Le inutili e strumentali polemiche su Dante, la Commedia e le sue fonti: classiche, arabe, cristiane

Come un grande e maestoso fiume che raccoglie le acque di molti affluenti
Francesco Sirleto - 30 Marzo 2021
“In casa del conte Fries, oltre ai mercanti d’arte, s’incontravano anche letterati … Il colloquio con costoro non era agevole. Appena si incominciava a parlare di poesia nazionale e si cercava d’informarsi su questo o quel punto, si veniva posti perentoriamente davanti all’alternativa fra l’Ariosto e il Tasso: quale fra i due poeti si giudicava migliore? … Ben peggio andavano poi le cose se il discorso cadeva su Dante. Un giovane e intelligente gentiluomo, ammiratore sincero di quella straordinaria figura, non prese per buoni il mio plauso e i miei riconoscimenti e mi disse chiaro e tondo che, secondo lui, uno straniero doveva rinunciare a capire un genio così eccezionale che gli stessi italiani non potevano tenergli dietro fino in fondo” (W. Goethe, da Viaggio in Italia, Mondadori, Milano 1993, p. 423).

 

Il brano tratto dal Viaggio in Italia di Goethe, posto a mo’ d’introduzione all’articolo, mi è tornato alla mente a seguito di una vuota, inutile e strumentale polemica scoppiata, nei giorni scorsi, a proposito di un articolo – pubblicato su un noto quotidiano di Francoforte sul Meno – a firma di Arno Widmann. Costui è studioso, di chiara fama, di letteratura italiana e organizzatore, nella sua patria, di convegni e di altri eventi culturali di notevole livello che, in passato, hanno agevolato il reciproco scambio di conoscenze ed esperienze tra esperti e competenti italiani e tedeschi.

In realtà, causa della polemica (nella quale si sono gettati a capofitto, in nome della difesa delle patrie lettere, politici italiani che – non brillando certamente per particolari benemerenze “dantistiche” né per generiche competenze letterarie – fino a non molti anni erano conosciuti per la loro ossessiva ostilità nei confronti di “Roma ladrona”, nonché per aver più volte auspicato una nuova e purificatrice eruzione del Vesuvio, tale da distruggere in una sola notte qualche milione di partenopei) non è stato tanto l’articolo di Widmann che, ad una lettura attenta e priva di pregiudizi (bene ha fatto il Corriere della sera a pubblicarlo domenica 28 marzo), non risulta imputabile né di anti-italianismo né, tanto meno, di anti-dantismo, quanto, piuttosto, le volgari e ignobili deformazioni del suo contenuto operate da nostrani giornali e siti web. Giornali e siti web che, in questo modo, hanno dato prova, ancora una volta, di inguaribile provincialismo, ma anche di uno spaventoso livello di ignoranza.

Nel citato articolo di Widmann si parla di molte e differenti cose: della lingua di Dante, dei suoi maestri provenzali, del suo maestro Brunetto Latini, della compassione che prova Dante nei confronti di Paolo e Francesca, degli angeli e dei demoni che appaiono nella Commedia, del breve trattato su Dante scritto nel 1929 da T. S. Eliot (grandissimo estimatore di Dante, nonché “saccheggiatore”, in senso buono, del nostro Sommo Poeta), del possibile confronto tra la Commedia (il viaggio nel mondo ultraterreno) e il Milione di Marco Polo (un viaggio, più o meno contemporaneo a quello di Dante, ma nel mondo terreno), così come dell’altrettanto possibile confronto tra Dante e Shakespeare. Tra l’altro, Widmann accenna, in verità molto fugacemente, ad un libro del 1919 di uno studioso spagnolo, in cui vengono prese in esame le fonti arabe del poema dantesco: “Nella tradizione musulmana c’è il racconto del viaggio di Maometto in Paradiso. Per la verità esistono resoconti, commenti e, dagli anni sessanta del XIII secolo, traduzioni in latino e italiano. Lo spagnolo Miguel Asin Palacios, studioso della lingua e della cultura araba, in un saggio pubblicato nel 1919 sosteneva la tesi secondo cui Dante avrebbe conosciuto e usato il vecchio testo arabo. Quasi tutti i dantisti lo consideravano un incolto parto della fantasia. Vedevano infatti messa in dubbio l’unicità del loro eroe”. In questo passo, l’unico sul quale sia possibile un certo dissenso (non certo sull’esistenza, tra le fonti della Commedia, di una proveniente dalla cultura islamica), esso è però riferibile alle due ultime frasi. Non è affatto vero, infatti, che “quasi tutti i dantisti, ecc. ecc.”. Che Dante conoscesse, direttamente o indirettamente (tramite il suo maestro Brunetto Latini), il famoso Libro della Scala, risalente all’VIII sec.  ma tradotto e pubblicato in latino, a Parigi, nel 1264, era un fatto generalmente noto anche tra i “dantisti”. Lo prova, senza ombra di dubbio, l’articolo pubblicato, nel 1994 sul quotidiano La Repubblica, dalla celebre Maria Corti, una delle più importanti e autorevoli italianiste contemporanee. L’articolo ha per titolo “Maometto secondo Dante e rappresenta una ricca miniera di informazioni per quanto riguarda i rapporti tra Dante e la cultura arabo-ispanica. Vale la pena, a questo punto, citarne un ampio estratto:

