Il vero ruolo di Renzo – Il solito Domenico Scilipoti – Lesa maestà – Malagiustizia

Fatti e misfatti di ottobre 2012 di Mario Relandini
di Mario Relandini - 22 Ottobre 2012

Il vero ruolo di Renzo Bossi

"Dopo avere abbandonato il ruolo di consigliere regionale – è la conferma – Renzo Bossi è andato ad allevare pecore e a coltivare cavoli in un terreno, regalatogli dalla mamma, in provincia di Varese".

Vari i commenti dentro e fuori la Lega Nord. Qualcuno si è limitato ad osservare che Renzo Bossi ha finalmente capito quale dovesse essere il suo vero ruolo. Qualcun altro ha auspicato che il gregge delle pecore sia così numeroso e il terreno per la coltivazione dei cavoli così immenso da tenere Renzo Bossi occupato per sempre come contadino e non più come politico. Qualcun altro ancora si è meravigliato che Renzo Bossi, meglio conosciuto come "Il trota", non abbia invece scelto di fare il pescatore cogliendo così l’occasione, anche, di "andare a scopare il mare". O, almeno, il Po.

Il solito Domenico Scilipoti

"Gianfranco Fini – va proclamando, a proposito della "famosa" casa di Montecarlo, l’onorevole Domenico Scilipoti – non è responsabile del cognato e, dunque, non si deve dimettere".

Certo che Gianfranco Fini non è responsabile del cognato, ma di se stesso sì. Saranno comunque le cronache, politiche e giudiziarie, a dare una risposta definitiva all’ancora irrisolto e non chiarito caso. Quanto invece è già ampiamente sicuro e documentato è che l’onorevole Domenico Scilipoti il 12 marzo 2011 aveva sbraitato "Fini non è sereno, deve dimettersi", il 3 novembre aveva urlato "Fini se ne deve andare" e dopo appena nove giorni aveva strillato in aula "Fini, vergogna,vattene". Che cosa è allora accaduto, all’improvviso, all’onorevole Domenico Scilipoti? Niente, perché? Tutto normale, tutto come al solito. Ora qua, ora là. Ora con questo, ora con quello. Ora contro questo, ora contro quello. Come quando, nel lasciare l’ "Italia dei valori" all’opposizione andò a salvare, con il suo voto, il Governo Berlusconi. E il bello è che, in quell’occasione, fu proprio Gianfranco Fini a ironizzare su di lui, definendo quello salvato in extremis il "Governo Belusconi-Scilipoti".

Lesa maestà

"La signora Pagano – ha ricordato don Maurizio Patriciello, il parroco di Caivano impegnato nella difesa della sua comunità dalla criminalità organizzata – ha avuto la gentilezza…"

Don Maurizio Patriciello, però, non ha avuto il tempo di dire altro perché il prefetto di Napoli De Martino è saltato sulla sedia e lo ha bacchettato: "Come signora? Ma lo sa di chi sta parlando? Lei sta parlando di un prefetto, lei deve portare rispetto alle Istituzioni". Ma certo che don Maurizio Patriciello sapeva benissimo, visto che ci aveva anche parlato in precedenza, che la signora Pagano era il prefetto di Caserta. Non sapeva, invece, che, quando viene nominata prefetto, una signora finisce di essere una signora. E, se qualcuno continua a chiamarla signora, manca di rispetto alle Istituzioni. Per fortuna, allora, glielo ha insegnato severamente il prefetto di Napoli De Martino. "Pardon": sua eccellenza il prefetto di Napoli De Martino.

Malagiustizia

"Angelo Cirimele di tre anni – ha voluto ricordare la sua famiglia – fu investito a Rosarno il 4 maggio 1984 mentre stava giocando vicino la strada per Taurianova, il tassista che lo uccise venne assolto nel procedimento penale, ma fu semplicemente condannato a pagare 80 milioni delle ex lire in sede civile. Il tassista non fu contento neppure di questa sentenza e ricorse in Appello".

Quale, allora, la sentenza in Appello? Nessuna. O, meglio, ancora nessuna. Perché la prima udienza di questo secondo grado di giudizio è stata fissata, finalmenete, per il 26 marzo del 2015. Quando saranno trascorsi ventotto anni dalla disgrazia, cioè, e quando il piccolo Angelo Cirimele, se non fosse stato ucciso a tre anni, ne avrebbe trentuno. Ma il Consiglio superiore della magistratura, anche in questa occasione, farà finta di non avere saputo e sentito nulla? E non potrebbe essere opportuno che il Ministro della Giustizia, Paola Severino, inviasse, "spending review" permettendo, una commissione di indagine per chiarire le ovvie responsabilità e assumere i doverosi provvedimenti? Anche perché, se ai magistrati non possono essere tagliati gli stipendi – recente sentenza, come si ricorderà, della Consulta – questi alti stipendi, almeno, se li guadagnino lavorando come tutti. 


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