L’alternativa nomade di Bruce Chatwin

“Anatomia dell’irrequietezza” e “Che ci faccio qui?”: due strani libri per chi ama viaggiare
di Francesco Sirleto - 10 Ottobre 2012

… impararono le vie delle stelle, le usanze del vento e dell’uccello, le profezie delle nubi del sud e della luna clonata. Furon pastori di bestie selvagge, saldi sul cavallo del deserto domato al mattino, lesti a prendere al laccio, marchiatori, mandriani, uomini che servivano nella polizia, talora banditi; qualcuno, quello che si ascoltava, fu il payador. Cantava senza fretta, perché l’alba tarda a far chiaro, e non alzava la voce. C’era chi uccideva il giaguaro; avvolto nel mantello il braccio sinistro, il destro affondava il coltello nel ventre dell’animale, alto nel balzo. Il dialogo lento, il mate e le carte furono le forme del loro tempo. A differenza di altri contadini, erano capaci d’ironia. Erano pazienti, casti e poveri …” (J. L. Borges, “Gauchos”).
Se si fosse almeno un indiano, subito pronto e sul cavallo in corsa, torto nell’aria, si tremasse sempre un poco sul terreno tremante, sinché si lasciavano gli sproni, perché non c’erano sproni, si gettavano via le briglie, perché non c’erano briglie, e si vedeva appena la terra innanzi a sé come una brughiera falciata, ormai senza il collo e la testa del cavallo!” (F: Kafka, “Desiderio di diventare un indiano”).

Ho scoperto, soltanto l’estate scorsa, lo scrittore archeologo e critico d’arte inglese Bruce Chatwin, nato nel 1940 e morto, neanche cinquantenne, nel 1989. Ho letto, in pochissimo tempo e come ossessionato dall’impetuoso e cinico fluire del residuo tempo che forse mi rimane, due suoi libri, entrambi pubblicati in italiano da Adelphi: “Che ci faccio qui?” (1988) e il postumo “Anatomia dell’irrequietezza (1996).

Ho capito, leggendo i diversi saggi e racconti e interviste che compongono le circa 660 pagine che, unite insieme, rappresentano l’omogeneo contenuto dei due libri, che la vera natura dell’uomo, per Chatwin, non risiede nello starsene quieto in uno spazio ben delimitato da riconoscibili confini (una stanza, una casa, un quartiere, un paese, una città), bensì nell’irrequieto vagabondare, viaggiare, muoversi, esplorare che caratterizza l’esistenza dei nomadi, intesi sia come singoli che in quanto tribù e popoli.

Parafrasando Pascal, e capovolgendo il significato di uno dei suoi più famosi pensieri (Pensées), si può dire che all’infelicità l’uomo può far fronte soltanto con il movimento: “Notre nature est dans le mouvementLa seule chose qui nous console des nos misères est le divertissement” ; «divertissement», dunque, che solo con ingenuità o leggerezza si può tradurre nella parola italiana "divertimento”. Il termine più adeguato è “cambiamento” o mutamento, qualcosa che può avvenire o nello spazio geografico, o nel tempo storico; scrive Chatwin: “… cambiare ambiente e avvertire il passaggio delle stagioni nel corso dell’anno stimola i ritmi cerebrali e contribuisce a un senso di benessere, di iniziativa e di motivazione vitale. Monotonia di situazioni e tediosa regolarità d’impegni tessono una trama che produce fatica, disturbi nervosi, apatia, disgusto di sé e reazioni violente. Nessuna meraviglia, dunque, se una generazione protetta dal freddo grazie al riscaldamento centrale e dal caldo grazie all’aria condizionata, trasportata su veicoli asettici da un’identica casa o albergo ad un altro, sente il bisogno di viaggi mentali e fisici, di pillole stimolanti o sedative, o dei viaggi catartici del sesso, della musica e della danza. Passiamo troppo tempo in stanze chiuse”.