“All’ inizio di questo anno uscì la traduzione italiana dell’opera di Asin Palacios del 1919 presso l’editrice Pratiche. Le fu dato il titolo Dante e l’Islam. … Circolavano numerose versioni in Occidente riguardanti il viaggio di Maometto nell’oltretomba e siamo gratissimi ad Asin Palacios e alla sua mirabile erudizione di averle diffuse con il suo libro, … Nel corso del mio saggio si prova che il testo più vicino sul piano strutturale alla Commedia è il Liber Scalae Machmoeti (titolo del codice parigino) o Libro della Scala. Prima però di affrontare l’esame intertestuale, cioè il confronto con sequenze tematiche che non solo appartengono tutte al Libro della Scala (e non a testi islamici vari) e che si trovano ivi utilizzate con lo stesso impianto strutturale e lo stesso ordine progressivo con cui si incontrano nella Commedia, condizione indispensabile perché si possa parlare di modello intertestuale, mi sono posta tre domande: 1) Come e per che vie Dante può aver conosciuto il Libro? 2) Lo ha conosciuto direttamente o attraverso un esistente suo diffuso riassunto, il che per suggerimenti strutturali basterebbe? 3) Se lo ha conosciuto, lo ha anche letto? Cioè si può provare, dimostrare che esiste un rapporto diretto di fonte, oltre che analogico di intertestualità? Alle tre domande è parso di poter dare risposta positiva. … Si offrono solo alcuni cenni: il Libro, composto nel secolo VIII in arabo, fu tradotto alla famosa Scuola di Toledo in castigliano dall’ebreo Abraham Alfaquim, medico di Alfonso il Savio. Alla stessa Scuola nel 1264 il Libro venne tradotto dal castigliano in latino e in francese antico da Bonaventura da Siena, uno dei tanti esuli ghibellini toscani. Intorno al 1259-60 a Toledo, capitale allora, si trovano con diverse motivazioni politiche da un lato ghibellini senesi e pisani, d’ altro lato l’ambasceria dei guelfi fiorentini guidati da Brunetto Latini. Secondo Ugo Monneret de Villard, che parlò del Libro, da lui rinvenuto, ben cinque anni prima del Cerulli, considerato in Italia lo scopritore del testo (!), ci informa che Brunetto a Toledo conobbe San Pedro Pascual, che secondo la tradizione è l’autore del noto riassunto in castigliano del Libro e che vari mercanti toscani portavano da Toledo e da Siviglia testi e notizie culturali in Italia. Va postillato che il Libro in traduzione latina si trova in tutta una classe di codici in appendice alla famosissima raccolta di testi religiosi islamici, detta Collectio Teletana perché si tratta di testi fatti tradurre a Toledo nientemeno che nel 1141 da Pietro il Venerabile, abate di Cluny, che voleva vederci chiaro. Allora, dove arrivava la Collectio, arrivava anche il Libro, che dall’accostamento a testi sacri assumeva prestigio. Non stupisce quindi che Fazio degli Uberti (1350-60) nel Dittamondo nomini espressamente il Libro della Scala e che un secolo dopo Roberto Caracciolo da Lecce ne usi il riassunto. Ci fermiamo qui, sia pure con rammarico”.

