Le mani della camorra su Ostia: arrivano le prime condanne

I dubbi dei Giovani Democratici di Osita sul nuovo D.L. sul riordino del settore balneare
di Gregorio Staglianò - 4 Febbraio 2017

Si è concluso con sette condanne il processo per la gestione degli appalti pubblici e la concessione di stabilimenti balneari sul litorale di Ostia, a partire dal 2012. Il 2 febbraio 2017 lVIII sezione collegiale del Tribunale di Roma ha, infatti, condannato tutti gli imputati nel processo, con l’aggravante, per alcuni, di associazione mafiosa.
Ad Aldo Papalini – per il quale i pm avevano chiesto addirittura 17 anni e 6 mesi di reclusione – ex direttore dell’Ufficio tecnico e dell’Unità operativa ambiente del Municipio XIII, considerato uomo chiave nell’affidamento degli appalti pubblici alle solite note ditte, otto anni e sei mesi di reclusione; a Cosimo Appeso, luogotenente della Marina Militare Italiana, cinque anni e cinque mesi; ad Armando Spada, esponente di spicco ad Ostia dell’omonimo clan, cinque anni e otto mesi. Mentre a Ferdinando Colloca, a Damiano Facioni (titolare della società Blu Dream) e a Matilde Magni (moglie di Appeso) tre anni e quattro mesi. Infine all’imprenditore Angelo Salzano otto mesi, con sospensione della pena (fonte Adnkronos).

Gli imputati erano stati rinviati a giudizio per reati che andavano dall’abuso d’ufficio alla turbativa d’asta, dal falso ideologico e concussione, alla corruzione, in diversi casi con l’aggravante del metodo mafioso.

Le spiagge di Ostia sono da qualche anno ormai al centro delle inchieste dei pubblici ministeri, per gli appalti truccati a cui sono soggette, le infiltrazioni camorriste e una fittissima rete di rapporti “pericolosi” fra piccoli imprenditori, politici e criminalità, scoperchiata in arte dall’affair Mafia Capitale.

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In quella che sembra una vera e propria lottizzazione degli spazi turistici, dove l’imprenditoria locale connessa alle cosche malavitose ha perfino il potere di influenzare la normazione nazionale balneare, esercitando un potere di lobbying, la quasi totalità degli impianti turistici è nel mirino degli inquirenti. Volendo azzardare una differenziazione, i clan e le famiglie controllano le spiagge libere e i chioschi, mentre gli stabilimenti coinvolti nelle inchieste sarebbero in mano all’imprenditoria locale che, attraverso prestanomi ed escamotage, riuscirebbe ad ottenere tranquillamente ogni tipo di permesso.

Il 27 gennaio scorso il Parlamento ha approvato il disegno di legge che concede al Governo la delega legislativa sul riordino del settore balneare. Entro sei mesi l’esecutivo si dovrà impegnare ad adottare uno o più decreti legislativi per la revisione e il riordino della normativa, nel rispetto delle leggi europee. A essere richiamata in questo caso è la direttiva dell’Unione Europea 2006/123/CE, conosciuta come “direttiva Bolkestein” che stabilisce la necessità di un bando con procedura di evidenza pubblica, una selezione imparziale e trasparente alla scadenza delle concessioni, con la possibilità di partecipazione da parte di operatori di altri paesi dell’Unione.

Il testo del disegno di legge-delega però pare non soddisfare pienamente i requisiti richiesti da Bruxelles, tantomeno i principi basilari della corretta competizione e trasparenza: all’articolo 1 si legge infatti che le procedure di selezione “tengano conto della professionalità acquisita nell’esercizio di concessioni di beni demaniali marittimi”. Un modo come un altro per garantire la concorrenza fra le parti negli appalti, ma facendoli vincere sempre ai soliti noti. “Tutto ciò si tradurrà in bandi in cui verrà dato un punteggio maggiore alla ditta che ha già accumulato esperienza o che ha già investito nel settore” – spiega Agostino Biondo, Segretario dei Giovani Democratici di Ostia, che insieme ai suoi iscritti denuncia da tempo il metodo mafioso utilizzato sul litorale – “escludendo di fatto tutte le altre, e non garantendo il principio della corretta competizione: sostanzialmente si tratta di una proroga travestita da bando.”

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