La polemica di De Lucia: “Italo Insolera è stato ignorato dalla Roma istituzionale”

Nelle opere del grande urbanista scomparso la spiegazione dell’amara constatazione di chi gli è stato amico e collaboratore
di Aldo Pirone - 5 Settembre 2012

“Ha dedicato a Roma gran parte dei suoi studi, ma la Roma istituzionale non l’ha mai ricambiato”. Così, il 28 agosto 2012, notava amaramente l’urbanista Vezio De Lucia ricordando l’amico Italo Insolera scomparso il giorno prima.

La notazione era amara ma anche retorica. Perché mai la Roma istituzionale avrebbe dovuto ricambiare l’illustre maestro? Per avere risposta basta leggere i suoi studi e i suoi scritti, uno per tutti: “Roma moderna” pubblicato da Einaudi editore nel 1962 e arrivato, lo scorso anno, alla quindicesima edizione. Il libro illustra la storia di due secoli di urbanistica romana da Napoleone in poi seguendo passo passo, amministrazione dopo amministrazione, regime dopo regime, l’espandersi a macchia d’olio della città sotto la spinta mai venuta meno della rendita speculativa.

Si comincia già, nell’ultimo scorcio del dominio papalino, con le speculazioni del cardinale De Merode, per poi proseguire con l’arrivo dei piemontesi che, cercando un nuovo ruolo per la capitale del Regno, la “terza” Roma vagheggiata da Mazzini dopo quella antica e quella cristiana, lo trovano nella funzione burocratica e accentratrice dello stato unitario appena nato. Il Papa, rinchiuso in Vaticano, è in guerra con il governo italiano per via dei bersaglieri a Porta Pia, ma il “non expedit” non impedisce a papalini e piemontesi, auspice la Banca romana da una parte e la Società generale immobiliare dall’altra, di marciare insieme nell’edificazione speculativa della città.

Gli uni e gli altri non vogliono le industrie nella capitale. Gli operai, gente turbolenta, sono in fermento cominciano ad organizzarsi e a lottare per non lavorare tredici ore al giorno e morire di tubercolosi, per avere un salario decente, una pensione per la vecchiaia che, del resto, dura assai poco. Scioperi e manifestazioni sono da evitare in radice. Le bandiere rosse è meglio non vederle per le strade dell’urbe. Gli unici operai ammessi nella capitale, ma perché non se ne può proprio fare a meno, sono gli edili. Ma senza industria e solo di burocrazia Roma non vive. La sua unica risorsa, il suo petrolio, è il suolo da edificare. Ce n’è tanto dentro le Mura aureliane, ma ancora di più nell’agro romano desolato e per gran parte malarico.

La prima espansione avviene dentro l’antico pomerio e poco più in là: nascono i quartieri di Ludovisi, Esquilino, Prati, Pinciano. Sparisce la corona di ville storiche e bellissime che dentro e fuori le mura va da porta S. Giovanni a Porta del Popolo. La “febbre edilizia” di quegli anni basata sulle cambiali sfocia nel 1888 in una crisi improvvisa. Il credito cartaceo cresciuto a dismisura crolla e con esso i cantieri edili. E con tutti e due viene giù anche la Banca romana che li aveva foraggiati, insieme a noti politici del tempo, stampando moneta falsa.

E’ la prima e primitiva crisi finanziaria in cui si fondono speculazione edilizia e speculazione bancaria. Non ci sono i sofisticati “derivati” di oggi bensì solo cambiali, ma il risultato è il medesimo: recessione. Dopo qualche anno si riprende a galoppare.

Ernesto Nathan, massone e mazziniano, espressione della sinistra dell’epoca, eletto sindaco nel 1907 tenta col Piano regolatore del 1909 di arginare la speculazione, ma non la ferma. Ci si interrompe di nuovo per la grande guerra che ci regala, insieme alle terre irredente e a 600.000 caduti, anche il fascismo. E con il fascismo la corsa prosegue senza preoccupazioni. Arrivano gli sventramenti del centro medievale i cui abitanti vengono mandati in esplorazione in aperta campagna a colonizzare le prime borgate: Quarticciolo, Primavalle, Pietralata, Tiburtino, Gordiani, Tufello ecc.

