Le mele marce

Ettore Visibelli - 28 Luglio 2020

Nonostante l’accurata scelta degli anticrittogamici biologici, selezionati secondo i dettami più aggiornati e raccomandati dall’Associazione Coltivatori Verdi ai propri associati, quando si accorse che nel frutteto, accudito con amore, sulle pendici di Campocasermo, qualche mela mostrava i segni dell’intrusione da vermi sospetti, Gismondo pensò che in ogni famiglia, insieme alla pecora nera, non deve sorprendere la presenza di qualche mela marcia.

In altre parole, non ne fece un dramma. In passato, ed anche al presente, poteva accadere di trovare qualche frutto bacato o marcio, anche in campi di pere porcine – meno in quelli di fave Stiappone – coltivate biologicamente con il consueto rigore del bravo agricoltore. Si sa, nonostante la cura nella scelta dei semi sempreverdi, del terreno certificato indenne dall’utilizzo pregresso di anticrittogamici e di fertilizzanti chimici – chimica: che brutta parola! – atti a garantire il Marchio Bio in etichetta, detto tutto ciò, quando un prodotto non risponde di fatto alla richiesta del consumatore, hai voglia di rifugiarti negli slogan pubblicitari: Diffida della mela di Adamo. Prediligi la mela Fiamma Argento! Oppure: Se ti piace ruggine, affidati a pera Fiamma Oro! Attento quando vai al mercato: non fidarti solo dell’etichetta. Lo so, ci vorrebbe il tassello, come un tempo si usava per accertarsi che il cocomero fosse rosso al suo interno. Oggi, purtroppo, la legge non lo permette più.

Quando, però, si accorse che un vasto comprensorio della Valle Pappona, piena di filari della Mela Fiamma Argento, era affetto dal marciume radicale, Gismondo iniziò a diffidare della coltivazione a marchio Bio. Un bel problema, rifletté fra sé e sé. Ma come rinunciare a un mercato propagandato (fino a quel momento) come la meraviglia delle meraviglie? Come giustificare il detto, ormai consolidato dall’uso popolare: Una mela al giorno, toglie il medico di torno?  

Era chiaro che, per quanto avesse avuto fiducia nella coltivazione biologica, non poteva altrettanto garantirla agli occhi dell’acquirente. Sì, ma dov’era il tarlo all’interno di un sistema che troppo spesso faceva acqua da tutte le parti? Era palese agli occhi dell’intero mercato che qualcuno dei presupposti, sbandierati dai sostenitori a supporto della purezza di una coltivazione esente dei fertilizzanti e anticrittogamici chimici, non funzionava come avrebbe dovuto. In un sistema tanto articolato e condizionato da una molteplicità di variabili, gli sembrò pressoché impossibile identificare dove stesse il tarlo. E Gismondo si chiese, in coscienza, se fosse compito suo scoprire le magagne che il sistema nascondeva.

Dopo una lunga riflessione, decise che il diavolo necessitava di essere preso per le corna e affrontato drasticamente. Sradicò l’intera piantagione di mele biologiche e altrettanto fece con le pere porcine, lasciando intatta la sola coltivazione di fava Stiappona che, sorprendentemente, negli anni non aveva mai mostrato di soffrire di parassitosi e malattie, se non del decadimento naturale che alla lunga, in agricoltura, affligge qualsiasi specie coltivata, per quanto rigogliosa si possa presentare nei virgulti appena in boccio e sempre a patto che la coltivazione sia collocata in terreni esenti da scolo di acque stagnanti.

Mela Argento e Pera Gialla furono ripiantate, insieme al Pisello Oro, seguite da una concimazione ricca in sali inorganici azotati, fosforo, potassio e posteriormente calcio sferrato, non senza irrorarle di anticrittogamici vecchio stampo, compatibili con la sicurezza, imposta dalle più restrittive leggi in termini di agricoltura.

Al diavolo il Marchio Bio di Qualità, gli slogan, la pubblicità e, per piacere, raccomandò Gismondo, più controlli alla fonte, da chi di dovere, per il bene del consumatore!

 

Ettore Visibelli


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