Come si evince dal testo di Maria Corti, il Libro della Scala è conosciuto non soltanto dai dantisti contemporanei, ma anche da quelli antichi, come Fazio degli Uberti e Roberto Caracciolo da Lecce. D’altronde, che la cultura occidentale, nel XIII sec., avesse contratto molti debiti nei confronti di quella islamica, è dimostrato dalle numerose traduzioni che dotti arabi ed ebrei, nelle università del mondo arabo (Cordoba in primo luogo), portavano a termine: dal greco in arabo venivano tradotte molte opere di Aristotele e di Platone (e di molti altri scrittori della Grecia classica); dall’arabo al latino le medesime opere, le quali andavano ad alimentare e arricchire il curriculum studiorum di filosofi cristiani quali Alberto Magno, Tommaso d’Aquino, Bonaventura da Bagnoregio, Sigieri di Brabante. Che Dante fosse al corrente di questo fermento culturale e di questo “commercio” fra differenti e a volte opposti filoni filosofico-religiosi, lo dimostra egli stesso, nel Canto IV dell’Inferno, là dove il poeta ha modo di vedere “gli spiriti magni”, e del quale è doveroso ricordare i versi dal 130 al 144:

“Poi ch’innalzai un poco più le ciglia,/ vidi ‘l maestro di color che sanno/ seder tra filosofica famiglia./ Tutti lo miran, tutti onor li fanno:/ quivi vid’io Socrate e Platone,/ che ‘nnanzi alli altri più presso li stanno;/ Democrito, che ‘l mondo a caso pone,/ Diogenès, Anassagora e Tale,/ Empedoclés, Eraclito e Zenone;/ e vidi il buon accoglitore del quale,/ Dioscoride dico; e vidi Orfeo,/ Tullio e Lino e Seneca morale;/ Euclide geometra e Tolomeo,/ Ipocràte, Avicenna e Galieno,/ Averoìs, che il gran comento feo.”

In questa mirabile rassegna (che sembra prefigurare, in forma poetica, la Scuola d’Atene dipinta da Raffaello, nelle stanze vaticane, ben due secoli dopo), non potevano mancare, accanto al “maestro di color che sanno” (Aristotele), e ad altri grandi spiriti greci e latini, anche due celebri rappresentanti della cultura araba, quali Avicenna ed Averroé.

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Per concludere il discorso sulle fonti della Commedia (questo grande e maestoso fiume alimentato da numerosi affluenti, ma a questi assolutamente non riducibile), e in particolare sui precedenti viaggi nei regni dell’oltretomba, mi preme citare, altre ai due classici esempi della discesa agli Inferi di Ulisse (Odissea, Libro XI) e di Enea (Eneide, Libro VI), quella narrata, nell’VIII sec. d. Cr., dal Venerabile Beda, monaco benedettino inglese (673 – 735), nella sua Historia ecclesiastica gentis Anglorum. In uno dei capitoli di quest’opera, un uomo della Northumbria di nome Drychtelm, dopo la morte apparente avvenuta al tramonto e il suo risveglio all’alba, narra alla moglie il viaggio (onirico) che, in un tempo indefinito e indefinibile (la logica dei sogni è svincolata tanto dallo spazio quanto dal tempo), egli ha compiuto nei tre regni oltre-mondani: Inferno, Purgatorio, Paradiso; un viaggio che ha un angelo come guida; un viaggio che si dispiega attraverso una perigliosa discesa in un burrone spaventoso (Inferno), in una valle del freddo e del fuoco (Purgatorio), in un magico luogo della musica e della luce (Paradiso). Non è necessario soffermarsi sui particolari di questo viaggio (Jorge Luis Borges, in uno dei suoi Saggi danteschi, dal titolo Dante e i visionari anglosassoni, ne parla diffusamente), basta solamente affermare che si tratta di una delle fonti, questa volta cristiana, che alimentano il grande fiume della Commedia.

Ma poiché ci siamo imbattuti, per l’ennesima volta, nel grande bibliotecario cieco di Buenos Aires, è doveroso concludere con le parole finali del succitato saggio: “Un grande libro come la Divina Commedia non è l’isolato o casuale capriccio di un individuo; molti uomini e molte generazioni tesero ad esso. Investigarne i precursori non significa incorrere in un mirabile compito di carattere giuridico o poliziesco; significa indagare i movimenti, i tentativi, le avventure, i barlumi e le premonizioni dello spirito umano”. Sagge e illuminate parole, che fanno giustizia di caotici “rumori” e di polemiche senza senso.

 


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  1. Caro Francesco,hai proprio ragione : l’ignoranza è una brutta bestia! Grazie per la tua puntigliosa analisi e la tua lucidità di giudizio!

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