La tecnologia peggiora i rapporti in famiglia

Più del 30% dei 10.000 ragazzi intervistati tra i 10 e i 21 anni dichiara di non fare nessuna attività insieme ai genitori a causa delle distrazioni digitali
Redazione - 21 Novembre 2019

È uno dei dati emersi dalla ricerca “Mi ritiro in rete” promossa dall’Associazione Nazionale Di.Te. in collaborazione con il portale Skuola.net: più del 30% dei 10.000 ragazzi intervistati tra i 10 e i 21 anni dichiara di non fare nessuna attività insieme ai genitori a causa delle distrazioni digitali.

“Mi ritiro in rete”: questo il nome della ricerca condotta dall’Associazione Nazionale Di.Te. (Dipendenze tecnologiche, Gap, Cyberbullismo) in collaborazione con il portale Skuola.net che ha intervistato 10.000 ragazzi di età compresa tra i 10 e i 21 anni, presentata il 23 novembre nell’ambito della 3a Giornata Nazionale sulle dipendenze tecnologiche e il cyberbullismo che quest’anno si terrà a Milano, nella sala dell’Auditorium Gaber di Palazzo Pirelli.

Uno dei primi segnali che emerge dall’indagine è che la tecnologia sottrae tempo alle attività da condividere con i familiari, come cucinare, fare sport, giocare o studiare insieme: a sostenerlo è più del 30% del campione (31,83%, più di 1.800.000 adolescenti se rapportato ai dati nazionali). «I mezzi tecnologici consumano le nostre risorse ed energie. Anche i genitori sono ipercoinvolti da questi strumenti, non solo i ragazzi. Il nostro cervello, che è una sorta di computer naturale, ha una capacità di attenzione, di risposta agli stimoli e di memoria limitata. Se siamo assorbiti dagli input dei device e dalla rete, presteremo poca attenzione al resto. Anche ai figli. La cosa è evidente a tutti, basta andare in un ristorante o in un centro commerciale per notare scene di genitori e figli seduti allo stesso tavolo con gli occhi rivolti sul loro smartphone, piuttosto che intenti a chiacchierare. E’ una nuova forma di miseria: la povertà di banda, ovvero la carenza di attenzione dovuta all’uso costante delle nostre risorse cognitive», premette Daniele Grassucci, direttore e co-founder di Skuola.net. Quali sono le conseguenze di queste mancate interazioni? «Ci stiamo privando di due aspetti importanti della crescita: l’esperienza e il ricordo. Le due chiavi che ci hanno permesso di evolvere negli anni. Con l’avvento della tecnologia, soprattutto con l’arrivo degli smartphone, abbiamo optato per fare più esperienze digitali che reali, affidando i ricordi agli album archiviati nelle memorie dei cellulari, la memorizzazione delle password a un’app, giusto per fare qualche esempio. I figli, oltre a fare poche esperienze con i genitori, conoscono pochissimo della storia delle loro radici. E questo non aiuta a creare legami profondi», spiega Giuseppe Lavenia, psicologo, psicoterapeuta e presidente dell’Associazione Nazionale Di.Te.

Che ci siano pochi legami profondi, lo conferma il 5,91% del campione (quasi 350.000 ragazzi se rapportato alla popolazione generale), dichiarando di non avere amici nella vita reale, il 13,28% (766.000 ragazzi) è convinto che i suoi veri amici siano quelli che frequenta online e non quelli che ha offline. Il 9,31% (più di 537.00 giovani) preferisce giocare online piuttosto che uscire. «Sentire di non avere amici nella vita reale può condurre all’isolamento sociale. Tema che non dobbiamo sottovalutare, anche perché molti ragazzi si sentono non adeguati, e come evidenzia la nostra ricerca, il 20,95% del giovani, ossia più di 1.200.000 ragazzi se rapportati ai dati nazionali, si sente dire dai genitori che non vale niente. L’adolescenza è una fase molto della delicata della vita: se facciamo poche esperienze, se non coltiviamo ricordi e memorie, e se le parole che riceviamo in questo momento di vita sono giudicanti e poco motivanti, allora il rischio è quello di rifugiarsi in luoghi considerati più sicuri e dove non ci si sente giudicati», aggiunge Lavenia.

Il tempo trascorso online non è certo il solo indicatore di una dipendenza, ma dice molto sulla voglia di fuggire da una realtà che non piace ai ragazzi. Quasi il 33% del campione, infatti, trascorre sullo smartphone 3-4 ore, il 12, 75% dalle 5 alle 6 ore e il 15,8% supera le 6 ore. Perlopiù, evidenziano i dati, il 14,35% degli intervistati dice che usa lo smartphone per 2-3 ore di notte. Il 41,85% dichiara che ha spesso difficoltà a dormire e il 4,11% dice che il suo riposo è poco ristoratore. Se poi gli si chiede in quanti riuscirebbero a stare senza smartphone per una giornata, il 26,96% dei ragazzi sostiene che non sarebbe in grado di superare questa prova. «I ragazzi usano il cellulare di notte soprattutto per parlare con altri coetanei attraverso gli strumenti di messaging. Questo fenomeno si chiama vamping, e ha anche ripercussioni sul rendimento durante la giornata. Se si dorme poco, o si riposa male, si è meno attenti, meno reattivi, meno capaci di esprimersi correttamente. Chattano di notte, molto spesso, perché durante il giorno sono impegnati in altre attività, non coltivano relazioni se non quelle virtuali durante le ore notturne. Questo ci deve far domandare dove sono i genitori, quanto chiedono ai figli di quella che è la loro giornata online. Gli adulti investono più sul futuro che sul presente dei ragazzi, in questo momento storico. Trasferiscono le loro preoccupazioni sui figli anziché valorizzare e fare emergere sempre di più il loro potenziale. Certo, non vale per tutti, ma tanti, anche inconsciamente, mettono in atto questo comportamento», osserva Lavenia.

