistici, per le recensioni, per le lettere private o anche per la poesia” Pier Paolo Pasolini, Petrolio (lettera a Alberto Moravia)

Questa la citazione che apre le porte al romanzo di Trevi, ma arrivati alla fine dell’opera si scopre quanto quello stralcio di lettera scritta da Pier Paolo sia, allo stesso modo, calzante per il romanzo di Emanuele Trevi. Si tratta di un testo, infatti, che sembra rispondere all’idea caldeggiata da Pasolini rispetto al nuovo modo di fare letteratura.
Fu nel rispetto di quest’idea che si dedicò a Petrolio, questo “mostro informe che può assomigliare a un romanzo, a un saggio, a una raccolta”. Trevi lo definisce tale con l’accezione positiva che si può dare ad un’opera artistica talmente grandiosa nella sua camaleontica bellezza, nella sua addestrata incompiutezza, nella sua sfuggente sperimentazione, nella sua incomprensibile frattura con la modernità della sua epoca, da mostrare gli attributi di un genialità che, per grandezza, spingono al paragone con un ciclope mostruoso come a un mostro sacro.

Al di là dei contenuti trattati, per “Qualcosa di scritto” valgono le parole usate da Pier Paolo per il suo Petrolio giacché mostra le stesse sembianze: passaggi di straordinaria prosa, altri che ospitano il lettore in un periodo preciso della vita dell’autore; eppure non stiamo sfogliando le pagine di un classico romanzo autobiografico, ma arriveremo ad affrontare i tratti e gli argomenti tipici del saggio, a farci sorprendere da risvolti filosofici imprevedibili; in altri punti scopriremo pezzi di vero giornalismo e, andando oltre ci caleremo in discese introspettive o saremo trascinati in viaggi magici fisico-mentali.

E’ necessario, per capire l’intero testo, non tralasciare nulla… persino il rimando alle note va eseguito, perché costituiscono parte integrante di “Qualcosa di scritto” così ricche di spunti ed inviti all’approfondimento, pervase da un tocco d’ironia davvero notevole. Quest’ironia si percepisce ovunque nel testo, come fosse stato un leitmotiv da canticchiare sotto voce in quel periodo in cui, da giovane giornalista, percorreva i corridoi del Fondo Pasolini quale collaboratore di Laura Betti “la pazza” e doveva misurarsi, da una parte, con la grandezza dell’opera di Pasolini e, dall’altra, con le rabbiose inquietudini della folle vestale di Pier Paolo. E l’ironia si presenta come arma salvifica in grado di procurare la necessaria resistenza per il raggiungimento del fine.
Quasi una sorta di addestramento alla sopravvivenza… quella coatta convivenza, presso il Fondo, con un mostro infernale di nome Laura. Già dalle primissime pagine del libro si comprende in che direzione stiamo andando, quale sia la personalità di Laura in questa seconda parte della sua vita, ingrassata, trasandata, invecchiata e ormai lontana dalle scene e da tutto quello che le aveva portato consensi e successo. Quel suo modo di “gratificare” ogni uomo che le passasse a tiro attribuendogli epiteti offensivi declinati al femminile (zoccoletta è il più frequente verso l’autore) sembra prediligere la complessità del grottesco, l’esercizio del potere dell’affermazione, la megalomania degli intoccabili… ma, nel ritratto restituitoci da Emanuele Trevi, avviluppano le spire di una vendetta postuma verso un amore impossibile mai consumato, verso il tradimento prodotto da una morte atroce e repentina che sottrae finanche l’immaginario di una minima ulteriore occasione. Oppure…un tentativo inconsapevole di demolire l’autodeificazione che l’accompagnò per anni, quasi alla ricerca di quella catarsi contemplata da Pasolini, come se questo le consentisse di travalicare il confine tra la vita, la sua, e la morte, quella di Pier Paolo.
Alcune persone non si accorgono di travolgere le persone che stanno intorno è andata così per PP nei confronti di Laura? La causa ignorava l’effetto? Davvero pensava PierPaolo che Laura fosse tanto simile a lui da viversi tutto nel suo stesso identico modo?

