Mani Pulite & Mafia Capitale: parenti strette

Il racconto di Antonio Di Pietro agli studenti di UniRoma3: sconcertante analogie con i fatti più recenti di Roma. Non abbiamo imparato nulla da Tangentopoli?
di Fabrizio Miligi - 2 Dicembre 2015

Un anno fa, con l’operazione Mondo di Mezzo, viene arrestato Massimo Carminati, boss della mala romana responsabile della dilagante corruzione della Pubblica Amministrazione Capitolina. Un sistema vorticoso di cooperative, imprese e partiti conniventi che ha avuto come risultato la caduta di Roma in una voragine di sporcizia (morale ed effettiva), inefficienza ed illegalità diffusa e persino tollerata.

Ieri, 1° dicembre 2015, nell’aula 1B della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Roma Tre, il recente fenomeno di Mafia Capitale è stato messo a confronto con quello di Mani pulite.

Aula_RomaTreIl dott. Antonio di Pietro, ex magistrato e punta di diamante di Mani Pulite, e il prof. Antonio Agosta, docente di Scienza Politica e Sistema Politico Italian,  hanno partecipato all’incontro “Mani Pulite – Il processo che ha cambiato l’Italia” , organizzato dall’UDU Roma, confederazione di associazioni studentesche organizzate secondo un sistema di sindacato, e “Ricomincio dagli Studenti” , il sindacato studentesco di Roma Tre.

Durante il racconto degli eventi del 1992, dalle parole di Di Pietro sono emerse verità note ai più, ma che, in relazione ai fatti più recenti accaduti a Roma, assumono tratti maggiormente inquietanti, per via di analogie e richiami continui a fatti, distanti tra loro 20 anni.

Di_PietroDi Pietro rievoca gli anni di Tangentopoli, parla di “sistema economico” (le imprese) e “sistema politico” anomali, in simbiosi tra di loro, con il primo che “bara per garantirsi un primeggiare tra la concorrenza e quindi la sicurezza di fare affari, ed il secondo che si nutre dei cospicui finanziamenti che le imprese garantiscono loro, uscendo di fatto dalla funzione di servizio ai cittadini, in una logica di sopravvivenza. Inevitabile quindi comparare i fatti del 1992 con quelli odierni occorsi a Roma, dove la teppa criminale è riuscita ad infiltrarsi nella politica e nelle amministrazioni, in amicizia con importanti imprenditori, per accaparrarsi i migliori appalti.

L’ex magistrato enfatizza poi con orgoglio l’efficacia dei sistemi investigativi dei magistrati del pool della procura di Milano di cui faceva parte: non si cercano a priori le prove di corruzione che le imprese indagate difficilmente disseminano, bensì si cercano di scoprire i fondi neri, creati ad hoc tramite falso in bilancio, necessari a costituire il finanziamento illecito ai partiti. Le successive accuse di corruzione o “dazione ambientale” (celebre espressione rivendicata da un divertito Di Pietro come originale locuzione presente anche su Wikipedia) vengono formulate successivamente a carico degli imprenditori e dei politici coinvolti.

Una differenza sostanziale tra Mani Pulite e Mafia Capitale è che nella prima inchiesta, gli imprenditori in qualche modo si ribellano ad un sistema politico divenuto esoso oltre ogni limite, arrivando a pretendere un importo nelle mazzette pari al 10% dell’ammontare totale dell’appalto da pilotare. A Roma invece, il tessuto imprenditoriale coinvolto rimane tutt’ora nell’ombra, maggiormente intrecciato e meno “indotto ambientalmente” a corrompere, trattandosi perlopiù di partecipate pubbliche.

Prof_AgostaViene poi domandato al prof. Agosta in che misura l’inchiesta Mani Pulite riesce ad influire sulle elezioni politiche del 1992.

Il docente evidenzia come già prima del terremoto giudiziario di quell’anno, il sistema dei partiti sia maggiormente frammentato rispetto al passato, con l’abbandono del bipolarismo DC-PSI. Mani Pulite, afferma il prof. Agosta, inizia a produrre effetti dall’ autunno ’92, nelle elezioni amministrative, e soprattutto nel 1993, l’anno dei grandi referendum, tra i quali quello che abroga il finanziamento pubblico dei partiti, che vede vincere i sì con il 90 per cento.

E’ seguita la proiezione di un estratto del celebre discorso di Bettino Craxi alla Camera dei Deputati del luglio 1992, dove egli ammette di fatto la colpevolezza sua e di tutti gli esponenti politici nell’intascare somme di denaro illecitamente per conto dei Partiti.

Il prof. Agosta ha poi parlato dell’evoluzione del peso dell’opinione pubblica dagli anni ’70 al 1993, soprattutto attraverso l’esercizio del voto nei referendum abrogativi, strumento sempre più utilizzato, soprattutto dai Radicali. L’indignazione sempre maggiore dell’opinione pubblica, determina quindi le sorti di un sistema politico, che appare a volte intoccabile, come sottolineato da Di Pietro; l’ex magistrato afferma infatti che, in caso di coinvolgimento di elementi di peso della politica, le inchieste perdono di efficacia per depenalizzazione di alcuni reati, ad esempio del falso in bilancio.

Paragonando il crac dei partiti nel ’92 alla situazione odierna si può notare come vi sia l’elemento comune di un terzo incomodo che emerge tra i maggiori due partiti in voga: nel 1994 Berlusconi emerge come homo novus tra ex DC e PCI,  ad oggi abbiamo il M5S (nei sondaggi primo partito della Capitale, con il 33%) che si frappone come antipolitica al PD e al Centrodestra (pesantemente coinvolti in Mafia Capitale).

Risultati analoghi ed inevitabili anche se divisi da 23 anni di storia, con il consenso elettorale che va a premiare proprio quell’elemento nuovo che si frappone fra i vecchi schieramenti, ritenuti colpevoli della malapolitica, proponendosi come un movimento pulito.

Con il sorriso sulle labbra Di Pietro e il prof. Agosta salutano il pubblico di studenti; a tutti noi rimane una domanda: dal 1992 ad oggi, cosa è cambiato?


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