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Le parole sono importanti

Il fascismo aveva paura delle parole straniere e le cambiò, ma in alcuni casi sfiorando il ridicolo. Un libro dell’Accademia della Crusca ci racconta questa ed altre storie

“È una bella domenica di luglio, avete preso il torpedone* e siete arrivati al mare. Per il pranzo, niente di meglio che una bella insalata tricolore da gustare sotto l’ombrellone mentre un vostro caro amico, arrivato dall’Argentina per le vacanze, vi racconta com’è bella la vita nella capitale, Buonaria. Per cena avete prenotato in quel posto carino in cima alla scogliera, per ammirare un tuttochesivede* mozzafiato, e da bere vi gustate quella bevanda arlecchina* estiva che vi da un po’ alla testa, non siete abituati a bere àlcole! Dopo cena tutti alla sala da danzare, speriamo che passino in radio qualche pezzo di quel trombettista famoso, come si chiama? Ah si, Luigi Braccioforte!”.

Vi sentite confusi? Oggi è comprensibile, ma per gli italiani del ventennio fascista, una conversazione come quella che avete letto era assolutamente normale. Infatti, in quel tempo si dovevano assolutamente utilizzare – e non solo nelle conversazioni quotidiane – termini italiani o italianizzati. Furono più di 500 le parole “tradotte” in italiano, dai termini della sofisticata cucina francese ai termini inglesi utilizzati per lo sport, passando per i nomi propri di persona. Il fascismo aveva, infatti, provveduto per Legge alla italianizzazione delle parole straniere, il cui uso era assolutamente proibito a partire dal 1923. Così il cocktail diventò l’arlecchino, il pullman divenne il torpedone e Buenos Aires si scriveva e pronunciava Buonaria. Ma anche i nomi e i cognomi delle persone subirono l’italianizzazione. Alcuni esempi: Renato Rascel diventerà Renato Rascele, Vanda Osiris sarà trasformato in Vanda Osiri, George Washington diventò Giorgio Vosintone e Louis Armstrong sarà italianizzato in Luigi Braccioforte.

Dunque, in Italia, il fascismo dal 1923 va all’attacco delle parole straniere. Ma – è sempre bene ricordarlo – mentre da noi la trasformazione del Vocabolario fu un momento indolore, con punte di ridicolo, nei territori abitati, ad esempio, dagli sloveni, che il fascismo aveva occupato, l’italianizzazione non fu affatto indolore.

L’italianizzazione forzata in Slovenia: nel 1923, tre anni dopo il Trattato di Rapallo (che ridisegnava i confini dell’Italia nord-orientale annettendo Gorizia, Trieste, Pola e Zara), il regime fascista intraprese una politica di italianizzazione forzata nei confronti della comunità slovena. Politica che, successivamente, fu estesa a tutto lo stivale. Con la Legge n. 2185, del 1° Ottobre 1923, fu abolito l’insegnamento della lingua slovena nelle Scuole. Non solo, parlare una lingua che non fosse l’Italiano (in questo caso la lingua slava) venne assolutamente vietato in tutti i luoghi pubblici. Ma anche la toponomastica subì l’italianizzazione. Migliaia di cognomi di origine slava e croata vennero modificati e tradotti in italiano. Anche se – come ho scritto – questa trasformazione forzata che il fascismo operò sulle parole, raggiungeva a volte da noi il ridicolo, quello della trasformazione della lingua è un aspetto della storia del fascismo che deve essere meglio conosciuto e studiato.

Per questo da qualche giorno è in Edicola un volumetto estremamente interessante. Si tratta di “Le Parole del fascismo”, redatto da due Accademici della Crusca, Valeria Della Valle e Riccardo Gualdo, editato dalla stessa Accademia della Crusca e mandato in Edicola dall’Editoriale La Repubblica. Il Volume presenta, in maniera chiara e scientificamente ineccepibile, gli avvenimenti di quegli anni collocabili nel periodo della dittatura fascista e approfondisce un filone d’indagine storico-linguistica assai interessante, quello, appunto del regime delle parole.

L’Accademia della Crusca, cos’è e cosa fa: in Italia e nel mondo l’Accademia della Crusca è uno dei principali punti di riferimento per le ricerche sulla lingua italiana. Il suo impegno attuale persegue i seguenti obiettivi:

  • sostenere, attraverso i suoi Centri specializzati e in collaborazione con le Università, l’attività scientifica e la formazione di nuovi ricercatori nel campo della linguistica e della filologia italiana;
  • acquisire e diffondere, nella società italiana e in particolare nella scuola, la conoscenza storica della nostra lingua e la consapevolezza critica della sua evoluzione attuale, nel quadro degli scambi interlinguistici del mondo contemporaneo;
  • collaborare con le principali istituzioni affini di altri Paesi e con le istituzioni governative italiane e dell’Unione Europea per una politica a favore del plurilinguismo del nostro continente.

