Istat. Il mago Otelma dell’occupazione

Ma perché per sapere come va l’occupazione non si parte dai dati Inps sulle effettive posizioni contributive? Le analisi sarebbero più veritiere e meno soggette ad usi strumentali
Aldo Pirone - 31 Agosto 2017

Anche oggi il TG7, come è ormai usuale, ci comunica all’ora di pranzo i dati dell’Istat sull’occupazione. Alle 13,30 di solito al malcapitato giornalista di turno il maligno direttore Mentana dà il compito di presentare i dati economici e sociali in rosa. Mentre la sera il Mentana medesimo si riserva di trattare gli stessi dati più criticamente, con un certo equilibrio, talvolta con scetticismo, confrontandoli con altri che danno, essendo calata la sera, più sul buio.

Chi non si trattiene dal twittare subito il suo compiacimento per assumere, urbi et orbi, la paternità dei dati farlocchi, è sono i soliti noti. In capo Matteo Renzi, a seguire il ministro Poletti con la solita aria da droghiere contento di venderti il baccalà, per finire alle figure di secondo piano come l’onorevole Ernesto Carbone membro della segreteria del Pd e ivi responsabile per la Pubblica Amministrazione, innovazione e Made in Italy con particolare competenza in gel tricologico. Infine la Teresa Bellanova, anche lei nella segreteria in qualità di responsabile per il lavoro e, come ex Cgil, dedita alla difesa sindacale del capo di turno. Con più compostezza il Presidente Gentiloni e il ministro Padoan non si esimono di commentare positivamente anche loro.

Gli odierni dati prandiali dell’Istat riguardavano l’occupazione che, dice l’Istituto di statistica, ha superato l’astronomica cifra dei 23 milioni di occupati per la prima volta dal 2008. Il che ha fatto subito scattare il twitt a Matteo Renzi che ha dato per acquisito il milione di posti di lavoro in più ottenuti dal 2014 grazie, ha trionfato, al jobs act da lui voluto.

Ma sono posti di lavoro effettivi? Secondo il glossario dell’Istat la rilevazione settimanale è fatta secondo questa metodologia:

“OCCUPATI: COMPRENDONO LE PERSONE DI 15 ANNI E PIÙ CHE NELLA SETTIMANA DI RIFERIMENTO:

− HANNO SVOLTO ALMENO UN’ORA DI LAVORO IN UNA QUALSIASI ATTIVITÀ CHE PREVEDA UN CORRISPETTIVO MONETARIO O IN NATURA;
− HANNO SVOLTO ALMENO UN’ORA DI LAVORO NON RETRIBUITO NELLA DITTA DI UN FAMILIARE NELLA QUALE COLLABORANO ABITUALMENTE;
− SONO ASSENTI DAL LAVORO (AD ESEMPIO, PER FERIE O MALATTIA). I DIPENDENTI ASSENTI DAL LAVORO SONO CONSIDERATI OCCUPATI SE L’ASSENZA NON SUPERA TRE MESI, OPPURE SE DURANTE L’ASSENZA CONTINUANO A PERCEPIRE ALMENO IL 50% DELLA RETRIBUZIONE. GLI INDIPENDENTI ASSENTI DAL LAVORO, AD ECCEZIONE DEI COADIUVANTI FAMILIARI, SONO CONSIDERATI OCCUPATI SE, DURANTE IL PERIODO DI ASSENZA, MANTENGONO L’ATTIVITÀ. I COADIUVANTI FAMILIARI SONO CONSIDERATI OCCUPATI SE l’ASSENZA SUPERA TRE MESI”.

In pratica, se il soggetto intervistato settimanalmente – l’indagine è campionaria e settimanale – dice che ha lavorato un’ora, quei sessanta minuti vengono tradotti in un posto di lavoro. Una performance del nostro Istituto di statistica da far invidia al mago Otelma. Da notare il pagamento anche in natura – che so: un po’ di frutta, qualche uovo, un litro di latte, una gallina se il lavoro è specializzato ecc. – oppure niente se si sta in famiglia. A parte i pasti, si presume. Insomma pur di aumentare i dati tutto fa brodo.

Ma perché per sapere come va l’occupazione non si parte dai dati Inps sulle effettive posizioni contributive? Le analisi sarebbero più veritiere e meno soggette agli usi strumentali dei vari venditori di fumo in giro sulle reti social e sulle TV.

Senza differenza fra comunicazioni a pranzo e a cena. Farebbe bene anche alla digestione.

 


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