Muoversi quindi, viaggiare, camminare, migrare, seguire il corso delle stelle e il ritmo ciclico delle stagioni, comprendere che i grandi cambiamenti della storia (le rivoluzioni, parola che designa sia i rivolgimenti politici che il moto perenne dei pianeti) sono frutto della natura o essenza dell’umanità, natura solo in parte celata e tenuta a freno dall’imposizione, molto spesso violenta, prima dell’agricoltura stanziale, nemica giurata dei pastori nomadi, poi della civiltà urbana. Quest’ultima – fa notare Chatwin – relativamente giovane (le prime città appaiono soltanto verso la fine del IV millennio a. C.), se raffrontata alle decine di migliaia di anni trascorsi dall’apparizione del primo “homo sapiens” sulla superficie terrestre.

La tendenza al viaggio, una sorta di struttura trascendentale, o forma a priori kantiana, ineliminabile nella natura dell’uomo, ha consentito non solo lo sviluppo tecnico e l’accumulazione del capitale, così come i cambiamenti politici, ma anche le sublimi creazioni artistiche dei più grandi geni dell’umanità: cosa sono infatti l’Odissea, L’Eneide, l’Esodo, la Divina Commedia, l’Orlando Furioso, Gulliver, l’Ulisse joyciano e tanti e tanti altri libri, celebri e meno celebri, se non cronache di viaggi intrapresi al solo scopo di inseguire “…virtute e canoscenza”?

Si sa che, spesso, tali cronache sono prodotte dalla fantasia di autori che, incapaci di muoversi fisicamente da casa o dal posto di lavoro, hanno trovato il loro unico “divertissement” nell’immaginare viaggi avventurosi e fantastici (penso a Borges e al suo banale e ripetitivo incarico presso la Biblioteca Nazionale di Buenos Aires, penso a Kafka e al suo squallido impiego di procuratore presso la filiale praghese delle Assicurazioni Generali di Trieste).

A tale proposito, tra le innumerevoli citazioni in cui ci si imbatte leggendo le pagine di Chatwin, ve n’é una relativa ad un altro grande viaggiatore della mente: Marcel Proust. “La materia prima dell’immaginazione di Proust furono le due passeggiate intorno alla cittadina di Illiers, dove egli trascorreva le vacanze con la famiglia. Queste passeggiate diventarono poi la strada di Méséglise e la strada dei Guermantes nella Recherche du temps perdu. Il sentiero di biancospino che portava al giardino di suo zio diventò un simbolo della sua innocenza perduta … e più tardi, imbottito di caffeina e di veronal, si trascinava dalla sua stanza con le imposte serrate in rare escursioni in taxi a vedere i meli in fiore, tenendo i finestrini ben chiusi per non essere sopraffatto dal loro profumo”.

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Ma è soprattutto dai “ritratti” che Chatwin dedica a personaggi – in genere intellettuali: scrittori, pittori, architetti, scienziati – che hanno lasciato un’impronta indelebile nella storia della cultura del XX secolo, che rifulge la sua solida scrittura, sviluppata nutrita e affinata da un vasto e articolato patrimonio di letture e di incontri effettuati nel corso dei suoi moltissimi viaggi in giro per il mondo: lo scrittore e politico francese André Malraux, il filosofo tedesco Ernst Juenger, la poetessa russa Nadezda Mandel’stam, l’architetto russo Konstantin Mel’nikov, la matematica tedesca Maria Reiche (colei che trascorse circa quarant’anni della sua vita a studiare, in Perù, il monumento archeologico conosciuto come “linee Nazca”), il regista tedesco Werner Herzog, al quale Chatwin, dopo aver concesso i diritti per la trasposizione cinematografica del suo libro “Il viceré di Ouidah” sulla vita di un celebre mercante di schiavi, fece anche da consulente durante la lavorazione del film in Ghana, e tanti altri. Personaggi nei quali, probabilmente, Chatwin ritrovava le medesime stimmate che, a suo avviso, caratterizzavano se stesso: le stimmate tipiche del nomade.

Bruce CHATWIN, Anatomia dell’irrequietezza (Adelphi, Milano 1996); Che ci faccio qui? (Adelphi, Milano 1990)


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