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La finta impresa, le fatture false e i soldi dell’Europa: così la banda svuotava i fondi PNRR

L'inchiesta dell'Ufficio della Procura Europea (EPPO) fa luce sul raggiro: una società fantasma intestata a un prestanome incassava contributi pubblici per l'imprenditoria femminile. Nei guai cinque persone

La facciata legale era quella di una società attiva nella creazione di contenuti multimediali da destinare a una piattaforma di streaming TV.

Dietro, invece, secondo le ricostruzioni degli investigatori, si nascondeva una vera e propria scatola vuota progettata per prosciugare i fondi pubblici dell’Unione Europea.

Una fitta rete di fatture per operazioni inesistenti, prestanome e complesse operazioni finanziarie usate per ripulire il denaro è stata smantellata dai Finanzieri del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Roma.

Le Fiamme Gialle hanno dato esecuzione a un decreto di sequestro preventivo – sia in forma diretta sia per equivalente – per un valore complessivo di oltre 800.000 euro, emesso dal G.I.P. del Tribunale capitolino su richiesta dell’Ufficio della Procura Europea (EPPO).

Il provvedimento colpisce cinque indagati, accusati a vario titolo di truffa aggravata per il conseguimento indebito di erogazioni pubbliche, riciclaggio, autoriciclaggio, oltre all’emissione e all’utilizzo di fatture false. Il blitz ha consentito di mettere i sigilli a diversi conti correnti bancari e a due appartamenti situati nella Capitale.

immagine di repertorio

La finta società e i fondi per le donne imprenditrici

L’operazione nasce da un controllo di routine condotto dai militari del 6° Nucleo Operativo Metropolitano di Roma.

Un’ispezione fiscale nei confronti di una società di capitali ha insospettito gli investigatori: l’azienda, formalmente gestita da una testa di legno, risultava assegnataria di ingenti finanziamenti a fondo perduto e di una quota di fondi PNRR specificamente destinata a sostenere e agevolare l’imprenditoria femminile.

Scavando tra le carte e incrociando i flussi bancari, i finanzieri hanno scoperto che il piano di investimenti dichiarato sulla carta non era mai partito. Nessun contenuto multimediale era stato prodotto: l’intero progetto serviva soltanto da copertura per giustificare l’incasso dei contributi statali ed europei attraverso una fitta documentazione contabile del tutto inventata.

Il meccanismo del riciclaggio e lo stop al saldo

Il sistema fraudolento aveva già permesso al gruppo di incassare oltre 600.000 euro di soldi pubblici. Gli indagati stavano per mettere le mani su un’ulteriore tranche da 120.000 euro, bloccata in extremis prima che l’ente erogatore completasse il bonifico.

Una volta ottenute le somme, la banda attivava una complessa macchina per ostacolare la tracciabilità del denaro. I fondi comunitari venivano spezzettati, fatti ruotare con una raffica di bonifici tra varie società e transazioni interaziendali e infine retrocessi cash o riallocati per rientrare nella disponibilità diretta dei soci e dei reali amministratori di fatto della compagine. Un giro di walzer finanziario spezzato oggi dai sigilli della magistratura europea.

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