Lingotto d’oro

Aldo Pirone - 1 Luglio 2017

Com’era prevedibile, dopo i risultati elettorali negativi, per non dire disastrosi, per il centrosinistra in tutte le sue versioni, unitaria con candidati renziani (per esempio L’Aquila) e unitaria con candidati non renziani (per esempio Genova) sono arrivati commenti, critiche, prese di distanza dalle tende dentro, accanto e fuori dal PD.  Naturalmente essendo voti locali ogni comune fa storia a sé e l’analisi andrebbe fatta luogo per luogo e in modo approfondito. Tuttavia è innegabile che si ripetano in crescendo alcune costanti di queste consultazioni dove in ballo ci sono partititi, liste e candidati: aumenta l’astensione (domenica il 54% ha disertato le urne) con punte che vanno oltre in alcune città storicamente a forte partecipazione democratica come Genova; il PD continua a franare anche nelle “zone rosse” come Toscana, Emilia, Liguria. E’ evidente che fra le due cose c’è un legame. Il centrodestra vince i ballottaggi più per l’abbandono del campo da parte dell’elettorato di sinistra che per virtù proprie.

 

Delle critiche che gli vengono anche da chi lo ha sostenuto più o meno a spada tratta fino a domenica, Renzi non se ne dà per inteso. Il coro gregoriano in cui spiccano le voci di Franceschini, Prodi, Veltroni e tanti altri, non lo smuovono. Continua a produrre patetici post su facebook che conclude, invariabilmente, con “Avanti, insieme”. Dove “avanti”, visti i risultati, suona come un’insuperabile e involontaria ironia che, unita a “insieme”, pensando ai milioni di voti che se ne sono andati, diventa puro sarcasmo. Si potrebbe evocare, riguardo all’incedere di Renzi, il celebre “Un passo avanti e due indietro” di Lenin. Ma sarebbe solo per raffinati cultori di storia antica. Rimane solo, più vicino ai nostri tempi e anche alle intenzioni del Matteo da Rignano, quell’“Avanti Savoia!” che, a parte pochissime vittorie, segnò le molte sconfitte, alcune anche vergognose e imbarazzanti, dell’esercito italiano durante la monarchia sabauda.

Tra gli immediati commenti critici, evidentemente già da tempo preparati e meditati nell’animo, c’è stato quello di Veltroni in un’intervista a Stefano Cappellini di “Repubblica”. Il pensiero di Veltroni è significativo perché non si può dire che sia stato uno che abbia ostacolato Renzi in passato. I suoi seguaci nel PD hanno sempre sostenuto Renzi fin dall’inizio. I rilievi di Walter sono tanti, il principale è l’amara costatazione che il PD è diventato simile alla Margherita dopo esserlo stato alla vecchia “ditta” DS. Per il fondatore del PD, recentemente eletto a Padre della sinistra e della Repubblica, da Eugenio Scalfari il cui fiuto per individuare grandi leader, da De Mita in poi, è proverbiale, il punto è che il PD non è quello che lui voleva. Com’è noto Veltroni soffre della stessa malattia di altri ex leader della sinistra come D’Alema e Bertinotti, per esempio, che hanno fatto il bello e il cattivo tempo, anzi a questo punto solo il cattivo, senza efficaci accenni autocritici. Anche per Walter è così. Tutto il ruinare è dipeso dagli altri che non hanno seguito le sue intuizioni, soprattutto da quel cattivone di D’Alema che gli ha impedito di fare del PD il partito riformista doc, quello che gli italiani sognavano da secoli e che non avevano mai avuto, quello che fu messo al mondo, con fecondazione assistita da Prodi, da DS e Margherita, per “evitare che la sinistra italiana facesse la fine dei socialisti greci e francesi”. Dando a intendere che lui aveva già previsto 7 anni prima quel che sarebbe successo al Pasok e, 9 anni prima, al PSF.

