Lettere agli studenti 7 – La scuola in trincea

La scuola non finisce chiudendo il cancello. Le parole degli scrittori non muoiono chiudendo un libro
Lilia Bellucci - 1 Aprile 2020

Questa è la settima delle “Lettere agli studenti”, pubblicata nella rubrica curata dalla professoressa Lilia Bellucci

Cari studenti,

stiamo combattendo la nostra guerra in trincea, contro un male invisibile e muto, che sta fuori dalle nostre case e di cui ci parlano ininterrottamente.
Stiamo rimanendo fermi sulla linea del fronte, mantenendo la posizione e difendendo i nostri valori. Questo stiamo facendo: combattiamo, perché la scuola non si fermi.

Giuseppe Ungaretti in trincea

Giuseppe Ungaretti, trascorrendo un’intera nottata davanti allo strazio del mondo, riscopre e riafferma le ragioni per amare la vita e gli altri.

Un’intera nottata/ buttato vicino/ a un compagno/ massacrato/ […] con la congestione/ delle sue mani/ penetrata/ nel mio silenzio/ ho scritto/ lettere piene d’amore…”. Risuonano le sue parole e i suoi silenzi nel mio cuore da questa mattina e forse per questo vi scrivo un’altra lettera in questa scuola in trincea che stiamo sperimentando.

Non sono mai stato/tanto/attaccato alla vita

I versi di Ungaretti hanno illuminato la notte della ragione, che è stata la guerra mondiale e hanno lasciato sospeso nel vuoto, per sempre, il suo grido di speranza nella possibilità per l’uomo di vincere il male.

Nell’aria spasimante/ involontaria rivolta/ dell’uomo presente alla sua/ fragilità”.

Quando l’uomo acquista consapevolezza dei suoi limiti, quando sta per precipitare in un abisso, può trovare forza nella solidarietà. Contro la precarietà, contro la sventura che imperversa, da sempre abbiamo una via d’uscita: l’aiuto reciproco.

In questa trincea, oggi, ognuno doni qualcosa di sé.

Tutti siamo chiamati a combattere per resistere e per vincere.

Le parole di Ungaretti, che solitamente leggete in una verticalizzazione grafica, ora risuonano nella successione orizzontale della ripetitività delle nostre esistenze, chiusi in una stanza. Sui suoi versi si innestano altri ricordi di altre pagine, sovrapponendosi, alternandosi, creando nuovi significati.

Primo Levi nel Lager

Nella drammatica esperienza del Lager, Primo Levi riflette sullo sradicamento:

Si immagini ora un uomo a cui, insieme con le persone amate, vengano tolti la sua casa, le sue abitudini, i suoi abiti, tutto infine, letteralmente tutto quanto possiede: sarà un uomo vuoto ridotto a sofferenza e bisogno, dimentico di dignità e discernimento, poiché accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso”.

Per non perdere se stesso, nella condizione degradata e disumana della prigionia, cerca di spiegare ad un compagno i versi del canto che Dante dedica ad Ulisse:

Lo maggio corno della fiamma antica… misi me per l’alto mare… considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza… quando mi apparve una montagna… e la prora ire in giù, come altrui piacque…

La fatica di ricordare e chiarire è dolorosa, ma Primo Levi non cede, perché “è assolutamente necessario e urgente che ascolti, che comprenda… prima che sia troppo tardi”, perché “devo dirgli, spiegargli… altro ancora, qualcosa di gigantesco che io stesso ho visto ora soltanto, nell’intuizione di un attimo, forse il perché del nostro destino, del nostro essere oggi qui…

Beppe Fenoglio tra i partigiani

Beppe Fenoglio nel romanzo “Il partigiano Johnny” ci racconta le vicende e le passioni di uno studente, giovane e inesperto, che ha lasciato la casa e i genitori, per unirsi ai Partigiani sulle colline delle Langhe. Tra le raffiche dei proiettili e i primi morti, le imboscate, le attese, a cosa pensa quel ragazzo? Cerca di far affiorare nella memoria i difficili paradigmi dei verbi greci.

Pensava a se stesso, al suo grado di sopravvivenza intellettuale, gli parve di pencolare su un abisso, quando a un test, constatò di non ricordare nulla degli aoristi. – Tutto questo finirà, ed io dovrò rimettermi da capo col greco, non potrò mai fare a meno del greco per tutta la vita”.

In cosa consisterà la nostra “sopravvivenza intellettuale”, quando usciremo da questa pandemia e “tutto questo finirà”?

Quali parole della letteratura state custodendo dentro di voi, mentre siamo in trincea?

La scuola non finisce chiudendo un cancello.

Le parole degli scrittori non muoiono chiudendo un libro.

Lilia Bellucci


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