Le direttive di espansione dettate da Mussolini sono, per usare le sue tristi parole, categoriche e impegnative per tutti e partono dalla compiaciuta constatazione che “Diecine di quartieri sono sorti alla periferia della città che ha lanciato – dice in un famoso e succinto discorso il 31 gennaio del 1925 al governatore di Roma (i sindaci e i consigli comunali eletti dai cittadini divenuti ingombranti sono stati aboliti) – le sue avanguardie di case verso il monte salubre, verso il mare riconsacrato”. Anche lui parla di una Terza Roma che “si dilaterà sopra altri colli, lungo le rive del fiume sacro, sino alle spiagge del Tirreno”. E’ la retorica romaneggiante a copertura dell’espansione speculativa che però, malgrado tutto, ci lascia il non disprezzabile quartiere Eur.

Adotta Abitare A

Ormai le Mura di Aureliano sono alle spalle insieme all’antico conflitto con il Vaticano sanato dal Concordato del 1929 i cui indennizzi milionari la Santa Sede utilizzerà per acquisire la Società generale immobiliare fondata dai piemontesi nel 1862. Ci si lancia con il cemento in tutte le direzioni seguendo le antiche vie consolari e medievali verso l’agro romano. Poi ci si interrompe di nuovo per un’altra guerra mondiale più dura e devastante della precedente. La combattiamo dalla parte sbagliata e la perdiamo malamente, in compenso, grazie al sussulto di dignità nazionale prodotto dalla Resistenza partigiana e dalla guerra di Liberazione nazionale, ci guadagniamo il ritorno alla democrazia e la Repubblica. Ma il segno dello sviluppo della città non cambia.

Le classi dominanti sono sempre quelle. Il generone romano non molla, non molla il Vaticano con la sua Società generale Immobiliare, non mollano i Gerini, i Torlonia, i
Chigi, i Vaselli e via speculando.

E’ un altro “sacco di Roma” che Insolera descrive dettagliatamente. A dominare il secondo dopoguerra e il susseguente boom economico che ci fa entrare nel club dei 5 paesi economicamente più avanzati è la figura del “palazzinaro”. I sindaci sono democristiani: Rebecchini, Cioccetti, Petrucci, Darida. Nascono i grandi quartieri intensivi di periferia: distese di palazzoni anonimi, senza servizi e senza funzioni. Solo con l’arrivo delle prime giunte di sinistra e dei sindaci comunisti Argan e Petroselli sembra invertirsi la tendenza. Prende corpo il grande progetto del Parco dei Fori e dell’Appia antica, il grande cuneo verde, storico e archeologico, che dovrebbe dal Campidoglio ai Castelli romani rappresentare la spina dorsale della città.

Dall’altra si pensa a riqualificare le Periferie, dopo aver eliminato le vecchie borgate e i borghetti di baracche malsane accampati lungo i valli ferroviari e sotto gli archi degli antichi Acquedotti e condotto una gigantesca opera di risanamento della città abusiva che nel frattempo era cresciuta al di là del GRA. Con il progetto Sdo, già delineato col nome di Asse attrezzato dal Prg del ’65, si prova a trasferire la direzionalità che soffoca da sempre il centro storico nella periferia orientale senza qualità e senza funzioni. Dura poco. Con la morte prematura di Petroselli, con cui Insolera collabora – altri uomini, altre sensibilità istituzionali, altre visioni del bene comune – tutto si arena.

Si torna all’antico.Tangentopoli si abbatte anche sulle giunte di pentapartito romane Dc-Psi-Psdi-Pri-Pli. Scompaiono i vecchi partiti, ne sorgono di nuovi e nuovissimi non privi di robusti riciclaggi. Arrivano Rutelli e Veltroni con nuove aggregazioni di centrosinistra. Si fanno strada anche nuovi “palazzinari”: Caltagirone, Bonifaci, Parnasi, Scarpellini ecc..

