#IoRestoaCasa: quarto giorno

Diario di emozioni e sentimenti al tempo del Coronavirus: per molti lo smart working è come la 'raccolta differenziata' 15 anni fa
Ilaria Pacelli - 14 Marzo 2020

Tutti a casa. Be’ proprio tutti tutti, no!
Subito dopo aver fatto la conoscenza della parola Coronavirus o per i più tecnici covid-19 abbiamo stretto i rapporti con il termine smart working o per i meno esterofili lavoro agile.
Fino a qualche settimana fa l’Italia era fanalino di coda in Europa per attuazione di questa modalità lavorativa, mentre nel giro di 5 o 6 giorni i datori di lavoro di tutto il paese hanno scoperto, un tantino forzatamente, le gioie del telelavoro.
Improvvisa folgorazione sulla via di Damasco? No. Effetti del Coronavirus e dell’urgenza di mettere i propri dipendenti a casa, costretti da un decreto legge e dall’esigenza di scaricare responsabilità, mai ben viste dalla classe dirigente italiana.

Per molti lo smart working  è come la ‘raccolta differenziata’ 15 anni fa

La radicata cultura del presenzialismo in ufficio, dura a morire, aveva reso per la maggior parte delle aziende, l’ingresso dello smart working alla stessa stregua dell’ingresso della raccolta differenziata 10/15 anni fa.

Vi ricordate i primi colleghi di lavoro che proponevano di riciclare la carta? Magari di portala a casa o a scuola per far colorare i bambini sul lato bianco? Bollati come naif nel migliore dei casi o accattoni dalla maggioranza. Mia madre quando 14 anni fa portai a casa un cestino dei rifiuti con i comparti colorati per differenziare la raccolta mi disse: “Lo sai che non mi piacciono questi oggetti di design e poi con la cucina di legno antica sta malissimo”. Dovreste vederla oggi, alle riunioni di condominio sembra Greta Thunberg sull’argomento!

Quindi nell’assenza di efficaci precedenti, assistiamo alla corsa agli armamenti dei dirigenti per dotarsi nel giro di una settimana di tutto l’occorrente per rendere operativo lo smart working.

Devo dire che mi sto deliziando ad ascoltare i racconti più disparati dei tentativi tragicomici e raffazzonati di datori di lavoro e lavoratori che si cimentano ad interpretare a proprio uso e consumo la nuova modalità lavorativa.

Ma ancora più tragicomici sono i racconti delle esperienze domiciliari. Riunioni via Skype tra colleghi che sono paragonabili alla partenza dello Sputnik, gente disperata che non ricorda la password dell’account perché l’ultima volta l’aveva utilizzato per sentire la fidanzatina estiva della riviera o per chiamare il cugino trasferitosi a Dubai 10 anni prima.

Per non parlare del dress code durante una chat di lavoro. Via a sfilate in pigiama, spettinati, vestiti solo a metà o con mix di indumenti da fare impallidire il personal shopper di Achille Lauro.

La nostra casa di certo non era pronta ad accogliere una postazione di lavoro e con lei i nostri figli. Prova a spiegargli che mamma sta usando il Pc non per vedere “La casa di carta” ma per spiegare al capo come compilare una nota spese o un rendiconto settimanale? Che papà sta al telefono non per finire la squadra di Fantacalcio ma per spedire un corriere a Dublino?

Insomma la fase di assestamento non è semplice ma ci stiamo impegnando.

Paura e rabbia

E poi c’è chi a casa non ci può stare, non riesce a starci o per miopia della dirigenza o perché impegnati in prima linea e in servizi essenziali. E tra questi serpeggia la paura, la rabbia a volte.
Paura che la responsabilità verso il proprio lavoro, qualunque esso sia, ci esponga a rischi che non vorremmo correre in questo momento.
La paura in questo momento è una compagna costante, per chi è a casa e per chi esce la mattina.

Io sto provando ad accoglierla a guardarla, senza però lasciarmi sovrastare da lei.

Il pericolo è quello di scagliare la nostra paura e la nostra rabbia su chi ci sta accanto.

Queste emozioni negative possono trasformarsi in un infuocato post sui social, in un rimprovero di troppo verso i nostri figli, in una gabbia di ansia che ci circonda rendendoci cechi e sordi ai bisogni degli altri.

Ascoltarci e ascoltare

Questo è un pericolo che possiamo correre tutti noi.

Io ho pensato di trattare la paura e la rabbia come il virus. Stando ben attenta a non farmi infettare. Prendendo tutte le precauzioni possibili e mettendo in campo dose straordinarie di empatia, verso gli altri ma anche e sopratutto verso me stessa.

Ascoltarmi e ascoltare.

Ci proviamo insieme?

Ilaria Pacelli

 


Dicci cosa ne pensi per primo.

Commenti