L’astensione delle periferie: un grido di allarme che non può essere più ignorato

Senza, da subito, interventi concreti ed efficaci temiamo che i cittadini delle periferie romane continueranno a sopravvivere, offesi nella loro dignità
Mario Ajello e Fabio Mollicone (Associazione Teorema) - 8 Ottobre 2021

La mancata partecipazione al voto della maggioranza dei cittadini nelle recenti elezioni amministrative è motivo di riflessione per il messaggio di disinteresse o più verosimilmente per la sfiducia che mostrano i cittadini verso chi è chiamato a decidere molte cose che influiscono sulla loro vita quotidiana. Con buona ragione si potrebbe parlare di autolesionismo, ma proprio in questa contraddizione risiede l’allarme per quanto è avvenuto. Un allarme suonato da anni che i risultati delle elezioni di domenica 3 e lunedì 4 ottobre 2021 fanno risuonare più forte, in una tendenza di continuo calo, per la forte differenza della partecipazione al voto (15 punti di percentuale) fra le zone centrali delle città e le periferie. Quest’ultime appaiono, pericolosamente altro, rispetto alla rappresentazione delle singole città trasmessa dai mass media e impone a tutti i partiti di riconoscere l’urgenza di soluzioni che sanino le fratture e ripristinino il senso di appartenere ad un’unica comunità cittadina per tutti i residenti.

Può risultare perfino retorico incolpare le forze politiche di quanto è avvenuto, ma non è dandolo per scontato che si può determinare una reazione positiva da parte di chi è chiamato ad amministrare. Soffermarsi sul crollo del consenso al Movimento 5 Stelle e all’improbabile fiducia dei cittadini verso candidati dell’ultim’ora, come è accaduto a Milano, è sterile e poco ha da gioire il centro-sinistra per il successo dei propri candidati, in presenza di una maggioranza di cittadini che ha sospeso il proprio giudizio sulle forze politiche.

Più serio e necessario ci appare, nel caso romano, che le forze politiche riconoscano quanto il dissenso, espresso da tempo con l’astensione, sia divenuto elevato a causa di un’inascoltata  richiesta di soluzioni amministrative per motivi di forte disagio, in particolare da parte dei cittadini della/e periferia/e. E’ grave che tutte le forze politiche non si interroghino seriamente su questa loro incapacità e non diano segnali di inversione di marcia.

Da più di un decennio gli analisti politici hanno chiesto a sociologi, economisti, urbanisti e geografi urbani un’analisi di dettaglio dei mutamenti intervenuti nel tessuto sociale e produttivo con forte incidenza sui modelli di vita e di consumo sempre più privatistici e di corto respiro per assenza di un ruolo pubblico di indirizzo. I diversi studi concordano che il prezzo di questa carenza è pagato in particolare dai cittadini della periferia che non di rado devono assistere a tensioni e violenze, fomentate anche per motivi politici e ideologici.

Sono di sostegno, nella ricerca delle ragioni del malessere che viene trasmesso dal voto del 3 e 4 ottobre, la pubblicazione e i successivi aggiornamenti di “Le mappe della disuguaglianza” di Keti Lelo, Salvatore Monni e Federico Tomassi, che può essere considerata la sintesi degli studi condotti da molti studiosi (citati nell’amplia bibliografia).

Sia la ricerca appena citata che l’Istat hanno messo in luce che per effetto delle crisi finanziarie del 2008 e del 2011, anche nella Capitale, vi è stato peggioramento delle condizioni di vita dei cittadini ed in particolare per quelli a basso reddito per perdita di posti di lavoro autonomo e dipendente. Nel redigere “Le Mappe” i ricercatori hanno posto in evidenza che questi cittadini risiedono nelle aree a ridosso ed oltre il Grande Raccordo Anulare. Alla fine dell’orribile ciclo economico che abbiamo attraversato (2008-2021) in una città in decrescita economica, i dati romani confermano che comunque la distribuzione del reddito prodotto ha favorito i redditi medio-alti residenti nei quartieri centrali e nelle zone limitrofe e in misura minore il ceto medio-basso, ampliando la forbice della disuguaglianza, già emersa nei primi anni duemila.

Nei municipi che al loro interno hanno le aree che si estendono fino al confine del territorio comunale si costata un ulteriore differenza nelle condizioni di vita.

Le periferie più esterne quelle in cui vivono oltre 700.000 cittadini, il 25% dell’intera popolazione romana, sono fisicamente isolate dal tessuto urbano, impossibilitate a dialogare fra loro, limitate nelle relazioni sociali e culturali, circondate da terreni agricoli o inutilizzati, lontane dalle sedi istituzionali, dai servizi pubblici e dai luoghi di lavoro. La bassa densità di edificazione e l’elevata frammentazione fisica creano un alternarsi di urbano e non urbano che si estende per chilometri, motivo di attrazione per insediamenti abusivi che amplifica l’irrazionalità dell’assetto urbanistico.

