La Passione di Cristo nella musica contemporanea

Quelle di Wolfgang Rihm, Tan Dun, Osvaldo Golijov e Sofia Gubaidulina, per esempio
don Domenico Vitulli, parroco a S. Tommaso d’Aquino - 23 Aprile 2022

È da poco trascorsa la Pasqua ed io, da bravo appassionato, l’ho festeggiata a suon di musica. Abbondano nei negozi i dischi di Natale, ma la Pasqua la celebra solo la musica classica e così mi dedico agli Oratori sulla Passione del Signore.

È dal XIII secolo che esistono, ma il più grande rimane Bach, anche se nei secoli sono comunque nati capolavori come il Christus di Liszt. Nella nostra epoca i vangeli sembravano invece passati di moda, in un tempo dove si ascolta musica nelle sale da concerto o nel salotto di casa, luoghi tra i meno adatti per contemplare le sofferenze di Cristo. Eppure negli ultimi cinquant’anni è rinata la musica sacra grazie ad autori dell’Europa orientale. Il precursore è stato il polacco Penderecki. Nel 2000 poi Helmut Rilling ha avuto la bella idea di commissionare ai quattro maggiori compositori viventi altrettante Passioni: hanno quindi allietato la mia Pasqua Wolfgang Rihm, Tan Dun, Osvaldo Golijov e Sofia Gubaidulina.

Wolfgang Rihm(1952) è in Germania il compositore più accreditato. Era la persona da cui aspettarsi l’opera più bella, ma il suo ateismo lo ha condizionato a tal punto da frenarne il genio. Ha scelto, per far accettare al pubblico occidentale e areligioso un testo sentito altrimenti come estraneo, di mettere insieme crocifissione di Cristo e Olocausto, aggiungendovi la poesia Tenebrae di  Paul Celan, un’invettiva contro Dio come contrasto alla speranza della resurrezione del brano precedente. L’ascoltatore si chiede così se il sacrificio di Cristo sia davvero valso a qualcosa, visto che il dolore umano continua ad esserci: ne scaturisce un’atmosfera tetra, una musica monolitica, in una narrazione spoglia contro la «retorica comune a coloro che usano la religione come mezzo di manipolazione».

È un vero peccato che le convinzioni personali, che pur avevano permesso ai compositori dei secoli passati – non tutti di specchiata fede e moralità – di creare dei vari capolavori, abbiano impedito di immergersi realmente, al di là della retorica militante, nel concreto dolore umano dei poveri di cui l’ebreo Gesù rimane il più celebre rappresentante.

Tutt’altra è l’opera di Tán Dùn (1957), cinese conosciuto per le colonne sonore di La Tigre e il DragoneHero. La sua Water Passion After St. Matthew impiega diciassette scodelle d’acqua amplificate, poste al centro del palcoscenico e illuminate da sotto in modo da formare una croce, come metafora della vita di Cristo: l’opera comincia infatti col battesimo e finisce quando l’acqua evapora in cielo a immagine della resurrezione. È indubbio il fascino sonoro e la bellezza delle musiche, oltre alla piena aderenza al senso del Vangelo. Ed è incredibile pensare che proprio dall’Oriente non cristiano sia nata una Passione di tale profondità di emozioni. È un’atmosfera trascendente, arcaicizzante e quasi atemporale che l’ha resa celebre e molto eseguita nel mondo.

Osvaldo Golijov (1960) è argentino di origine ebraica e mischia la tradizione occidentale con i ritmi del Sudamerica e i suoni della musica klezmer. La prima esecuzione della sua Passione scosse il mondo musicale e la sua edizione discografica ricevette il premio Grammy: risuona esotica, richiama più le feste nelle piazze dell’America latina che i tragici episodi biblici, ma risulta affascinante e al servizio del racconto in modo formidabile; è effervescente, ma riesce anche introspettiva e dolente al bisogno. Forse non è un capolavoro assoluto, ma il suo successo manifesta il grande paradosso dell’arte: lo specifico e il locale rimangono la più fertile fonte da cui scaturisce l’eterno e l’universale. Il punto di vista di Golijov è quello di un outsider – un compositore ebreo che si dedica alla quintessenza del rituale cristiano, un emigrato latino-americano che reclama una tradizione eurocentrica – ma dà vita a una musica di grande forza e immediatezza. La sensibilità “popolare” permette un’appropriazione del senso più profondo dei vangeli che non era facile da prevedere.

Sofia Gubaidulina (1931) è di gran lunga la più celebre dei quattro. Metà russa e metà tartara, è l’unica di questi ad essere credente e la sua Passione è infatti profondamente inserita nella tradizione della Chiesa ortodossa. È opera monumentale, richiede un’orchestra enorme e l’autrice la considera la sua opera maggiore. Il testo rende evidente l’enciclopedica conoscenza delle Scritture, della teologia e delle icone russe, come anche l’interesse per il simbolismo; è tanta però la cultura richiesta e la complessità della struttura che il tutto risulta alla fine indigesto. Il risultato, anche per il lunghissimo testo fatto di frammenti di citazioni, è una musica lenta e cupa che si affossa per la sua stessa intensità. Vale la pena ascoltarla, vale la pena conoscerla. Sentirla tutta di seguito in concerto è estenuante.

Una piccola riflessione personale. È interessante che i due artisti più accreditati – Rihm e Gubaidulina –, con alle spalle tradizioni di musica sacra secolari, pur agli antipodi come atteggiamento religioso, risultino i più appesantiti dalle proprie convinzioni personali e meno riescano a comunicare all’ascoltatore la bellezza dell’amore del Cristo crocifisso. La semplicità del Vangelo è soffocata in loro da un intellettualismo arido e decadente. Le tradizioni nuove più libere da preconcetti e irrigidimenti dogmatici – atei o clericali poco importa – risultano invece le più capaci di accogliere il senso originale dei Vangeli, testi che nascono dal desiderio di comunicare – nell’insieme inscindibile di narrazione ed emozione – la grandezza divina e la profonda umanità del Dio Crocifisso. La freschezza e il calore della vita umana si assapora ormai fuori dell’Europa. Per capire il Crocifisso ci vuole un cuore nuovo, che non appartiene più allo stanco e disilluso occidente. È triste per noi, ma riempie di speranza il cuore pensare che per assaporare la bellezza del cristianesimo dobbiamo rivolgerci a chi la fede in Cristo forse ancora non ce l’ha, ma crede ancora negli uomini e nella vita.

 

Serenella

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  1. Vorrei ricordare la “Passione secondo Luca”del compositore polacco Penderecki.Del 1966 non proprio recentissima ma scritta con un linguaggio atonale e quindi contemporaneo.

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