La Divina Commedia e i suoi personaggi: un sogno popolato da numerosi sogni

Nel settimo centenario della morte, i “Saggi danteschi” di Borges come guida alla lettura del nostro più grande poeta
Francesco Sirleto - 26 Marzo 2021
“Città irreale,/ sotto la nebbia bruna di un’alba d’inverno,/ una gran folla fluiva sopra il London Bridge, così tanta/ ch’i’ non avrei mai creduto che morte tanta n’avesse disfatta” (T. S. Eliot, da La terra desolata, cfr. Inferno, III, vv. 55-57).
“Sospiri, brevi e infrequenti, se ne esalavano,/ e ognuno procedeva con gli occhi fissi ai piedi./ Affluivano su per il colle e giù per la King William Street …” (T. S. Eliot, da La terra desolata, cfr. Inferno, IV, vv. 25-27)

 

Raggiunte le pagine finali del Paradiso, la Commedia può essere molte cose, forse tutte le cose; all’inizio, è notoriamente un sogno di Dante; e questi, dal canto suo, non è altro che il protagonista del sogno. Ci dice di non sapere come sia entrato nella selva oscura, “tant’era pieno di sonno a quel punto”; il sonno è metafora dell’offuscamento dell’anima peccatrice, ma suggerisce l’indefinito inizio dell’atto del sognare”.

Così, in pochissime righe, il grande bibliotecario cieco di Buenos Aires, l’autore di L’Aleph e di Finzioni, introduce il primo dei suoi Saggi danteschi, pubblicati nel 1982, definendo la sostanza e i contenuti dell’opus maius del “Ghibellin fuggiasco” (tale fu Dante per il Foscolo de I Sepolcri), “l’opera più grande che, mai sia stata pensata, immaginata e versificata da quando l’uomo ha inventato la poesia”. E, spostandosi sul Canto IV dell’Inferno, Borges si sofferma sull’incontro, nel castello che racchiude il Limbo, di Dante e Virgilio con alcuni grandi poeti dell’antichità: Omero, Orazio, Ovidio e Lucano, affermando che costoro non sono altro che “proiezioni o rappresentazioni di Dante, che si sapeva non inferiore a quei grandi, in atto o in potenza”. Con l’aggiunta di Virgilio, essi sono grandi ombre venerate che accolgono ben volentieri Dante nel loro conclave: “ch’e’ sì mi fecer della loro schiera,/ sì ch’io fui sesto fra cotanto senno” (Inferno, IV, vv. 101-102).

Borges non fu filologo e neanche dantista, bensì appassionato lettore del nostro sommo poeta e conoscitore di gran parte dell’immensa letteratura critica che, nel corso dei secoli, ha inondato l’universo degli studiosi o dei semplici studenti e lettori che si sono cimentati con le opere di Dante. Nei suoi saggi cita frequentemente illustri “dantisti” antichi (a partire dal figlio di Dante e dall’Anonimo Fiorentino fino a Rambaldi da Imola) e moderni: Tommaseo, Croce, Momigliano, Torraca, Casini, Vitali, Steiner, Pietrobono; ma ciò che più impressiona, leggendo i suoi scritti su Dante, non sono tanto le opinioni relative ad un particolare passo o a singoli versi della Commedia – nelle quali prende posizione a favore di questo e/o di quello studioso – bensì la presenza di una ricerca, commossa ed entusiastica, dell’essenza profonda della Commedia, un’indagine a volte estasiata sull’origine e sulla causa stessa che spinse Dante a scrivere ciò che Borges considerava “il massimo di tutte le letterature”. Ad aiutarlo in questa ricerca non sono tanto i “dantisti”, verso i quali egli esprime un doveroso rispetto, quanto piuttosto suggestioni e spunti provenienti da poeti e pensatori (Eliot, Browning, Longfellow, Schopenhauer, Jung) che, in maniera più o meno diretta, hanno avuto a che fare con quella miniera inesauribile, con quell’opera sempre aperta (paragonabile ad un’immensa e mai finita cattedrale gotica) che prende il titolo di “Divina” Commedia. Ma, poiché è impossibile, in questa sede, render conto della grande ricchezza di suggerimenti e di illuminazioni provenienti dai saggi di Borges, mi limito a brevi cenni riguardanti tre personaggi della Commedia, senz’altro tra i più noti ed amati dalla moltitudine di lettori antichi e moderni. Sono personaggi nei quali, secondo l’autore di Elogio dell’ombra, si riflette quell’essenza profonda dell’opera che – come abbiamo riportato nell’incipit di questo articolo – altro non è che un sogno fatto di molti sogni (lo confessa lo stesso poeta, quando, nei versi 10-12 del Canto I dell’Inferno, afferma di non riuscire a spiegare come diavolo si è ritrovato nella selva oscura: “Io non so ben ridir com’io vi entrai,/ tant’era pien di sonno a quel punto/ che la verace via abbandonai”).

