Legge elettorale. I precedenti dell’Italicum

Dalla “legge Acerbo” del  1924 alla “legge truffa” del 1953. Dal “mattarellum” al “porcellum” nella seconda Repubblica . Il nesso con i mutamenti sociali e i conflitti di classe
di Aldo Pirone - 7 Maggio 2015

Nell’accesa discussione sulla nuova legge elettorale, detta “Italicum”, approvata alla Camera, vi sono stati cenni ad alcuni disgraziati precedenti storici, in particolare la legge Acerbo del 1923 e a quella passata alla storia come “legge truffa” del 1953 ma, per fortuna, non passata nelle urne.

I cambiamenti di legge elettorale si propongono di solito in tornanti storici che segnano mutamenti profondi già avvenuti o in corso nel tessuto socioeconomico e pertanto le riforme elettorali tendono a registrarli o a sancirli e consolidarli. Qualche volta, invece, come nel caso della “legge truffa” del ’53, l’obiettivo di chi propone modifiche alla legge elettorale è conservare un equilibrio politico di governo e di potere che si teme possa venire meno.

legge-elettorale-2In Italia il sistema elettorale proporzionale fu adottato nelle elezioni politiche del 1919 che videro l’affermarsi, anche grazie al suffragio universale maschile, dei grandi partiti di massa come i socialisti e i popolari. Poteva essere l’occasione per un Parlamento costituente che desse origine a una democrazia più avanzata, ma le tossine che la “Grande guerra” aveva inoculato nel paese lo impedirono. Le forti agitazioni sociali, non esenti da estremismi verbali, il cosiddetto “biennio rosso”, malamente guidate dall’allora Partito socialista già diviso al suo interno fra comunisti, massimalisti e riformisti, le paure delle classi possidenti agrarie e industriali per queste medesime rivendicazioni sociali unite allo sgomitare, falsamente antiborghese nella forma ma ferocemente antioperaio nella sostanza, di una piccola e media borghesia nazionalista che, ammaestrata nel combattimento e nel comando in trincea, non voleva più tornare al quieto vivere, provocarono l’insorgenza fascista.

Tutto ciò fu ingigantito dalla rivoluzione bolscevica russa che suscitò, da una parte, in ampi strati delle classi lavoratrici speranze di radicali e rivoluzionari rivolgimenti, “fare come in Russia” si diceva, mentre, dall’altra parte, ingigantì la paura nei confronti dei “rossi” delle classi possidenti.

E fu il fascismo. Prima con la distruzione sistematica delle organizzazioni operaie, contadine e bracciantili, dei giornali della sinistra, delle case del popolo, delle sedi sindacali, delle mutue e delle cooperative, lo scioglimento dei Municipi governati dai socialisti, l’uccisione dei militanti ed esponenti socialisti, comunisti, cattolici (Don Minzoni), le bastonature e l’olio di ricino per chiunque non fosse fascista.

Fu una vera e propria guerra civile. Poi, con la “marcia su Roma”, Mussolini, complice il re, divenne capo del governo, ma di un governo di coalizione con popolari, liberali di varia tendenza (non i seguaci di Giovanni Amendola) e nazionalisti. Oggi non lo si rammenta, ma la conquista del potere assoluto da parte di Mussolini fu un processo che beneficiò di varie complicità, opportunismi, trasformismi e miopie da parte della classe politica popolare e demoliberale. Per esempio, l’assunzione dei pieni poteri e la creazione della MVSN (Milizia volontaria per la sicurezza nazionale), cioè un esercito fascista alle sole dipendenze del capo del governo, furono votate da un parlamento in cui i fascisti non erano per niente maggioranza.

Malgrado ciò Mussolini per consolidare il suo potere aveva bisogno che anche quell’aula parlamentare, “sorda e grigia” come l’aveva sprezzantemente definita all’atto della presentazione del suo primo governo, fosse  pienamente addomesticata e gli oppositori  ridotti al lumicino. Per questo era d’obbligo una nuova legge elettorale maggioritaria.

