Ma ’ndo’ vai se tu il cappotto non ce l’hai?…

Un nuovo neologismo dilaga ormai sulla bocca di tutti: il cappotto termico!
Ettore Visibelli - 12 Giugno 2021

Nonostante un coro di voci imprechi contro il riscaldamento globale, un’altra voce sta prendendo corpo, da quando si parla con altrettanta insistenza del contributo, a fondo perso, del 110% (!) per lavori di ristrutturazione sugli immobili, purché… si incrementi, di almeno due punti, alcuni parametri che riguardino il risparmio energetico, la tenuta antisismica dell’edificio e altre misure migliorative che impattino sulla minimizzazione dell’energia consumata, ad esempio attraverso l’utilizzo dei pannelli solari. Insomma un regolamento a molteplici sfaccettature, con l’impressione ingenerata nel giocatore che alla fine le regole sono state costruite per privilegiare il gestore del banco che, prima di erogare il premio promesso a chi riuscisse a superare gli ostacoli, previsti dal regolamento, troverà sicuramente il cavillo per non rimborsare la spesa dei lavori portati faticosamente a termine da chi, allettato dall’entità premio, aveva deciso di accettare la sfida.

Archiviata la premessa, che riassume sommariamente i termini della sfida, sorprende molto il nuovo neologismo che dilaga ormai sulla bocca di tutti: il cappotto termico! Tanto che è già di dominio pubblico l’affermazione (in livornese) che, fatto ‘r cappotto, ir resto vien di ‘onseguenza. Così, quando vedi qualche operaio edile all’opera, nella manutenzione di un edificio, viene ormai spontaneo chiedergli: ma ca fai, ‘r cappotto ar bimbo? Oppure: ti prepari pell’inverno? Tappati Basola! Senza fino ad oggi aver definito con certezza chi fosse il freddoloso Basola, protagonista del detto che da più di un secolo connota, nella mia città, chi s’incappotta e s’imbacucca oltre ogni limite per fronteggiare il rigore, perfino della mezza stagione.

C’è ormai nell’aria un neologismo, il cappotto termico, partorito dal nuovo gioco da tavolo del 110%, reperibile anche nella versione per ragazzi, nei negozi di giocattoli, nelle edicole e perfino nelle cartolibrerie, con un successo tale da far tremare il Monopoli, fino ad oggi gioco propedeutico a formare i nuovi bancarottieri e faccendieri di domani. Quindi, ne consegue che i dizionari della lingua italiana sono chiamati ad aggiornare quanto prima la voce cappotto, arricchendolo dell’attributo termico, negli esempi che lo connotano nei suoi più frequenti utilizzi idiomatici.

Ma c’è già, con innata ironia, chi sta cantando un rifacimento del mai dimenticato “Il pullover” di Gianni Meccia:

Il cappotto che proponi a me,

Architetto, possiede una virtù:

è gratuito, come sembra a te,

spendo i soldi e non li vedo più…

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Ormai sembra chiaro che, se vuoi essere qualcuno, bene o male finisca il gioco, è indispensabile non solo avere il cappotto in casa, ma averlo firmato dai più noti architetti oggi conosciuti internazionalmente, come fino a ieri poteva essere un capo di Armani o di Laura Biagiotti.

“Allora, costi pure quello che è costato – anche se ho dovuto litigare ferocemente con mio marito, – il cappotto l’ho voluto firmato Fuksas. Non ho niente contro quello di Renzo Piano: bellissimo! Mio marito lo voleva a tutti i costi. Ma dai, troppo classico! Si parla tanto di innovazione… Osiamo, no?”

“Noi abbiamo quello ignifugo, però imbottito con lana di alpaca, un po’ grassa, unta, che preserva dall’umidità. Tutto artigianale, progetto unico, magari non griffato, ma credimi, vuoi mettere?”

A proposito, non ho ancora deciso per il prossimo inverno: voi che imbottitura mi consigliate?


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