Irena Sendler, una persona giusta che salvò 2500 bambini

La vicenda eroica di una signora che riuscì a portare fuori dal ghetto tanti innocenti con ingegnosi sistemi
di Luciano Di Pietrantonio - 31 Maggio 2012

Spesso esistono storie di persone che hanno dedicato la propria esistenza ai propri simili, testimoniando la generosità umana, rischiando continuamente la propria vita, e hanno scritto pagine di vero eroismo, per caso vengono resuscitate dall’oblio, e ciò è un fatto positivo, meritano di essere conosciute.

Subiscono, alcune volte, l’ingiustizia di non essere adeguatamente divulgate le loro storie e questo determina, paradossalmente, che “ il premio non lo riceve sempre chi lo merita di più.”

Una signora di 98 anni di nome Irena Sendler, deceduta nel 2008, durante la seconda Guerra Mondiale ebbe un permesso per lavorare nel Ghetto di Varsavia, come specialista di fogne e tubature, anche se era stata infermiera e assistente sociale polacca.

Il Ghetto di Varsavia fu istituito dal Regime nazista nel 1940, nella città vecchia, ed era il più grande dell’Europa.

La zona conosciuta come l’antico “ghetto ebraico”, prima dello scoppio della guerra (la Polonia venne occupata dai tedeschi il 1° settembre 1939) era abitato in prevalenza da ebrei, i quali costituivano la più grande comunità ebraica, dopo quella di New York.

Famosa la rivolta del Ghetto di Varsavia nel 1943, fu un’insurrezione ebraica contro le Autorità occupanti della Germania nazista.

La Sandler, oltre alla quotidianità del lavoro nel ghetto, aveva i suoi progetti, perché sapeva quali erano i piani dei nazisti, avendo una certa familiarietà con le truppe di occupazione; pur essendo cattolica, manifestò una profonda vicinanza al mondo ebraico.

In questa condizione riuscì a portare fuori dal ghetto tanti bambini, nascondendoli nel fondo della cassa degli attrezzi, e portava un sacco di tela grezza sulla parte posteriore del suo camioncino (per i bambini più grandi).

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Inoltre dietro aveva un cane a cui insegnò ad abbaiare ai soldati nazisti quando usciva ed entrava nel ghetto. Ovviamente, i soldati non volevano aver niente a che fare con il cane e i latrati coprivano i rumori dei bambini, con questa strattagemma riuscì a portare fuori dal ghetto e a salvare 2500 bambini in collaborazione con la Resistenza nella Polonia occupata.

Quando la Gestapo, nel 1943, scoprì la sua vera attività l’arrestarono, le ruppero entrambe le gambe, le braccia e la picchiarono brutalmente e fu condannata a morte.
In circostanze quasi miracolose, per una serie di coincidenze particolari, la Resistenza polacca, corrompendo molti nazisti,riuscì ad evitare la fucilazione già decisa.

Irena Sandler teneva un registro con i nomi di tutti coloro che salvò, lo conservava in un barattolo di vetro sepolto ai piedi di un albero del suo giardino.

Dopo la guerra, tentò di trovare i genitori sopravvissuti, dei bambini del Ghetto, per riunire le famiglie: la maggioranza erano stati portati nelle camere a gas, dei campi di concentramento per la soluzione finale. I bambini che aiutò, trovarono case di accoglienza o furono adottati.

Ebbe riconoscimenti e onorificenze in Polonia; al Museo dell’Olocaustico a Gerusalemme, del 1965
il nome di Irena Sandler è scritto nel Giardino dei Giusti, cioè di coloro che con la loro azione e il loro comportamento hanno salvato ebrei dalle atrocità del nazismo.

Nel 1999, alcuni studenti americani, di un College del Kansas , hanno scoperto la vita di questa eroina e hanno fatto azioni, nel mondo universitario e non solo, di comunicazione per far conoscere l’eroismo di questa grande donna e il messaggio di umanità, di altruismo e di fratellanza che la sua testimonianza ha trasmesso.

Il Governo Polacco, nel 2007, propose di candidare la Sandler per il conferimento del Premio Nobel per la Pace, proposta sostenuta ufficialmente anche dal Governo di Israele, ma non fu selezionata e il prestigioso riconoscimento mondiale venne assegnato all’americano Al Gore.
Eppure sono stati assegnati tanti Nobel per la Pace a tanti gendarmi negli ultimi 30 anni, evidentemente questa vicenda non interessava i grandi della terra, ed è vero che “il premio non lo riceve chi lo merita di più”.

In questo periodo in rete gira una e-mail che propone, a fini conoscitivi, la testimonianza della Sandler e il senso del suo messaggio:”Non permettiamo che si dimentichi mai.”
Questo messaggio viene illustrato anche ,da una striscia a fumetti, che riporta un dialogo fra una bambina e un uomo anziano seduti su una panchina in un giardino.

La bambina chiede: Perché sul suo braccio c’è un tatuaggio mortalmente noioso, è solo un mucchio di numeri, e l’uomo risponde: Avevo la tua età quando me lo fecero, lo porto come ricordo. La bambina insiste: Un ricordo di giorni felici, e il suo interlocutore: No, di un tempo in cui il mondo impazzì; e prosegue “Immagina te stessa in un paese in cui i tuoi compatrioti seguono la voce di un politico estremista al quale non piaccia la tua religione.
Immagina che ti tolgano tutto, che mandino tutta la tua famiglia in un campo di concentramento a lavorare come schiavi e ed essere assassinati sistematicamente.
In questo posto ti tolgono persino il nome e lo sostituiscono con un numero tatuato sul braccio. Si è chiamato Olocausto, quando milioni di persone perirono solo a causa della fede.”

La bambina domanda: Allora lo porta per ricordarsi del pericolo delle politiche estremiste, l’uomo con serenità risponde: No, gioia mia. Per ricordarlo a te.

Sono passati più di 67 anni, da quando è finita la seconda Guerra Mondiale, l’intero conflitto ha causato nel mondo più di 70 milioni di morti fra civili e militari.

Ora, più che mai, con alcuni che parlano dell’Olocausto come un mito inesistente, è un imperativo assicurarsi che il mondo non dimentichi mai.

Ecco perché ricordare, Irena Sandler è un esempio storico, la quale disse in occasione di una decorazione in Polonia: “Ogni bambino salvato con il mio aiuto è la giustificazione della mia esistenza su questa terra, e non un titolo di gloria.” 


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