1169034048298Il sottosegretario fascista Acerbo gliela fornì stravolgendo quella proporzionale e stabilendo che il partito o la lista che avesse conquistato più voti sopra una soglia minima del 25% avrebbe ottenuto i due terzi dei seggi alla Camera. Si opposero i partiti di sinistra, i liberali di Amendola e i popolari facenti capo a Don Sturzo, mentre tutte le altre formazioni liberali e nazionaliste più i popolari dissidenti approvarono. Mussolini aveva, infatti, brigato con il Vaticano per isolare Don Sturzo, che per questo si dimise da segretario del partito pochi giorni prima dell’approvazione della legge Acerbo, e avere l’appoggio di una consistente pattuglia di cattolici facenti capo a Cavazzoni poi espulso dal PPI. Per forzare la sua stessa maggioranza il futuro “Duce” appose la fiducia parlamentare e, infine, poté contare nel voto sullo squagliamento di molti deputati delle opposizioni. Alla fine i voti favorevoli, infatti, furono solo 223 su 535 deputati. I contrari 123. C’è da aggiungere che alle elezioni del 1924 il listone fascista, nel quale erano confluiti insigni liberali come Enrico De Nicola, poi ritiratosi, ed Emanuele Orlando, i popolari dissidenti e i liberali di destra seguaci di Salandra, ottenne il 60% dei voti validi. Solo il Nord resistette non dando la maggioranza ai fascisti e sodali. La campagna elettorale non fu libera, fu punteggiata dalle violenze fasciste e dai brogli. Matteotti che li denunciò alla Camera fu per questo assassinato dai fascisti Dumini e Poveromo invitati da Mussolini a dare una lezione al coraggioso deputato socialista.

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Ne seguì una crisi politica del fascismo che però fu rapidamente superata grazie alla solita complicità del sovrano, all’abilità manovriera del capo del fascismo e agli errori aventiniani dell’opposizione. Ciò che giocò in favore di Mussolini e del fascismo sia nei risultati elettorali sia nel superamento della crisi Matteotti, oltre alla decisiva, sistematica e ampia violenza esercitata contro tutti gli avversari, fu anche la stanchezza del paese per i disordini, le agitazioni, le tensioni i conflitti sanguinosi innescati dai fascisti e la voglia di affidarsi all’uomo solo al comando, all’uomo forte, che in seguito divenne pure “uomo della Provvidenza”. La violenza reazionaria delle classi possidenti e privilegiate aveva già vinto nel Paese, i risultati elettorali, ancorché ulteriormente falsati dai soprusi fascisti, ne erano il segno sanzionatorio.

leggetruffaAltra cosa fu la famigerata “legge truffa” del 1953. Essa fu concepita da De Gasperi capo del governo e leader della DC per mantenere al sicuro il regime centrista che era uscito vincente nella prova elettorale del ’48. L’anno prima De Gasperi aveva fronteggiato il tentativo vaticano, cui aveva prestato la faccia Don Sturzo, di spingere la DC ad allearsi con le destre, monarchiche e fasciste, nelle elezioni amministrative a Roma. Dall’altra parte egli sentiva che nel paese il consenso alla maggioranza quadripartita (Dc, Psdi, Pri, Pli) andava riducendosi. La paura che nel ’48 aveva prodotto così tanti voti (“Credevo piovesse non che grandinasse” ebbe a dire) si era un po’ dileguata. Poi c’era sempre da tenere a bada una certa instabilità politica tra e dentro gli stessi alleati di governo e anche dentro la DC che, nonostante la straripante maggioranza, avevano prodotto ben tre governi De Gasperi in cinque anni.