A Veltroni, così come a quelli che oggi si trastullano attorno alle alchimie politiciste dentro e fuori del PD, in schemini su alleanze con il PD(R), e alla ricerca di leadership e di nuovi o vecchi federatori, sfugge un dato di fondo: Renzi è esattamente quello che il Dna veltroniano, ma non solo veltroniano, del PD ha prodotto. E il Dna è quello risultato dalla mescolanza, l’unica che c’è stata, di strutture correntizie e feudali di DS e Margherita – partiti di per sé già arrivati estenuati all’appuntamento matrimoniale – unita al plebiscitarismo nell’individuazione del capo. Quel plebiscitarismo che rende impotente il PD, unico partito occidentale non in grado di cambiare i suoi leader perdenti e, quindi, destinato ad affondare con loro.

Se si vuole discutere seriamente e analiticamente del PD, non bisogna rifarsi solo agli infiocchettamenti tardo blairiani del Lingotto, già allora consunti – non a caso Renzi per riprendersi il partito è tornato proprio lì qualche mese fa – e culturalmente del tutto inadeguati a leggere la crisi sociale generata anche in casa nostra, non solo dal berlusconismo, ma più nel profondo dalla globalizzazione di segno neoliberista. Occorre partire dalle forze materiali che hanno fondato il PD, cioè dalle correnti e dalle cordate dei due contraenti. Dal grumo di potere trasversale di una classe dirigente largamente autoreferenziale che, da una parte, diceva ai fedeli d’incontri storici fra storiche culture riformiste, e, dall’altra, più prosaicamente gestiva il potere senza alcuna ambizione e orizzonti di cambiamento, senza più motivazione ideale, lontana dalle sofferenze dei lavoratori e dimentica di ogni legame sociale con quelli che avrebbe dovuto rappresentare; dedita organicamente al compromesso al ribasso e all’ideologia del “meno peggio”. Rigidamente organizzata nei comuni, nelle province e nelle regioni per consorterie di potere chiuse a ogni apporto che ne potesse mettere solo lontanamente in discussione gli equilibri consolidati, solcata da innumerevoli episodi che hanno evidenziato come fosse affetta da una grave “questione morale”. Una classe dirigente geneticamente pervasa dal trasformismo interno ed esterno, guidata solo dalle convenienze personali, ammalata di arroganza e saccenteria al tempo stesso, mediamente incompetente e politicamente analfabeta. Il PD, inoltre, sul piano di un’operazione più strettamente politica è nato con l’intento inconfessabile da parte della sinistra postcomunista dei D’Alema, Bersani, Fassino e compagnia, di legare a sé, subordinandole, le forze ex popolari e margheritine.  Per poi, nel 2013, dopo la sconfitta al primo appuntamento elettorale significativo, il famigerato “gol a porta vuota”, che poi tanto vuota non era, trovarsi senza difese di fronte all’irruzione vincente del populismo e della demagogia renziani aiutata dagli ex popolari di Franceschini. E, quindi, a diventare, come ammette lo stesso Veltroni, una “margherita” un po’ più grande, ma in via di perdere petali. Se si parte dalla realtà materiale di come è nato il PD e non dai sogni, per altro sbagliati, contrabbandati al Lingotto, allora è agevole vedere che, al di là di Renzi, il problema del PD è il PD medesimo, quello di adesso e quello di allora che, non per caso, ha prodotto quello di adesso. E appaiono patetici tutti gli sforzi politicisti, avulsi da ogni lotta sociale seria per modificare i rapporti di forza, per ricondurlo sulla strada del vecchio centrosinistra, più o meno ulivista. E’ come volere far rientrare il dentifricio nel tubetto. Del resto Veltroni, forse impaurito dalle sue stesse critiche, ci tiene a dire che Renzi “Resta una grande risorsa (sic! n.d.r.)  e non possiamo permetterci di aprire una fase di discussione sulla leadership, ma questo comporta che la leadership mostri la sua dimensione programmatica e che dimostri di aver capito che questa è la fase dell’inclusione “. Cosa già respinta con la solita arroganza dal soggetto interessato la cui “dimensione programmatica” è quella già ampiamente somministrata al Paese e la volontà d’includere è larga come la cruna dell’ago. Poi, Veltroni, per fare anche lui da vinavil, invita Pisapia a “evitare che la soluzione del suo agire sia la nascita di una forza antitetica al Pd”. “Ci faremmo del male” dice.

Perché, quello che hanno fatto finora che è?


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