

Ospite della nostra rubrica la regista e produttrice romana
In questo appuntamento con la nostra rubrica “L’Apostrofo Rosa” ospitiamo la regista e produttrice romana Nina Baratta, che ha firmato il suo primo cortometraggio a soli 14 anni.
Da sempre vicina al mondo dell’infanzia e dell’educazione attraverso le immagini, Nina è fondatrice dell’Associazione Le Moscerine e del Moscerine Film Festival, realtà nate per avvicinare bambini e ragazzi al cinema, offrendo loro uno spazio per esprimersi, sperimentare e raccontare il proprio mondo. Con lei abbiamo parlato di cinema, creatività e del valore di dare voce alle nuove generazioni.
Hai firmato il tuo primo cortometraggio a soli 14 anni: ricordi il momento in cui hai capito che raccontare storie attraverso le immagini sarebbe diventato il tuo percorso?
Sono nata in una famiglia che mi ha cresciuta a pane e film. I miei genitori lavoravano con le immagini e mi hanno trasmesso la passione per questo lavoro e la voglia di sperimentare. Ho avuto la grande fortuna di poter utilizzare le telecamere da quando ero piccola e di poter registrare tutto quello che vedevo. Produrre immagini è diventato il mio modo di elaborare la realtà, il modo per ricordare e il modo per trasmettere le mie sensazioni. Ora non potrei farne a meno.
Che tipo di film o registi ti hanno ispirata durante l’adolescenza?
In adolescenza vedevo film di generi molto differenti, amavo le storie coinvolgenti, le lotte politiche e i film biografici.
Tra i registi e le pellicole che più hanno influenzato la mia crescita o che hanno lasciato un segno nel mio percorso ci sono Ken Loach, soprattutto con il film “Bread and Roses” (il personaggio femminile protagonista mi ha ispirato così tanto da aver scelto a 15 anni il nome della mia prima figlia Maya) anche il documentario “Essere e avere” (Être et avoir) di Nicolas Philibert ha condizionato il mio modo di fare documentari e raccontare la realtà.
Altri tre film che sono stati di ispirazione nel mio percorso sono Transamerica per la forza dei personaggi e la delicatezza con cui è stato trattato un tema complesso e pieno di sfumature, Dogville perché in questo film Lars Von Trier riempie uno spazio di storia, magia e personaggi; e Ferro 3 un film in cui i silenzi e i vuoti si riempiono di significato.
Il neorealismo italiano ha rappresentato una tappa importante nel mio percorso di crescita artistica. Fantozzi ha colorato le mie giornate in famiglia e film come “Il grande cocomero” di Archibugi mi hanno appassionata al tema della crescita e delle difficoltà che si possono incontrare durante il percorso verso l’età adulta.
C’è un progetto che consideri particolarmente significativo per la tua crescita professionale e umana?
Ogni progetto rappresenta un momento di crescita e di confronto e la possibilità di raccontare nuove storie e creare nuovi legami. Ci sono però due progetti che penso siano stati particolarmente significativi per me: il documentario “Home” prodotto da Tadàn produzioni e firmato in coregia con Valerio Armati, un bambino di 9 anni che racconta un palazzo occupato di Tor Marancia (una zona di Roma) intervistando gli abitanti attraverso delle domande che richiedono una risposta solo in numeri (Quante volte al giorno sei felice? Quante case hai cambiato? Quante volte preghi?). Il secondo progetto che ha regalato alla mia vita un nuovo percorso e nuove visioni è stato il Moscerine Film Festival, un festival che mette al centro il bambino e che ospita giovani registi under 12 da tutto il mondo.
Nel tuo percorso si parla di uno sguardo “innovativo”: cosa significa per te innovare nel racconto audiovisivo oggi?
Innovare significa per me sperimentare, esplorare nuovi confini, non accontentarsi delle strade che hanno percorso gli altri ma trarne ispirazione e scoprire la propria.
Quando insegno dico sempre ai bambini e ai ragazzi: “non vi ponete dei limiti, osate con qualunque mezzo voi abbiate, una storia forte e uno sguardo fresco vale più di un budget consistente”.
Nel 2014 hai fondato l’Associazione Le Moscerine: da quale esigenza è nato questo progetto?
Le Moscerine è stato un momento importante di svolta della mia vita. Nasce dall’incontro con una mia amica storica delle medie, Zein Francesca Batayneh, e dalla voglia di immaginare insieme un progetto che parlasse di bambini, bellezza e magia. E così noi due e mia sorella Sofia decidemmo di aprire un’associazione che potesse dare forma ai nostri sogni. Da lì siamo cresciute tanto, molte altre persone si sono unite e il progetto è diventato sempre più grande e ramificato ma la passione che ci porta a guardare sempre più in alto è rimasta la stessa.
Quali sono le trasformazioni più belle che hai visto nei bambini e nei ragazzi che partecipano ai vostri laboratori?
Il cinema è magia ed è la possibilità per tutti di raccontare il proprio mondo. Spesso, quando vado nelle scuole ad insegnare, conosco tanti bambini ma soprattutto giovani ragazzi che hanno difficoltà nel trovare un posto nel mondo, che non riescono ad esprimere e comunicare l’universo che hanno dentro.
È qui che la magia del cinema riesce ad agganciare le giovani menti che trovano un canale per comunicare che gli permette di essere ascoltati e di farlo con soddisfazione.
E sono proprio quei ragazzi, che venivano segnalati ad inizio d’anno per le loro difficoltà, che diventano più sicuri, si aprono e soprattutto scoprono spesso una passione per il cinema e la voglia di produrre immagini. E così i casi più faticosi sono spesso le soddisfazioni più grandi.
Come è nata l’idea del Moscerine Film Festival e quale vuoto culturale volevi colmare?
Il Moscerine Film Festival è il naturale proseguimento di un percorso di didattica di cinema e alfabetizzazione visiva nelle scuole che facevamo già da diversi anni e che sentivamo necessitasse di uno spazio di confronto, restituzione e condivisione che uscisse dalle mura della scuola per essere restituito alla comunità.
E essendo noi dei sognatori non potevamo che immaginare il festival come una casa che potesse accogliere non solo i nostri cortometraggi ma opere di bambini da tutto il mondo.
E così è stato, e continueremo a crederci, a farlo crescere e a dare possibilità gratuite di cinema a bambini di tutto il mondo.
Che emozione provi nel vedere i giovani autori presentare i loro lavori in un vero festival cinematografico?
Provo sempre una grande emozione: veder crescere questi bambini e appassionarsi al mondo del cinema mi dà la carica per superare momenti di difficoltà e mi ricorda perché ho scelto di fare questo mestiere.
Che consiglio daresti a una ragazza o a un ragazzo di 14 anni che oggi vuole prendere in mano una videocamera e iniziare a fare cinema?
Fallo, non porti dei limiti, risolvi con creatività le difficoltà, c’è sempre una soluzione e spesso è davanti ai nostri occhi.
Guarda tanto cinema, viaggia, non aver paura di esporti. La tua voce è una testimonianza importante. Accogli le critiche costruttive e fatti scivolare via quelle fatte solo per denigrare il tuo progetto. Sbaglia e impara.
Gira e divertiti.
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