La “legge truffa” assicurava il premio di maggioranza fino al 65% dei seggi alla Camera a una coalizione di apparentati che comunque, per averlo, doveva conseguire la maggioranza dei voti validi pari al 50% più uno. Niente a che vedere con la legge Acerbo e manco con l’odierno “Italicum”. Fu comunque percepita come un sopruso dal paese. Grandi manifestazioni furono organizzate nelle piazze dai comunisti e dai socialisti, la Cgil proclamò uno sciopero generale, in parlamento la bagarre fu completa. De Gasperi mise il voto di fiducia sia alla Camera che al Senato dove la seduta per approvarla fu tempestosa. Alla battaglia di opposizione dei partiti di sinistra si unirono illustri personalità liberaldemocratiche come Parri, Nitti e Calamandrei. Fu quest’ultimo a chiamarla “legge truffa” che fu avversata, per opposti motivi a quelli della sinistra, anche dalla destra monarchica e da quella neofascista del Msi. Oggi quella legge sarebbe considerata un modello di democrazia, ma nel contesto sociopolitico di allora segnato dalla cosiddetta “democrazia bloccata”, fu vissuta, giustamente, come un’occlusione al pieno dispiegarsi della democrazia con l’asservimento del parlamento al governo. E, infatti, sebbene per poco, non scattò. L’Italia andò avanti lo stesso pur dovendo aspettare ancora diversi anni che il regime centrista si consumasse fra vari contorcimenti, fino all’ultimo conato reazionario tambroniano, rigettato da una rivolta popolare e antifascista nel luglio del ’60, segnata da dieci morti caduti nelle piazze, che aprì la strada all’era del primo centrosinistra. Nel frattempo c’era stato il boom economico e il paese stava cambiando profondamente.

porcellumUna nuova legge elettorale di tipo maggioritario a collegio uninominale, il “mattarellum, fu necessaria per accompagnare la nascita, nel 1993, della seconda Repubblica dopo la scomparsa del vecchio sistema politico e dei vecchi partiti sull’onda della caduta del “muro di Berlino” e del comunismo e travolti, quelli di governo, dagli scandali di “tangentopoli” portati alla luce dall’inchiesta “mani pulite” della magistratura. Doveva servire a superare la cosiddetta “democrazia bloccata” per passare a quella più “scorrevole” dell’alternanza fra forze di centrodestra e di centrosinistra. Funzionò fino a che Berlusconi, nel 2005, sentendo arrivare una prevedibile sconfitta elettorale, la cambiò con il “porcellum” per azzoppare la prevista vittoria di Prodi nel 2006. Che puntualmente avvenne anche grazie alle divisioni interne al caravanserraglio della coalizione di centrosinistra. Sebbene disdegnato dai suoi stessi autori il “porcellum”, nomen omen, non fu mai cambiato, in compenso dette origine a una nuova specie di parlamento, quello dei nominati. Fino a che, con grande e incomprensibile ritardo, la Consulta l’ha giudicato incostituzionale.

Oggi è arrivato l’Italicum. Leggermente meglio del “porcellum” ma fondamentalmente sempre della stessa specie suina sia per l’eccessivo premio di maggioranza dato al listone che prenderà minimo il 40% dei voti sia per una maggioranza di deputati nominati, molti direttamente dal capo del governo in pectore. Serve ad accompagnare i cambiamenti costituzionali verso una democrazia plebiscitaria, meno autorevole ma più autoritativa, fondata sul carisma del capo e su un suo “Partito della Nazione” raccoglitore di tutti i trasformismi..