L’Accademia della Crusca è sorta a Firenze tra il 1582 e il 1583, per iniziativa di cinque letterati fiorentini (Giovan Battista Deti, Anton Francesco Grazzini, Bernardo Canigiani, Bernardo Zanchini, Bastiano de’ Rossi) ai quali si aggiunse subito Lionardo Salviati, ideatore di un vero programma culturale e di codificazione della lingua. Dalle loro animate riunioni, chiamate scherzosamente “cruscate”, derivò il nome di “Accademia della Crusca”, poi reinterpretato in riferimento alla separazione tra crusca e farina, metafora per significare il lavoro di ripulitura della lingua. L’istituzione assunse come proprio motto un verso del Petrarca – “il più bel fior ne coglie” – e adottò una ricca simbologia tutta riferita al grano e al pane.

Fin dall’inizio l’Accademia ha accolto studiosi ed esponenti, italiani ed esteri, di diversi campi: oltre a grammatici e filologi, scrittori e poeti (Tassoni, Maffei, Maggi, Monti, Leopardi, Manzoni, Carducci, ecc.), scienziati (Galilei, Redi, Torricelli, Malpighi), storici (Muratori, Botta, Capponi), filosofi (Voltaire, Rosmini), giuristi e statisti (Witte, Gladstone).

Fonte: https://accademiadellacrusca.it/it/contenuti/presentazione/6938

Il lavoro dei due Accademici della Crusca ci aiuta ad orientarci meglio nel rapporto tra il fascismo – e del ventennio della RSI – e la lingua italiana, in relazione a fatti (nel Volume elencati cronologicamente) che implicano ricadute linguistiche, cioè che toccano la retorica, l’oratoria, la propaganda, la comunicazione sociale e le sue applicazioni specifiche nella didattica scolastica, nella Pubblica Amministrazione, nelle Associazioni giovanili, nell’organizzazione dello sport, nel cinema, nella radio, nei giornali, nella toponomastica e persino nell’onomastica.

Leggendo il volumetto troverete, ad esempio, indicazioni sulla polemica contro l’uso dei dialetti e notizie interessanti sulla battaglia condotta dal fascismo contro le parole forestiere impiegate nella pubblicità e nel commercio, sui Provvedimenti ostili e vessatori ai danni delle minoranze linguistiche. Questi ultimi, tra i tanti, sono due ambiti in cui si esercitò una politica linguistica orientata verso l’“autarchia”, parola tecnica di etimo greco, inizialmente limitata all’impiego specialistico da parte di Filosofi e Giuristi, ma dal 1936 diventata emblematica appunto come marchio di fabbrica della politica linguistica fascista. L’autarchia linguistica corrisponde perfettamente all’autarchia economica, altro cardine della politica del regime mussoliniano, e consiste nel tentativo di blindare la lingua nazionale per renderla impermeabile o almeno refrattaria agli influssi stranieri.

Il nesso tra autarchia economica e autarchia linguistica fu individuato anche allora. Nel maggio del 1940, ad esempio, Franco Natali, nome di battaglia “Index”, inaugurava le Edizioni di Bergamo fascista, Organo di punta della Federazione dei Fasci di Combattimento bergamaschi, con un volumetto intitolato: “Come si dice in Italiano? Vocabolarietto autarchico”. Nella Prefazione si legge:-

“L’autarchia, più che come soluzione di problemi interessanti l’industria e il commercio, dev’essere da noi considerata come una ben delineata forma mentale, come un atteggiamento di rivolta contro passati servilismi, filìe, acquiescenze nei rapporti con l’estero.”

Il passo citato può suggerire la portata delle ambizioni ideologiche di chi si batteva in quegli anni e in quel contesto (l’Italia era ormai quasi in guerra) per la sostituzione di termini stranieri con termini nazionali. Quanto allo stile, colpisce, ma non stupisce il grecismo “filìe”, utilizzato da Natali per indicare, con disprezzo, quelle che definisce “discutibili ed equivoche amicizie”: è un vezzo colto utilizzato non occasionalmente in quegli anni dalla stampa fascista, anche in riferimento ai rapporti (che ovviamente erano scoraggiati) tra italiani ed ebrei ormai nel tragico contesto delle Leggi razziste e antisemite.