Altro aspetto messo in luce dalla ricerca è che il 44,97% del campione (quasi 2.600.000 ragazzi, se rapportati ai dati nazionali) ha subito un atto di bullismo, mentre il 17,12% (più di 987.000 adolescenti) dichiara di averne compiuto uno. «Chi subisce un atto di bullismo, che è una forma di esclusione sociale, rischia di autoisolarsi. Il bullismo, infatti, è una delle motivazioni che porta all’autoreclusione. Stiamo diffondendo la cultura dell’esclusione, molto spesso sono anche i genitori a dare questo esempio, uscendo dalle chat di gruppo senza dare spiegazioni, o non dando risposte, o minimizzando le dichiarazioni di malessere dei figli, rispondendo con un “massì, perché dai importanza a quelle parole?”. I ragazzi, anche per questo, molto spesso non parlano delle situazioni che li hanno feriti. Non si sentono liberi di farlo. In più, non coltivando esperienze offline e la memoria legate alle proprie radici, non hanno legami profondi e non si sentono di esternare con altri ciò che provano», continua Lavenia. «Siamo fatti per gestire poche relazioni profonde, le relazioni virtuali per quanto i ragazzi possano ritenerle importanti, sono superficiali. Se si è abituati a parlare attraverso delle piattaforme, si perde il senso della corporeità, la dimensione dell’empatia viene meno e quando hanno bisogno di parlare in modo più intimo non sanno da chi andare. Tendono a chiudersi in se stessi. I bisogni evolutivi dei ragazzi, il passaggio dall’età adolescenziale a quella adulta richiede sempre gli stessi step di un tempo. I ragazzi non sono cambiati, sono cambiati i mezzi ed è cambiato il linguaggio comunicativo. C’è ancora troppa poca consapevolezza sui rischi a cui ci si espone. Bisogna fare cultura digitale, e sensibilizzare su questi aspetti sia in famiglia che nelle scuole», aggiunge Daniele Grassucci.

I giovani intervistati hanno anche fatto emergere un altro dato allarmante: il 96% di loro non si pente di aver scambiato con il partner o con un conoscente foto intime. «Non sono in grado di comprendere quanto sia pericoloso inviare le immagini del loro corpo. Non danno più valore al corpo e sono molto distanti dalla percezione del pericolo», sostiene Giuseppe Lavenia. Tra i 13 e i 15, infatti, scambia foto intime il 6% del campione, tra i 16 e i 18 anni lo fa il 17,1% dei ragazzi, tra i 19 e i 21 il 41,7% e sopra i 21 fa abitualmente sexting il 21,4% dei giovani. «Il sexting è una forma di comunicazione sempre più diffusa. Se prima la portante del linguaggio amoroso era la parola, ora è l’immagine. E i ragazzi la usano per dichiararsi, per mostrarsi. Prima lo si faceva nelle piazze, nelle vie del cosiddetto “struscio”, ci si faceva belli per essere seduttivi con chi ci piaceva, poi si è passati a scrivere messaggini, come tvtb, o dichiarazioni sui diari di scuola. Se prima il rischio era contenuto, tipo essere derisi dalla classe per essersi dichiarati, se si finisce in rete si è esposti a un pubblico più ampio è si può essere “marchiati a vita”. Questi dati devono farci riflettere, sono numeri altissimi, soprattutto sapendo che solo 1 ragazzo su 3 tra i 14 e i 25 anni è sessualmente attivo. Numeri davvero allarmanti, quindi. Se sono i minorenni a scambiarsi e conservare immagini, c’è anche il rischio di incorrere nel reato gravissimo di pedopornografia. Non solo, c’è il rischio di epiloghi drammatici, di avere traumi e conseguenze psicologiche che ci si porteranno dietro a lungo», afferma Daniele Grassucci.

 

Cosa si può fare per l’educazione sessuale dei giovani e per sensibilizzarli sui pericoli in cui potrebbero incorrere? «Far cadere i tabù. Gli adulti molto spesso non capiscono i nuovi linguaggi dei ragazzi, associano lo scambio di immagini intime alla pornografia. Ma questi fenomeni sono largamente diffusi, stanno diventando la regola, e non vanno lasciati al fai-da-te. Bisogna parlarne in famiglia e nelle scuole. Bisogna favorire la consapevolezza su questi temi, per sensibilizzare sui pericoli. Mi è capitato di leggere lettere di ragazzi che denunciavano di aver subito fenomeni e le parole più ricorrenti di chi si è visto diffondere la propria immagine intima in rete è: “Mi sono sentito morire”. Questi fatti, lasciano strascichi e conseguenze su tutti. Vanno prevenuti portando nelle scuole esempi, parole a testimonianza di quanto accaduto, utilizzando il linguaggio dei ragazzi», suggerisce Daniele Grassucci.

 


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