La famiglia Mastrapasqua in parcheggio – La “sonata in do maggiore” alla “Scala” di Milano – La “Maria” di don Andrea Gallo

Fatti e misfatti di luglio 2012 di Mario Relandini
Enzo Luciani - 15 Luglio 2012

La famiglia Mastrapasqua in parcheggio

"Mastrapasqua – si è saputo per caso – ha un "posto macchina" nei "garages" dell’Enpals".

Giusto – è corso in sua difesa qualcuno – visto che, avvenuta la fusione dell’Inps con l’Enpals, il presidente dell’Inps Mastrapasqua ha il diritto-dovere di essere presente, all’occorrenza, ora nell’uno ora nell’altro ente. E invece no. Giusto, invece, per niente. Perché il Mastrapasqua con il "posto macchina" nei "garages" dell’Enpals non è il dottor Antonio presidente dell’Inps, ma il ragionier Loreto, suo padre, che non lavora affatto all’Enpals, ma in un ufficio vicino. E allora? Allora, certo, non è giusto che le colpe dei padri debbano ricadere sui figli. Ma è giusto che i privilegi dei figli possano ricadere sui padri? Alla famiglia Mastrapasqua la facile risposta no. Con le opportune conseguenze. Con papà Loreto, cioè, a parcheggiare anche lui in strada e a pagare la sosta oraria. Come tuti i comuni ragionieri.

La "sonata in do maggiore" alla "Scala" di Milano

"E’ stato risolto con successo – si è rallegrata perfino la Cgil – lo scandalo del compenso stratosferico finora percepito dal soprintendente al teatro "La Scala" di Milano, Stéphane Lissner".

Il compenso di oltre 800 milioni complessivi annui è stato dunque, se non giustamente dimezzato, almeno ridotto ad una somma decente? Macché. Dopo lunghe e snervanti trattative, infatti, gli 800 milioni complessivi annui del soprintendente più pagato nel mondo sono stati decurtati di appena 75 mila euro. Ma, allora, con quale coraggio parlare di uno scandalo risolto? Avendo concertato quella ridicola decurtazione, anzi, allo scandalo se n’è aggiunto un altro. Al danno, insomma, s’è aggiunta la beffa. Non tanto per le casse del teatro (ché tanto, come ogni anno, aumenterà il "rosso" del suo bilancio senza battere ciglio) quanto per le tasche del solito Pantalone (che, alla fine, sarà chiamato lui a ripianare il tutto con una "sonata in do maggiore" tutt’altro che allegra).

La "Maria" di don Andrea Gallo

"Perché – ha lanciato la proposta il sempre più sorprendente don Andrea Gallo – non aggiungiamo un po’ di marijuana al pesto genovese?"

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I buongustai, però, gli hanno risposto no perché il pesto genovese è buono, buonissimo, così com’è con il basilico, l’olio, il grana, i pinoli e un sentore di aglio. I dottori della legge, invece, no perché in Italia, Genova compresa, la marijuana è illegale. E i buoni cristiani no perché un prete, don Andrea Gallo compreso, dovrebbe occuparsi di una Maria celeste e non di una "maria" bianca così come viene anche definita la marijuana. Ma se don Gallo vuole, per l’amor di Dio, libero di aggiungere lui, magari nel privato della sua sacrestia, la marijuana al pesto. Ammesso che non lo stia già facendo. Specialmente quando dichiara e propone. 


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