Il fascismo combatté, come avete letto sopra, anche l’uso dei dialetti, oltre che delle parole straniere. Nel caso della polemica contro i dialetti, però, le cose sono un po’ diverse, perché non si trattava più di autarchia linguistica, cioè del rifiuto di qualche cosa di esterno, delle lingue estere viste come nemiche e invasive, portatrici di costumi o di propaganda poco italiana, o addirittura ostili alla patria e corruttrici dei costumi. I dialetti rappresentavano una varietà linguistica interna all’Italia stessa, cioè incarnavano una vitalità popolare che avrebbe potuto essere accettata, e che infatti non dispiacque ad alcuni intellettuali vicini al fascismo, per esempio nell’ottica di Strapaese, un Movimento culturale che auspicava una rivalutazione delle risorse della provincia italiana.

Tuttavia, in questo caso, l’ostacolo stava in un’altra chimera molto cara al fascismo più ortodosso: il dialetto popolare, sebbene innegabilmente “nazionale”, disturbava la retorica magniloquente di un regime che spesso si ispirava ai grandi fasti della Storia, riprendendo il mito di Roma antica, e dunque aspirava a un ideale di per sé imperiale della lingua che, per farsi degna dei radiosi destini dell’Italia fascista, necessitava di elevarsi. Roma, più che Firenze, anche per la lingua italiana: ciò in parte spiega come mai, nel 1923, fu tolto all’Accademia della Crusca il compito di redigere il Vocabolario della Lingua Italiana, operazione che aveva svolto per secoli. Del resto, il ritornello del canto fascista Giovinezza lo diceva chiaro: “Nella pace e nella guerra, Non mai stanca e non mai doma, Solo Roma, solo Roma Solo Roma eterna sta!  Eia! Eia! Alalà!”.

Ancora una Nota in tema il fascismo, lanciò nel ventennio una Campagna feroce contro il “Lei”, in favore del “Voi;; campagna targata Achille Starace, allora Segretario del PNF, il quale, beccato dai Partigiani mentre, il 289 Aprile del 1945 prende un caffè in un bar nei pressi di Piazzale Loreto finirà fucilato e da morto appeso, con Mussolini e la Petacci, al distributore di benzina della Esso, che da tempo non è più su quella Piazza.

Dunque, Starace, per appoggiare la sua idea sul “Voi”, organizza, nel 1939, addirittura una Mostra, con la convinzione che l’ironia, tutta d’intonazione funerea, fosse il mezzo più idoneo per denunciare atteggiamenti e forme tipici della mentalità borghese. La Direttiva anti-Lei del Segretario del PNF scatenerà l’ilarità di molti. Tra questi scelgo, ad imperituro esempio, il Principe Antonio De Curtis (in arte Totò) che su quella faccenda linguistica organizzò una gag fantastica trasformando Galileo Galilei in “Galileo Galivoi”.

La guerra dei pronomi rientrava nell’esperimento tentato dal regime fascista per disciplinare l’intero repertorio linguistico italiano, al fine di recuperare “la purezza dell’idioma patrio”, come aveva detto Mussolini in un discorso del 1931. Una storia – come ho scritto – poco conosciuta che è stata raccontata anche in un Documentario dell’Istituto Luce presentato a Venezia ‘71, intitolato “Me ne Frego! Il fascismo e la lingua italiana” (https://www.google.com/search?q=Me+ne+frego+Documentario&rlz=1C1GCEA_enIT840IT840&ei=OLg7ZI_JC4ioxc8P_YaG2A0&ved=0ahUKEwiPxd39g67-AhUIVPEDHX2DAdsQ4dUDCA8&ua

è stato curato proprio da Valeria Della Valle per la regia di Vanni Gandolfo.

  • “L’idea di ricostruire per immagini le varie tappe della bonifica linguistica del fascismo mi è venuta” – ha ricordato l’Accademica della Crusca – “quando mi sono resa conto, durante i miei corsi all’università, che le nuove generazioni sono totalmente all’oscuro di alcune iniziative del regime fascista, esemplari di un certo modo di intromettersi della vita sociale e persino nelle abitudini e nei costumi degli italiani”.