Francesca (Inferno, Canto V)

Francesca che, come tutti sappiamo, è il personaggio centrale del Canto V dell’Inferno e quindi, come tutti i personaggi della Commedia (il grande sogno), è solo uno dei numerosi sogni che la popolano. Ma, poiché tutti i sogni sono proiezioni di colui che sogna, essa è una proiezione di Dante, di quell’amore (anche fisico, carnale, erotico) da cui promana la spasmodica e incessante ricerca della bellezza in tutte le sue forme, di quell’amore “… ch’a nullo amato amar perdona”. L’amore provato da Francesca è il medesimo amore provato da Dante, sia il Dante reale (colui che in quel momento sta sognando) che il Dante onirico; e ciò spiega l’atteggiamento di commossa e dolorosa partecipazione del Dante onirico nei riguardi delle parole e del racconto di Francesca; “Quand’io intesi quell’anime offense,/ china’ il viso e tanto il tenni basso”, sì che Virgilio, preoccupato, gli chiede cosa gli stia succedendo, ed egli risponde: “Oh lasso,/ quanti dolci pensier, quanto disio/ menò costoro al doloroso passo!” (Inferno, V, vv. 109-110 e 112-114). Borges stesso, penso, deve aver provato, nei confronti della vicenda di Francesca e di Paolo, quell’immedesimazione confessata da Dante. Lo testimoniano non solo le parole del saggio dedicato ai due poveri amanti di Rimini, ma anche una poesia risalente a molti anni prima della stesura dei saggi, poesia poi pubblicata nella raccolta La cifra del 1962; essa s’intitola Inferno, V, 129, ne riportiamo alcuni versi che, nelle intenzioni di Borges, vorrebbero essere il seguito del dantesco verso 129 (“soli eravamo e senza alcun sospetto”):

Lascian cadere il libro, ormai già sanno/ Che sono i personaggi del libro./(Lo saranno di un altro, l’eccelso,/ ma ciò ad essi non importa.)/ Adesso sono Paolo e Francesca,/ non due amici che dividono/ il sapore di una favola./ Si guardano con incredulo stupore./ Le mani non si toccano./ Hanno scoperto l’unico tesoro; …./ Un libro, un sogno li avverte/ Che sono forme di un sogno già sognato/ Nelle terre di Bretagna./ Altro libro farà che gli uomini,/ sogni essi pure, li sognino.

Ulisse (Inferno, Canto XXVI, vv. 90-142)

Se Francesca è proiezione dell’anima erotica di Dante, Ulisse ne è, senz’altro, di quella intellettiva, quell’anima che aspira con tutte le sue forze ad allargare il più possibile i confini della conoscenza umana. Un’aspirazione che, tuttavia, si scontra con i limiti imposti dalla divinità o, in una prospettiva panteistica, dalla natura. Sebbene Dante abbia posto Ulisse (insieme a Diomede) nell’ottava bolgia, quella dei falsari, e ciò a causa dell’inganno del “cavallo di Troia”, in realtà ciò che, dalla narrazione dello stesso Ulisse, emerge quale imperdonabile colpa, è “il folle volo” o “il varco folle” da lui compiuto: l’attraversamento delle colonne d’Ercole e il viaggio verso l’emisfero australe fino a raggiungere la montagna santa del Purgatorio, proibita ai mortali. E’ facile il paragone tra il viaggio di Ulisse, nella parte meridionale del pianeta, e quello di Dante, nei tre regni oltre-mondani. Lo rilevano numerosi commentatori, come ad esempio il tedesco Ruegg (citato da Borges): “Dante è un avventuriero che, come Ulisse, calca strade mai calcate, esplora mondi che nessuno prima ha visto, e tende alle mete più difficili e remote”. Tuttavia, prosegue Borges, la similitudine finisce qui: “Ulisse intraprende avventure proibite per proprio conto e a proprio rischio; Dante si lascia condurre da forze più alte”. Il viaggio dantesco è, per dirla con Virgilio, “com’Altrui piacque”. E, tuttavia – e ciò spiega la simpatia che dimostra nei confronti dell’eroe greco quando, nei versi 112-120 del XXVI Canto – Dante pronuncia, per bocca di Ulisse, la più sorprendente e meravigliosa orazione “umanistica” (un vero e proprio Manifesto dell’Umanesimo ancora di là da venire) che un uomo del Medioevo potesse mai immaginare: “O frati”, dissi “che per cento milia/ perigli siete giunti all’occidente,/ a questa tanto picciola vigilia/ de’ nostri sensi ch’è del rimanente,/ non vogliate negar l’esperienza,/ di retro al sol, del mondo sanza gente./ Considerate la vostra semenza:/ fatti non foste a vivere come bruti,/ ma per seguire virtute e canoscenza”.

