L’addio a Pietro Ingrao

Mercoledì 30 settembre una piazza gremita ha salutato il politico morto all'età di cento anni
di Gabriele Cruciata - 1 Ottobre 2015

Montecitorio, mercoledì 30 settembre ore 10:30

Manca ancora mezz’ora all’inizio dei funerali di Pietro Ingrao, ma la piazza si inizia già a riempire. C’è un cordolo di sicurezza che impedisce l’accesso in prossimità della Camera dei Deputati. Al centro dell’area sicura un palco con delle sedie, mentre nella piazza si intravedono le prime bandiere rosse. Ci sono quelle dell’Altra Europa con Tsipras, quelle di Rifondazione Comunista, quelle della CGIL e quelle del PCI, a ricordare le tappe della storia recente della sinistra italiana. In piazza soprattutto anziani e persone di mezz’età, anche qualche giovane. Sul palco arrivano le autorità. C’è Sergio Mattarella, ci sono Matteo Renzi, Pietro Grasso, Laura Boldrini, Marianna Madia e Giorgio Napolitano; si intravedono alcuni parlamentari (Civati, Di Maio).

Ore 11 circa

Arriva il feretro, portato in spalla dai commessi della Camera e accompagnato dai familiari. Scatta l’applauso della piazza, e subito dopo una giungla di pugni alzati intona “Bandiera rossa” e “Bella ciao”. La piazza si scalda, qualche lacrima scende. C’è chi urla “Viva il socialismo!”. Le bandiere della Camera sono esposte a mezz’asta, mentre per prima prende la parola Laura Boldrini: “Per Ingrao era fondamentale la centralità del Parlamento e la partecipazione dei lavoratori e dei cittadini alla attività pubblica. Anche oggi i cittadini devono far sentire ogni giorno la propria voce”. Le fanno seguito le testimonianze di Alfredo Reichlin, la figlia Renata, la nipote Gemma, Don Ciotti ed Ettore Scola. Tutti ricordano Ingrao come un uomo retto e colto, che “ha servito la politica senza servirsene”.

Secondo Don Ciotti “Di Ingrao colpiva il candore, l’autenticità, la capacità di stupirsi e interrogarsi. Non aveva bisogno di fingere, di sedurre, di mostrarsi diverso da quello che era”. Nel corso della cerimonia vengono lette alcune poesie scritte dallo stesso Ingrao. Non manca la lettura del celebre passo della sua autobiografia in cui racconta di quel celebre “Io voglio la luna”. La piazza ricorda Ingrao come un uomo complesso, intelligente e interamente dedito alla politica.

Il feretro abbandona Montecitorio immerso in un mare di bandiere rosse e pugni chiusi. La salma di Ingrao viaggia lenta verso Lenola – dove verrà seppellita – mentre la piazza intona, ancora una volta, “Bella Ciao”.

Partigiano, politico e giornalista. La figura di Pietro Ingrao è stata complessa e a tratti contraddittoria. Nato nel 1915 a Lenola, inizia l’attività antifascista all’inizio della Seconda Guerra Mondiale, dopo essere stato iscritto al Gruppo Universitario Fascista. Dopo la caduta del Fascismo diventa un riferimento della sinistra: siederà in Parlamento dal 1950 al 1992, divenendo il rappresentante dell’ala sinistra del PCI. Votò a favore dell’espulsione dei dissidenti di sinistra del Manifesto. Tra il 1976 e il 1979 fu Presidente della Camera, primo comunista a ricoprire questo ruolo. Tra il 1947 e il 1957 fu direttore de L’Unità: fu lui ad attaccare in chiave filosovietica la rivoluzione ungherese nel ’56.
Oltre all’attività politica e giornalistica, di Ingrao si ricordano le poesie e i saggi. Muore all’età di cento anni, dopo circa un ventennio passato lontano dai riflettori.


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