La questione libica

Errori e malintesi nella storia
Ettore Visibelli - 7 Aprile 2019

Sul mar che ci lega – coll’Africa d’or
La stella d’Italia – ci addita un tesor…
Tripoli,   bel suol d’amore,
ti giunga dolce questa mia canzon…

Quando in Italia si osannava alla presa della Tripolitania, della Cirenaica e si celebrava cantando la magia, in chiave ardente e melodica della sua capitale, non si è fatto abbastanza per mettere a punto le trivelle escavatrici che avrebbero permesso lo sfruttamento del petrolio di cui era ricco il territorio. Ma quel periodo non posso ricordarlo perché non ero ancora nato.

Quando, bambino, ricordo, invece, di aver sentito cantare per le strade, la versione ironica nella quale era stato mutato il ritornello (…Tripoli, la pastasciutta, la mangio tutta a costo di scoppiar…) probabilmente, il sogno della quarta sponda era già svanito con la conquista della Libia, nel 1943, da parte dell’esercito britannico, durante la seconda guerra mondiale.

Prima protettorato inglese, poi federazione governativa sotto il Re Idris, nel 1953 l’intero insieme delle sue provincie prese il nome di Regno di Libia, dove le grandi sorelle internazionali, che si dividevano lo sfruttamento del petrolio, continuarono ad affannarsi nell’estrarre l’oro nero stabilendo di dividerne i proventi con la Libia, al 50%.

Nel 1969, un colpo di stato militare, pare coordinato dall’Egitto tramite ufficiali nasseriani, deposero il re insediando Gheddafi al potere.

Gradatamente, l’Italia fu protagonista di un comportamento nebuloso, nel quale intrattenne col dittatore libico un rapporto fatto di amore e odio – se vogliamo chiamarlo così – nel quale, se internazionalmente era allineata con le posizioni occidentali che lo ritenevano il male assoluto, dall’altra non ha mai cessato di intrattenere con Gheddafi un comportamento collaborativo, per gli interessi in campo energetico stabiliti nell’era Mattei.

Il dittatore, che soffriva di problemi artrosici alla colonna, era in cura presso Il Centro Traumatologico di Careggi a Firenze, aeroporto dove atterravano privatamente i suoi sanitari per prelevare al mattino gli specialisti ortopedici italiani, riportati a casa, da Tripoli in giornata, dopo la visita effettuata all’insigne paziente.

Poi, nel 1980, piomba tra capo e collo dell’Italia la tragedia di Ustica, dove ormai si dà per scontato il fallito attentato a Gheddafi, mancato in volo all’appuntamento, dove era atteso da aerei militari occidentali, per una soffiata sulla quale regna ancora un velo di mistero e riservatezza.

Negli anni ’90, una indiscrezione, non confermata, indica nel padre del Colonnello un italiano, di cui lo stesso era consapevole. Notizia che, se vera, rafforza il suo amore e odio per l’Italia.

Poi la sua visita a Roma nel 2009, con tenda a Villa Pamphili, tra hostess, amazzoni e Corano, terminata col baciamano di Berlusconi.

Infine, l’attacco alla Libia, condotto dalla Francia di Sarkozy nel 2011, per travolgere Gheddafi e la sua dittatura, al quale non si sottrae ancora una volta il nostro governo, a guida Berlusconi,  come per sottolineare – se ce ne fosse bisogno – il comportamento mistificante e contraddittorio, troppe volte mantenuto nella storia dai governanti italiani, contribuendo al caos successivo al crollo della dittatura in Libia.

Oggi una nuova guerra civile bussa alle porte di Tripoli, protagoniste le due fazioni che da tempo si fronteggiano. Ancora una volta c’è da chiedersi quale posizione prenderà l’Italia del governo antisistema gialloverde – ossia scuregiallo – finora pressoché assente in politica estera, nei confronti di questo nuovo, ma non imprevisto, scenario che ci tocca molto da vicino: approvvigionamento energetico, commesse, migranti, equilibrio di forze nel mediterraneo.

C’è solo da augurarsi il non ripetersi di nuovi errori, come quelli commessi indiscutibilmente, ahimè, sotto gli occhi della storia.

 

Ettore Visibelli


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