La crisi della lingua italiana mette in pericolo il futuro del Paese

Ettore Visibelli - 19 Luglio 2019

La situazione rappresentata nell’articolo di Mariapia Valadiano, comparso su La Repubblica di Giovedì 11 Luglio, è preoccupante. La giornalista evidenzia il rischio, soprattutto per la democrazia, che la politica correrebbe ove, con leggi improntate ad acuire la spaccatura del Paese, andasse ad accentuare il divario esistente tra settentrione e meridione nell’apprendimento della madre lingua italiana, non tanto a causa dei dialetti esistenti – presenti al nord, come al sud – quanto, addirittura, per la allarmante incapacità di comprendere ciò che si legge, un male piuttosto generalizzato nel crescente analfabetismo cognitivo, più si procede verso la suola dello stivale.

D’accordo con la giornalista di Repubblica sui timori paventati, derivanti da una ventata di autonomia secessionista, anziché di integrazione etno-geografica, che si avverte nell’aria, mi sono domandato quali possano essere le cause pregresse dell’imbarbarimento culturale che si concretizza oggi nella forma di analfabetismo più grave che potesse colpire la lingua italiana.

Rispetto a cinquanta anni fa, oggi tutti parliamo di più, male ma di più, a prescindere dal livello di istruzione ricevuta e dalla maturità raggiunta. Molte più persone ambirebbero a scrivere: dalle poesie, ai racconti; dai saggi ai romanzi. Ma sono rari, non dico i capolavori, ma gli elaborati appena, appena presentabili. Tuttavia, bene o male, molte di loro si dedicano a comunicare attraverso messaggi facebook, tweet, o wapp, per finire nella rete tesa dai pescatori di anime, ed essere tirate in coperta, come pescato da rivendere al mercatino degli indirizzi, nuovo Campo dei Miracoli di collodiana memoria.

In compenso crescono le persone che ammettono di non aver letto neppure un libro all’anno. Anche per i quotidiani, quelli sportivi sono i più letti e le riviste settimanali più vendute sono improntate al gossip.

La TV (quella di Stato) che una volta era controllata e imposta dagli invisi governanti della politica, è stata più volte criticata ed epitetata come TV di regime. Tuttavia, attraverso le reti private, la sua liberazione non ha fatto che peggiorare la missione, che in qualche modo, il vecchio video si riproponeva per combattere l’analfabetismo, attraverso trasmissioni dedicate, o settimanalmente propagandando, con polpettoni teatrali, testi di alta letteratura, sconosciuti ai più, che talvolta hanno spinto qualche spettatore ad acquistare quel libro e prenderlo tra le mani, magari senza leggerlo, ma almeno nella speranza che lo facessero i figli.

Poi, anche questo barlume culturale si è spento nel successo di trasmissioni come Drive in, Stranamore, fino a C’è posta per te, L’isola dei Famosi, Il Grande Fratello e Gli amici di Maria. Tutti programmi di grande successo – sia chiaro – che misurano e fanno da indicatore della sete di cultura presente nei telespettatori italiani.

E la Rai, da sempre TV di Stato, che ha fatto per contrastare il genere innovativo – vogliamo con benevolenza chiamarlo leggero – della concorrenza? Lo ha fatto accettando la sfida, misurata dall’audience, riducendo ai minimi termini i programmi con un larvato contenuto culturale, e inseguendo con affanno i formati insulso-diversivi delle TV private, tra le quali ultimamente, in controtendenza, spicca La7, con prevalenza di dibattiti a contenuto per lo più politico, non sempre interessanti, né formativi, di pari passo col disinteresse ingenerato negli elettori da una politica scesa ai minimi livelli di credibilità.

Non ritengo di aver composto un quadro improntato al pessimismo, perché spero di sbagliarmi.

È l’unica, ultima speranza che mi rimane.

 

Ettore Visibelli


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