In ricordo di Pablo Martín García maestro di coro e flautista

Ha profuso il suo talento musicale insegnando a Centocelle e Tor Tre Teste
di Achille Serrao - 28 Gennaio 2007

Pablo Martín García, argentino nato a Buenos Aires nel 1959, residente a Roma da molti anni e per lungo tempo nel quartiere di Tor Tre Teste; Pablo maestro di coro e flautista e compositore, è morto. In dicembre, di poco travalicando il mese giusto, nella notte tra il 3 e il 4. Se ne è andato in punta di piedi, con discrezione, senza pretendere compianto, odiava il compianto. Lascia un vuoto che non so dire.

L’ho conosciuto che mi mostrava una gamba gonfia per difetto di circolazione o che so, per la prima volta l’ho visto in casa sua che assumeva medicine disparatissime, a ore, una specie di orologio farmaceutico che fiaccava l’anima prima che il corpo con i suoi temibili rintocchi. Lui ne rideva, sorrideva del male e della sorte indisponente: sbeffeggiando la terribile signora, mostrava un corno rosso, mentre intonava con voce flebile passaggi de “La gatta Cenerentola”, l’opera di Roberto de Simone che adorava come un napoletano verace.

Si era diplomato in flauto al Conservatorio di Buenos Aires, aveva studiato composizione con il M° Edgar Alandia del Conservatorio di Perugia, diplomandosi in composizione per banda. Mi lascia una ferita che non si sana. Il suo interesse maggiore era rivolto al tango, e per il tango aveva creato gruppi, come il “Tango de a tres” (con Paula Gallardo e Ruth Ajzen), “sperimentale”, o come il “Tinto peñaflor”, di approfondimento stilistico, con i quali provava gli arrangiamenti personalissimi della sua antica passione.

A questa predilezione esaltante affiancava quella dell’insegnamento, forte altrettanto: per qualche anno aveva svolto con gioiosa professionalità compiti di direzione artistico-musicale presso l’Associazione “Il Geranio” di via dei Rododendri, a Centocelle, dove aveva creato un gruppo di musica di insieme di adolescenti. Mi lascia una ferita profonda che niente aiuta a medicare, neanche la distrazione più fantasiosa.

Pablo è qui, anche qui mentre scrivo queste insufficienti parole per dire di lui, del tanto lui generoso amico, sempre sorridente e disponibile a caricarsi di pene altrui. Se ne è andato in punta di piedi per non disturbare la nostra inquieta speranza di vivere, provando a bassa voce forse la battuta di Eduardo De Filippo che amava come un parente molto prossimo: “Adda passà’ ’a nuttata”.

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