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Non diverso è il giudizio dei cittadini delle aree sull’Amministrazione capitolina in prossimità del Gra per l’accumulazione di criticità non risolte: case popolari di proprietà pubblica, con scarsissima manutenzione in contesti urbani degradati, ridotta disponibilità del trasporto pubblico, inadeguata gestione dei rifiuti e del verde, presenza di migranti senza fissa dimora o alloggiati in edifici non conformi, aree e spazi pubblici abbandonati, prostituzione.

Differenze nel tasso di scolarizzazione, di salute, delle possibilità di fruire di attività culturali per mancanza di strutture e disparità sociali ed economiche che equiparano la parte più popolosa della Capitale a livello delle città meridionali di medie dimensione senza avere il vantaggio di sentirsi comunità se non in ambiti ristretti (capanne, le ha definite De Rita), mentre le zone a medio-alto reddito hanno gli standard di vita del Centro-Nord Italia.

I cittadini di Roma appaiono in sconfortata ricerca di una classe politica capace di ricostruire un tessuto connettivo lacerato dalle troppe disuguaglianze, incerte prospettive di lavoro, determinata a ridare loro fiducia sulla possibilità di creare le condizioni consone ad una capitale europea.

A rendere meno fosco questo quadro contribuiscono dal punto di vista culturale, artistico ed associativo le iniziative e gli sforzi collettivi dal basso, forme di solidarietà e collaborazione, interventi autogestiti, recupero di spazi e immobili dismessi, motivo di conflitti con l’amministrazione centrale nell’impotenza dei municipi di poter assecondare tale attivismo.

I romani continuano a sentire i municipi come la loro istituzione di prossimità malgrado gli scarsi poteri che non consente a questa istituzione di affrontare la complessità dei problemi che gli vengono portati dai cittadini. Non disponendo di una finanza autonoma dipendono totalmente dalle decisioni del Campidoglio e ancora di più sono subalterni all’organizzazione dei servizi di Ama, Atac e delle Asl, tanto più è esteso nell’agro romano il loro territorio di competenza.

I cittadini romani intervistati nel corso della campagna elettorale hanno chiaramente espresso che le loro priorità sono il lavoro, la manutenzione della città in cui rientra l’annoso problema dello smaltimento dei rifiuti e la mobilità con un potenziamento del trasporto pubblico.

Dalla rapida disamina su come vive la città e soprattutto della disuguaglianza di condizione dei suoi cittadini riteniamo che l’elenco non abbia dato la dovuta importanza ad una politica che inverta la tendenziale separatezza in tante parti isolate fra loro nello sterminato territorio della periferia, con il rischio che chi vive, per esempio, nel quartiere Torre Angela  non senta di far parte della Capitale d’Italia.

Il lavoro, la possibilità di realizzarsi per i giovani sono fondamentali per la qualità della vita della città; per essa il sindaco che eleggeremo a breve deve dimostrare di saper attingere ai nuovi fondi europei rivolti alle città e a quelli del PNRR per rimettere in moto un sistema produttivo in ginocchio; il Giubileo (e l’Expò 2030) sono un’opportunità, ma non bastano se non aumentiamo l’attrazione di capitali non solo delle catene alberghiere internazionali (benvenute), ma soprattutto delle società che operano nei settori più innovativi per un incremento dell’occupazione stabile.

A noi però sta a cuore dove i cittadini vivono e rientrano ogni sera.

Le ricerche condotte da Bellicini sulle zone urbanistiche di Roma (155) hanno messo in luce che i romani dopo aver detto che sono di Roma precisano subito il luogo di dove abitano. Bello o meno che possa essere è il luogo dove risiedono, quello a cui sono legati. Bisogna ripagare questo sentimento dando ai cittadini romani, attraverso maggiori funzioni ai municipi, gli strumenti che gli consentano di continuare ad amare il luogo in cui vivono, fornendogli un piccolo incentivo utile a muovere le cose: per consentirgli con un’associazione di fare la piccola manutenzione del verde; fare dell’indispensabile rinnovamento della didattica delle scuole medie e degli istituti superiori, un momento di partecipazione (la pandemia ha aumentato la dispersione scolastica: questi ragazzi vanno recuperati!), poter premiare la solidarietà di chi senza mettere manifesti, per esempio,  fa assistenza agli anziani soli. Attività micro per ridare fiducia nelle istituzioni democratiche in cui non solo si discute, ma si decide di fare cose per la collettività e nessun luogo è più consono dei municipi.

Senza questa consapevolezza e senza, da subito, interventi concreti ed efficaci temiamo che i cittadini delle periferie romane continueranno a sopravvivere, offesi nella loro dignità.


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