Dunque, il Volumetto in parola promette una lettura interessante, soprattutto ora che il Deputato di Fratelli D’Italia e Vice presidente della Camera Dei Deputati, Fabio Rampelli, ha presentato una Proposta di Legge per l’eliminazione delle parole straniere (da lui definite “forestierismi”) nei Documenti della Pubblica Amministrazione, pena una sanzione amministrativa variante dai 5mila ai 100mila Euro. La Proposta di Legge che pure – nonostante l’estensore abbia assicurato che il fascismo non c’entra – ricalca lo spirito e in parte la lettera della normativa sull’autarchia linguistica del fascismo medesimo stesso, è stata molto criticata sia dall’Accademia della Crusca che da altri Linguisti del nostro Paese e molti si chiedono se questa tentata “re-talianizzazione” del linguaggio della Pubblica Amministrazione fosse tra le priorità del Governo di centro destra e dei Partiti che lo sorreggono o non rientrasse, invece, nella “vendetta” della destra (di cui ho scritto giorni fa) che si abbatte anche sulla lingua del Bel Paese.(*)

 

(*) Come spesso capita agli attuali governanti italici, nel loro agire la confusione regna sovrana. In relazione alla Proposta di Legge Rampelli di cui sopra, così scrive, infatti, il Deputato di +Europa, Benedetto Della Vedova: “I primi a commettere ‘reato’ sarebbero proprio i suoi colleghi di partito Urso, titolare del ministro del Made in Italy, e perfino la stessa premier Giorgia Meloni, la quale ha utilizzato nel suo discorso di insediamento depositato alle Camere la parola ‘underdog’, per definire se stessa e la sua salita al potere. Il passo successivo quale sarà, onorevole Rampelli? Cancellare il day hospital? Abolire streaming e download? Tornare a chiamare Pallacorda lo sport di Panatta? Promuovere un uso corretto della lingua italiana è condivisibile, farlo con divieti e sanzioni di stampo autarchico è comico.”.

 

 IN NOTA – MEMORIE DI APRILE. “NO AL LAVORO MINORILE!” “NO AL LAVORO SCHIAVO!”

Il 16 Aprile 1995 viene ucciso, con dodici colpi di pistola, nel giardino delle sua casa di Muridke, in Pakistan mentre sta andando in bicicletta, il bambino dodicenne Iqbal Masih ex lavoratore schiavo e difensore dei diritti dei bambini pakistani lavoratori schiavi, come lui era stato. Liberato dal telaio a cui era stato incatenato a tre anni, per saldare un debito del padre, dai militanti del Fronte Pakistano di Liberazione dei Bambini Schiavi, Iqbal – che da grande voleva fare l’Avvocato per i Diritti Umani – aveva girato il mondo per tenere conferenze in difesa dei diritti di quei bambini.

Grazie al suo impegno militante molti bambini schiavi pakistani erano stati liberati e questo, i fabbricanti di tappeti non glielo hanno perdonato. “I bambini” – diceva Iqbal – “non devono tenere in mano strumenti di lavoro, ma solo penne e matite, per imparare”. Un Film del 1998, che porta per titolo il suo nome, ne ricorda la vita, la lotta e il sacrificio. Secondo le ultime stime dell’ILO-OIL oggi, nel mondo, sono ancora 152 milioni i bambini e gli adolescenti — 64 milioni sono bambine e 88 milioni sono bambini — vittime di lavoro minorile, spesso schiavo. 73 milioni di questi bambini e bambine sono costretti a lavori pericolose che mettono a rischio la salute, la sicurezza e il loro sviluppo morale!

Ugo Fanti, Presidente della Sezione Anpi di Roma Aurelio-Cavalleggeri “Galliano Tabarini”


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Un commento su “Le parole sono importanti

  1. Leggo che l’estensore dell’articolo è un fiero antifascista, peraltro dotato di crassa ignoranza e/o tanta malafede in tema linguistico. Il parallelismo ideologico contro i fascisti di FdI non regge per diversi motivi, il primo di tutti è che non si vuole mutare anglismi di uso comune e diffuso per sostituirli con improbabili parole italiane, nè si vuole impedire ai privati di chiamare competitor un concorrente se si sentono realizzati, si vuole impedire il contrario, sostituire parole efficaci, di uso comune e diffuso in italiano con improbabili parole inglesi, faccio un esempio per far capire il nostro grado di imbecillità. Showroom significa salone, sala espositiva ed è un termine generico, si scrive in un modo e si pronuncia in un altro. Nel caso delle auto in italiano esiste il termine autosalone, ha un significato univoco, fonemi e grafemi coincidono: tecnicamente perfetto, eppure il nostro provincialismo prevale e si sente parlare solo di testdrive ( prova di guida o guida prova ) nei nostri showroom. Gravissimo, parlando più seriamente, utilizzare negli ospedali breast invece di seno, eppure è una pratica diffusissima che esclude fasce di età e di condizione sociale, almeno qui il desiderio di inclusione dei più deboli potrebbe superare l’antifascismo ?

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