Un appello all’esperienza, fonte di virtù e di conoscenza, che anticipa di due secoli le analoghe espressioni di Leonardo e di Galileo. Borges aggiunge, per sottolineare l’insopprimibile ambiguità del Poeta, che Dante, in quel racconto concluso con quell’orazione, forse senza volerlo, “fu Ulisse e in qualche maniera poté temere il castigo di Ulisse”, allo stesso modo che, nel Canto di Francesca, provò il timore di andare incontro al medesimo castigo a lei inferto.

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Beatrice: l’incontro in un sogno e l’ultimo sorriso (Purgatorio, Canto XXX – Paradiso, Canto XXXI)

Sono due i saggi di Borges dedicati al rapporto tra Dante e Beatrice: il primo intitolato L’incontro in un sogno, il secondo L’ultimo sorriso di Beatrice. Nel primo, che ha come riferimento il Canto XXX del Purgatorio, avviene l’incontro tra i due come fossero sulla scena di un sogno popolata da una pluralità di oniriche presenze: un giardino, una musica misteriosa, una processione con ventiquattro anziani vestiti di bianco, quattro animali ciascuno con sei ali, un carro trionfale trainato da un grifone, tre donne velate a destra e quattro donne a sinistra, delle quali una con tre occhi e, infine, Beatrice con una veste color di fiamma viva. Dante si sente mancare, chiede aiuto a Virgilio, ma il “dolcissimo padre” non c’è più, e allora Dante non può trattenere le lacrime. Ma, a questo punto, Beatrice, chiamandolo per nome, lo rimprovera dicendogli che non la scomparsa di Virgilio deve piangere, bensì i propri peccati, enumerandoli, davanti ad una folla di angeli, implacabilmente. “Dante abbassa gli occhi, svergognato, e balbetta e piange”. E’ in questo incontro e da questo incontro, così traumatico e umiliante per il sognatore, che il lettore attento e avveduto può ricostruire, secondo Borges, la genesi del grande poema: “Innamorarsi significa creare una religione il cui dio è fallibile.

Che Dante abbia professato per Beatrice un’adorazione idolatrica è una verità che non è possibile contraddire; che essa una volta si burlò di lui e un’altra lo disprezzò sono fatti che registra la Vita Nuova. … Dante, morta Beatrice, persa per sempre Beatrice, giocò con la finzione di incontrarla, di mitigare la propria tristezza; io ritengo che edificò la triplice architettura del suo poema per interpolarvi quell’incontro. … Rifiutato per sempre da Beatrice, sognò di Beatrice, ma la sognò severissima, ma la sognò inaccessibile, ma la sognò su un carro tirato da un leone che era un uccello e che era tutto uccello o tutto leone quando gli occhi di Beatrice lo aspettavano”. Come si conclude, nell’al di là, l’incontro sognato da Dante con il suo inaccessibile e impossibile amore? Si conclude, tristemente, nel XXXI Canto del Paradiso, con “i più patetici versi che la letteratura ci abbia dato”. Dante, ascendendo all’Empireo, vede un alto fiume di luce, vede le schiere angeliche, vede la Rosa paradisiaca formata dalle anime dei Giusti. Improvvisamente avverte che Beatrice si è allontanata da lui: è lassù, in uno dei cerchi della Rosa. Dante, allora, la venera e la implora, le rende grazie per la sua pietà e le raccomanda la propria anima: “Così orai; e quella, sì lontana/ come parea/ sorrise e riguardommi;/ poi si tornò all’etterna fontana” (Paradiso, Canto XXXI, vv. 91-93). E’ l’ultimo sorriso di Beatrice, un sorriso che, in vita dell’amata, Dante sperò e non ottenne; l’ottenne nel sogno della poesia più elevata e meravigliosa che mente e cuore umano abbiano mai avuto la capacità di creare. Un sorriso che, sebbene semplicemente sognato, dovette provocare, nel cuore del poeta, un’infinita malinconia e, forse, un ricordo. Il ricordo di due poveri amanti (Francesca e Paolo) che, seppure all’Inferno, rimangono uniti per l’eternità. Così – conclude Borges – dal Paradiso il pensiero ci conduce all’Inferno, a quel verso n. 135 del Canto V: “questi, che mai da me non fia diviso”, un verso sicuramente ripensato da chi lo scrisse, “con spaventoso amore, con ansia, con ammirazione, con invidia”.

 

Jorge Luis Borges, Saggi danteschi, in Opere, vol. II, Mondadori, Milano, 1985


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  1. Grazie per questo splendido omaggio al grande, sempre più che mai profondo e raffinato Borges!

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