La terra dei fuochi, ormai copre l’Italia intera

Ettore Visibelli - 12 Dicembre 2018

Se già nel 1252, Papa Innocenzo IV dava inizio ai roghi degli eretici, bruciati in piazza al cospetto del popolo, giustamente la Chiesa può rivendicare lo smaltimento per incenerimento dei rifiuti. Tuttavia, di fronte allo gran rifiuto di Pietro da Morrone o, se preferite Celestino V, il suo successore, Bonifacio VIII, non avendo motivi validi per disfarsene tramite combustione, lo fece morire in discarica, stoccandolo, e lasciandolo decomporre per biodigestione naturale, nel castello di Fumone, sulle colline della Ciociaria.

Il metodo dell’incenerimento dei rifiuti umani, in quanto giudicati eretici e quindi indegni di partecipare al consesso dei battezzati in linea con la dottrina cristiana, fu ritenuto allora la forma più adatta per liberarsi di ciò che non solo è ritenuto inutile, quanto in aggiunta tossico e nocivo, per il cattivo esempio offerto ai fedeli devoti.

Questo nel corso della storia, dal medioevo fino all’era moderna, bruciando, senza troppo riguardo per la tutela dell’ambiente, quanto di combustibile fosse ritenuto un rifiuto, eretico o ingombrante, allo scopo di liberarsene, fare pulizia, o per ricavarne una fonte di energia termica.

Poi, con il procedere del progresso, con gli studi più progrediti nell’individuazione degli inquinanti, dannosi per la salute degli esseri viventi – animali e piante – e, alla lunga, di tutto l’ecosistema, la combustione in generale è stata demonizzata – direi a prescindere – soprattutto dai mezzi d’informazione scandalistici, rendendola invisa e inaccettabile alle comunità, informazione che, da Seveso in poi, ha accomunato la diossina, sempre in prima fila, all’inceneritore, come causa di tumori e di altri danni alla salute. Al contrario, in molte parti dell’Europa l’inceneritore dei rifiuti funge da generatore di energia pubblica e convive con la comunità che gli ruota attorno, senza ingenerare timori per la salute. Perché? Perché hanno fiducia nella progettazione e nella  gestione di chi lo fa funzionare e altrettanta in chi controlla che ciò sia fatto secondo le dovute regole.

Da noi no. Non è così. Il timore per l’inceneritore – o termovalorizzatore, per ridargli onorabilità – è nei confronti proprio di chi lo progetta, di chi lo gestisce, nel controllore che sorveglia il gestore e nel corretto impiego dell’energia che esso genera.

Ed ecco allora che i rifiuti entrano nei capannoni di stoccaggio, ma non possono uscirne per un corretto trattamento, mancando l’impianto idoneo per trattarli adeguatamente, indirizzandoli al riutilizzo, alla trasformazione ed, infine, alla combustione di ciò che residua, con recupero di energia.

Accade allora che i timori della piazza si trasformano in realtà nei molti incendi, sostanzialmente dolosi, di quei capannoni che li contengono, strapieni di tutto e di più, come sta accadendo da noi, mentre si continua a parlare della terra dei fuochi, in Campania e zone limitrofe, senza prendere coscienza che la terra dei fuochi copre ormai l’intera penisola. Basta fissare l’attenzione sul censimento degli incendi che hanno devastato e continuano a devastare l’ambiente e la salute di quei cittadini che temono la diossina come il lupo mannaro, identificando in lei la paura per gli altri innumerevoli inquinanti pestilenziali che si generano ad ogni incendio dei centri di stoccaggio (dal 2014 ad oggi, secondo le stime più aggiornate, ben 26 impianti hanno preso fuoco nella sola Lombardia: troppi, per essere accidentali) capannoni, magari, dotati di tutte le certificazioni necessarie e debitamente controllate per detenere rifiuti di ogni genere, rifiuti che non sanno, alla fine, dove andare a concludere la loro esistenza.

Ieri è toccato anche a Roma, nel quartiere Salario, a non molta distanza dal centro abitato. Gli abitanti della zona si lamentavano da tempo dell’impianto e delle esalazioni tossiche, o comunque fastidiose, per coloro che le inalavano. Ora la vox populi mormora, mettendo in fila due più due, quanto sia possibile, anzi certo, che un bel rogo non fosse distante dalla soluzione più semplice del problema.

Se verrà accertato il dolo, rimarrà ancora da risolvere chi possa aver avuto la bella pensata. Stabilirlo sarà compito degli inquirenti.

Resterà, comunque, da risolvere un problema, quello del consenso a convivere in prossimità del rifiuto, a patto che le autorità preposte garantiscano la tecnologia più avanzata per il trattamento e la sua corretta gestione, come accade in molte aree europee e in qualche sporadica entità nazionale. Perle rare, le nostre, da prendere ad esempio, affinché termini lo stillicidio dei centri di stoccaggio in fiamme, molto più nocivi alla salute, di quanto non possano esserlo i microinquinanti, dal camino di un termovalorizzatore (nella foto quello di Brescia) ben progettato e correttamente gestito.

Ettore Visibelli


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