C’è chi, tra i critici e oppositori, ha gridato al fascismo. Una sciocchezza. Mentre bisognerebbe riflettere sul nesso che c’è fra l’Iitalicum, i connessi e inquietanti cambiamenti costituzionali, e ciò che è mutato in questo ultimo trentennio e più nel rapporto di forza fra le classi lavoratrici, i ceti popolari e le classi possidenti alla luce degli specifici riflessi che la globalizzazione neoliberista ha avuto nel nostro paese. In questo periodo, come ricorda Luciano Gallino, si è svolta una lotta di classe dei ceti possidenti e finanziari contro i lavoratori. Utilizzando il rivoluzionamento delle forze produttive prodotto dalle nuove tecnologie informatiche e della comunicazione, unita alla deregolamentazione della circolazione dei capitali finanziari, il neoliberismo ha prodotto sostanziali mutamenti nel tessuto socioeconomico a tutto svantaggio delle classi popolari e del mondo del lavoro. Ciò ha influito non poco anche sui diversi gradi delle sovrastrutture culturali, ideali, istituzionali e, più in generale, sullo spirito pubblico producendo un pensiero egemonico forte, tanto forte da sembrare l’unico in campo, e perfino un nuovo senso comune che, per dirla con Gramsci, ha assunto la forza delle credenze popolari. Al centro di tutto sono stati messi il primato dell’impresa svincolato da ogni funzione sociale e le solite virtù taumaturgiche del mercato. Gli avversari naturali di questo complesso e rinnovato “blocco storico” borghese, multinazionale e sovranazionale, cioè la sinistra italiana, europea e anche mondiale, sono stati resi subalterni, lasciati a cuocersi nel loro brodino “riformista” nazionale, debole e anemico mentre la democrazia degli stati nazionali veniva molecolarmente devitalizzata. In Italia questo mutamento socioeconomico si è tradotto in un lento slittamento della nostra democrazia costituzionale verso forme istituzionali tendenti al dominio del capo carismatico, dell’esecutivo forte, a cui fanno da contrappunto partiti deboli, personali e evanescenti, nonché un parlamento di nominati succube e ancella del capo plebiscitato. Un potere forte senza contrappesi.

La democrazia è stata liberata nelle sue istituzioni da consistenti rappresentanze popolari, aprendola a spinte plebiscitarie e populiste a scapito della partecipazione innervata su robusti corpi intermedi. Per questo sfondamento politico, sociale e culturale operato dalle classi possidenti guidate dalla loro avanguardia finanziaria, non c’è stato bisogno di squadracce fasciste, sono state molto più utili e sufficienti le schiere di cialtroni, guitti, comari, “nani e ballerine”, opportunisti di varia specie che sotto forma di politici hanno popolato i talk show televisivi riducendo il cittadino da protagonista della politica a semplice spettatore di una rissa continua. Il più delle volte finta.

Con l’ ”Italicum”, e gli altri cambiamenti costituzionali in discussione, perciò, non siamo, direbbe Churchill, all’inizio della fine, ma alla fine dell’inizio dello sgretolamento della democrazia partecipata. Quella che si sta generando più che una democrazia è una “democratura” populistico-plebiscitaria nelle sue forme e borghese nei suoi contenuti materiali. A giocare a favore di questo epilogo è la stanchezza dell’opinione pubblica, abilmente gestita da Renzi, per l’inconcludenza della politica fin qui avuta, per la corruzione e il trasformismo imperante nelle aule istituzionali, per la sfiducia crescente nei partiti e nella partecipazione politica. La sinistra ufficiale è stata devitalizzata dalla lunga offensiva neoliberista perdendosi politicamente, socialmente e anche eticamente.

Invertire la tendenza non sarà facile. Non ci sono scorciatoie politiciste che possano sopperire in breve a un grandissimo deficit di egemonia, di radicamento sociale e di credibilità morale. Solo con un lavoro di lunga lena per ricostruire, nel fuoco della lotta politica quotidiana, un nuovo blocco sociale popolare imperniato sul lavoro dipendente e autonomo si può affrontare seriamente il problema e far uscire l’Italia da una “democrazia regrediente”. Ma questo non si fa con una corrente di partito o con piccoli gruppi autoreferenziali. Si fa con un “partito nuovo”.  Tutto da inventare e da costruire.


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