L’isola del tesoretto che non c’è

di Ettore Visibelli - 12 Aprile 2015

Se c’è una parola che mi affligge e allo stesso tempo mi manda in bestia è il vezzeggiativo tesoretto. Mi sembra una presa in giro, meglio, come una presa per i fondelli, quelli veri, posizionati là dove i calzoni scendono lungo le gambe.

Ma come? Il governo è sempre querulo e lamentoso per la mancanza dei soldi necessari a far quadrare il cerchio e poi, di tanto in tanto, ecco apparire il fantomatico tesoretto, un ectoplasma inafferrabile, comparso la prima volta per la magia del duo Prodi – Padoa Schioppa, poi affondato di nuovo nel mare dei debiti governativi, a somiglianza dell’Isola Ferdinandea, tra la Sicilia e Pantelleria che, per un fenomeno di bradisismo vulcanico, ogni qualche tempo riemerge per poi scomparire di nuovo sotto il pelo dell’acqua, oggi a una profondità di circa 7 metri. Forse perché più che un’isola è uno scoglio nato o, se preferite, uno scoglione.

Nel caso del tesoretto, esso riappare in occasione di necessità politiche impellenti, come elezioni o paventate crisi di governo, per poi scomparire in modo fantomatico: Niente, niente: era solo un miraggio. Siamo di nuovo in preda alla morsa debitoria, è l’affermazione di ogni governo, non appena termina l’emergenza che aveva avuto bisogno di evocare la ricomparsa improvvisa di fondi statali in esubero.

Mi sembra illogico sentire che il governo non abbia ancora deciso come spenderlo, in una situazione dove il problema irrisolto degli esodati – tanto per citare una vergogna ancora pendente – sembra caduta incredibilmente in prescrizione nel dimenticatoio. Davvero leggere e ascoltare dai mezzi di informazione che, raschiando il fondo del barile si siano trovati 1600 milioni di euro sfuggiti al bilancio dello Stato, sembra metterci di fronte a una favola da mille e una notte, raccontata al gregge pecorone per costruire il mito di un governo parsimonioso che si trova addirittura ciò che non sapeva di avere, quasi che i quattrini gli crescessero a sua insaputa nelle tasche. C’è da avere paura.

Ma attenzione alle carte giocate e a quelle che sono già presenti sul tavolo. Il rischio esiste e può concretizzarsi ancora una volta in un’altrettanto odiosa dizione insopportabile. Non è fuori luogo che presto al tesoretto possa contrapporsi sistematicamente il suo naturale alterego, la manovrina correttiva, pronta in agguato a ricomparire non appena del primo non si parlerà più.

E chiedo scusa, ma manovrina è un’altro edulcorato sinonimo del gergo politico che da sempre mi affligge e manda in bestia quanto e più dell’inafferrabile e inesistente fortuna inaspettata.


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