Adotta Abitare A

Leggendo Laura Betti, attraverso le parole di Trevi, potremmo trovare molte altre sfaccettature e altri lati oscuri che vengono allo scoperto da piccoli accenni filtrati tra racconto e riflessioni, tra domande e risposte possibili o mancanti.

Ed è questo che colpisce maggiormente, nonostante la descrizione forte di “quest’indole dolente” e del suo “spazio psichico” (il Fondo Pasolini in cui esercitava le sue follie vessatorie), lo scrittore lascia trapelare una comprensione della complessità dell’umano che supera le parti e l’antagonismo, un affetto esteso alla pienezza dell’umana condizione, la scoperta della fragilità insidiata nel grottesco che fa tenerezza e che rade al suolo ogni pretesa di potere. Quando racconta l’episodio del pellegrinaggio organizzato da Laura all’Idroscalo o degli attacchi di bulimia notturna, lo accompagna un’affettuosa ironia capace di spostare su altro piano, il surreale, quasi che questa nuova condizione possa elevarla al di sopra delle proprie bassezze. Al contempo resta a fuoco lo sguardo “del ricercatore dell’umano” che continua, nonostante le angherie subite, ad affiancare con costanza l’oggetto del suo studio e questo gli rende l’onore del mantenersi integro ed obbiettivo.

La figura della terrificante Laura, che sembra riempire la scena e le pagine, in realtà è una sorta di quinta dietro cui scovare Pasolini. Il vero protagonista è lui e la sua opera Petrolio, che Trevi definisce più vicino alla body art o alla fotografia che non alla letteratura. E credo che sia una sintesi perfetta dell’opera pasoliniana.
Ma Trevi va oltre l’analisi di Petrolio, l’autore ci suggerisce come sarebbe stato opportuno pubblicare Petrolio, per evitare di ammansire questo mostro irreversibile e rendergli giustizia: nella formula in cui era passato tra le sue mani quando collaborava al Fondo Pasolini, ossia con le cancellature e le marcature uscite dalla stessa penna di Pier Paolo.

L’attenzione del libro, quindi, è rivolta a Pier Paolo Pasolini nella potenza che rivela proprio in Petrolio, quasi fosse giunto vicino alla massima conoscenza proprio ad un passo dalla sua fine tragica. (potere-mistero-racconto). In Petrolio è evidente il pensiero di P.P.P. e la direzione verso cui si muove: l’aumento della conoscenza sembra raggiungersi attraverso la catastrofe della vecchia identità, l’iniziazione ad un superiore regime di verità. E ad un certo tipo di iniziazione si rivolge l’ultima parte del libro di Trevi: il viaggio fisico e mentale nella cultura greca, il pellegrinaggio alla scoperta del cuore dei misteri eleusini e dei rituali sadomaso cui si sottopongono gli iniziati. Per il giovane giornalista tutto diventa indispensabile alla scoperta delle intenzioni di Petrolio. Lo stesso sottoporsi alla visione sconvolgente di Salò è quanto reclama l’approfondimento del testo pasoliniano. Attraverso questo duplice percorso sarà in grado di tracciare un comune denominatore tra il rito dedicato a Persefone e il contenuto di Petrolio, e a proporci le affinità riscontrate nel suo libro.

Per chiudere… la vera bellezza del testo di Emanuele Trevi risiede nell’essere saturo di vita come un bambino che si rotola nel fango divertito dalla scoperta di nuova materia. In virtù di questo sporcarsi di vita si mostra libro esplicito, senza peli sulla lingua, sia nel raccontare di se stesso che di Laura Betti e Pasolini o di altri personaggi, intellettuali e politici, che si muovono intorno alla vicenda o all’opera pasoliniana.

E’ un libro onesto verso l’autore che non dimentica di esserlo nei confronti del lettore.
Credo che questo sarebbe piaciuto molto a Pier Paolo Pasolini.


Dicci cosa ne pensi per primo.

Commenti