Cambiano i musicanti ma lo spartito dello sviluppo della città è sempre lo stesso: espansione, espansione, espansione. L’esecuzione musicale dei politici centrosinistri però è più raffinata. Si cerca di coprire con annunci mediatici di segno ecologico-ambientalista la pressione speculativa a cui ci si arrende quasi subito, inventando all’uopo nuove formule urbanistiche: compensazione, diritti edificatori, accordo di programma. E’ il “pianificar facendo” rutelliano che, per esempio, cancella 1.800.000 mc a Tor Marancia compensandoli moltiplicati a 5.200.000 mc a Tor Pagnotta e in altre parti della città.

Ci si inventa un nuovo PRG che, come quelli precedenti del 1883-1909-1931-1965, da una parte accompagna gli appetiti speculativi e dall’altra fallisce nei suoi intenti di trasformazione policentrica della città: le famigerate 18 centralità urbane diventate catini da riempire con tutto meno che con funzioni pregiate. Intanto la città è divenuta metropoli non per la qualità del vivere urbano ma solo per la grandezza della sua estensione i cui simboli di modernizzazione sono i grandi centri commerciali, ben 36, che la punteggiano; sempre più grandi, sempre più sfarzosi. Di questa stagione Insolera salva solo due cose: le iniziative culturali-museali con l’apertura di nuovi spazi da Palazzo Barberini a Palazzo Massimo, da Palazzo Altemps all’Antiquarium palatino che potenziano il turismo culturale della città e il tentativo di Walter Tocci vicesindaco di Rutelli di affrontare i gravi e cronici problemi del traffico e della mobilità cittadina con la famosa “cura del ferro”: il potenziamento del trasporto pubblico sul ferro.

La continuità in peggio viene assicurata dalla destra di Alemanno che conquista una città debilitata dal cosiddetto “modello romano” di invenzione veltroniana. Il centrodestra moltiplica i progetti cubatori e avvia un florido mercato con i soliti noti palazzinari. Per qualsiasi cosa serva alla città ci si rivolge al privato a cui si offrono aree da edificare o cubature da densificare. La città pubblica già ridotta a malpartito è sommersa dagli interessi privati. Si pensa di coprire la incapacità di governo rilanciando i grandi eventi: Olimpiadi e Formula uno all’Eur. Ma il Sindaco Alemanno non è fortunato. Gli dicono di no. Poi ci si mettono pure il maltempo, neve e pioggia, anzi neve che il Sindaco scambia per pioggia, l’insicurezza punteggiata da delitti efferati e gli scandali che investono la sua giunta: l’amministrazione affonda.

Negli ultimi capitoli del suo libro Insolera l’ultimo ventennio non solo lo descrive ma lo sferza criticando a fondo il malfatto e il malgoverno dei politici di turno e indicando sempre l’alternativa possibile per fare di Roma una città moderna. E allora, per tornare alla chiosa iniziale di De Lucia, perché i responsabili politici e istituzionali di siffatte politiche avrebbero dovuto ricambiare Insolera? Lui amava Roma, mica la rendita fondiaria.

Nell’ultimo capitolo di “Roma moderna” Insolera ci lascia per un futuro diverso un’indicazione insieme ad una speranza. L’indicazione è quella di trovare la modernità dell’urbe innanzitutto nella valorizzazione della sua storia con la creazione finalmente del grande Parco storico, archeologico, ambientale dei Fori e dell’Appia antica dal Campidoglio ai Castelli romani con tutto ciò che ne conseguirebbe per la trasformazione di Roma in alternativa all’espansione continua; la speranza è nel futuro di grande metropoli multietnica, multiculturale e multireligiosa che per forza di cose sta diventando la nostra città sotto la spinta della nuova immigrazione indotta dalla globalizzazione. Un processo che andrebbe governato e non lasciato alla spontaneità.

Queste due cose potrebbero veramente delineare la “Roma moderna”: il recupero dell’urbe antica e di quella cristiana in una sintesi nuova di storia e cultura dentro una nuova universalità.


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