Mario Tronti, una delle ultime menti di una sinistra che coltivava il pensiero

È morto a Ferentillo il 7 agosto 2023 Mario Tronti. Nato a Roma nel 1931, per molti anni professore di filosofia politica all’Università di Siena, marxista non pentito, autore di numerosi saggi di elevato spessore e significato filosofico, senatore del Pci-Pds per alcune legislature.
Avendolo conosciuto personalmente e avendo avuto modo di scambiare idee ed opinioni non sempre collimanti, vorrei dedicargli questa recensione, datata 1998, ad un suo famoso libro pubblicato da Einaudi in quello stesso anno. Ricordo che, sebbene l’articolo contenesse alcuni rilievi critici nei confronti dei contenuti della sua opera, il prof. Tronti, quando ci incontrammo qualche mese dopo, mi espresse i suoi complimenti e ringraziamenti “per l’attenta lettura”. Ecco l’articolo.

La nostalgia per una “grande politica” ormai tramontata: Mario TRONTI, La politica al tramonto, Einaudi 1998

La politica al tramonto di Mario Tronti, professore di filosofia politica all’Università di Siena, potrebbe avere come sottotitolo Il mondo di ieri (Die Welt von gestern), espressione, questa, che, oltre a ricorrere numerose volte nel testo, e anche nell’originale tedesco, coincide con il titolo del libro più famoso dello scrittore viennese Stefan Zweig. Anche Tronti, come Zweig, rimpiange un mondo perduto, un mondo in cui la politica era “grande politica”, era la “virtù” del Principe di Machiavelli che, opponendosi all’irrazionalità (o alla sua misteriosa e immanente ragione) della storia e della “fortuna”, poneva argini alla piena del fiume; una politica senza disegno di longue durée, una politica che, di volta in volta, si manifesta “in un soggetto del tempo”, in uno “stato d’eccezione” (e in questo insistere sullo stretto legame tra grande politica e stato d’eccezione si rivela, il nostro autore, ben più discepolo di Carl Schmitt che di Karl Marx, almeno del Marx che noi amiamo, quello degli scritti giovanili, del Manoscritti del ‘44), una politica che, ben sapendo che “le stesse cose ritornano” (Ewige Wiederkunft des Gleiches, secondo l’espressione coniata da Nietzsche), è “decisione”, è “conflitto e contrasto”, è “irruzione e impeto”, mancanza di “respetto” e volontà di “vincere o per forza o per fraude”, qualcosa che non ha niente a che fare con l’etica, qualcosa che, perciò, si pone consapevolmente “al di là del bene e del male”.
La grande politica di Tronti ama il rischio, il pericolo, perché, come dice Hoelderlin in “Patmos”, “Wo aber Gefahr ist, waechst das Rettende auch” (Dove è il pericolo, cresce anche ciò che salva); Tronti cita più volte questi due versi, senza purtroppo denunciarne la paternità, e senza purtroppo proseguire nella citazione dei seguenti tre versi: “Im Finstern wohnen die Adler, und furchtlos gehn die Soehne der Alpen ueber den Abgrund weg” (Nelle tenebre vivono le aquile e senza paura vanno i figli delle Alpi sopra l’abisso); se l’avesse fatto avrebbe certo comunicato al lettore un senso di repulsione nei confronti di grandi politici che, simili alle aquile (inquietante questa similitudine!) e figli delle Alpi, trasvolano incuranti e “senza paura” l’abisso.
La grande politica trontiana è levatrice della modernità, essa nasce infatti con il Rinascimento e la Riforma, è tenuta a battesimo da Machiavelli e da Bodin, è madre tanto del “diritto naturale” di Grozio (non a caso definito nel suo più celebre scritto: De jure belli ac pacis), quanto del Leviatano (il moderno Stato assolutistico) di Hobbes; essa ha creato, attraverso lo Stato e l’etica calvinistica, le condizioni per la nascita dell’accumulazione originaria di capitale e per la rivoluzione industriale. La grande politica trontiana ha prodotto anche, di conseguenza, la rivoluzione francese, il sorgere del proletariato, i suoi partiti e i suoi sindacati, la rivoluzione russa e il “sogno di una cosa”, il grande mito della società comunista.
Il periodo più fulgido (“l’età vera e propria”, p. 23) della grande politica, secondo Tronti, è stato il trentennio 1914-1945, un trentennio, come tutti sappiamo, di guerre, distruzioni, immani tragedie, olocausti infami. Come stride, questa scelta temporale trontiana, con la definizione di grande politica che dalla penna gli sfugge a p. 47 “Grande politica è organizzare il conflitto senza scatenare la guerra”, sebbene essa sia riferita al periodo della guerra fredda. D’altra parte, quando si accetta, sulla scorta di Hegel, che i rapporti e i conflitti tra le nazioni (la Weltgeschichte), i quali possono essere regolati anche dalla guerra, rappresentino anche il Tribunale del mondo (Weltgericht), e quando si accetta che l’agire politico comporti e presupponga la formazione della coppia Freund-Feind (amico-nemico), e, soprattutto, quando si irride alla coscienza etica (“il vuoto di politica è stato riempito da un’emergenza etica”, …, “la rivolta etica, questo impotente grido di rifiuto contro le ingiustizie del mondo”, …, “Al posto della politica, nel migliore dei casi, l’etica. Un salto indietro a prima della politica moderna”, ecc.), allora perché meravigliarsi di fronte all’affermazione che il movimento operaio moderno è stato l’ultimo grande soggetto della politica moderna; perché meravigliarsi nel leggere che “l’obiettivo delle masse nello Stato si è compiuto nella forma delle democrazie contemporanee occidentali, a partire da quella forma di democrazia realizzata che … è stato il socialismo sovietico” (contradictio in adiecto, oppure, semplicemente, lapsus calami?), perché sussultare di fronte all’esortazione trontiana secondo la quale, per capire le radici della sconfitta operaia, è necessario uno “scavo archeologico” che presupponga “il coraggioso abbandono di un impegno etico per la ricerca della verità e la scomoda assunzione di un criterio dell’onestà” (p. 35)?
Dalla fine degli anni ’60 in poi, abbiamo, secondo il nostro autore, il “piccolo Novecento”, il novecento della fine; è la rivincita della storia (intesa come fortuna, come eterno ritorno dell’identico, come status naturae, che riduce fini, strumenti, soggetti, cancella orizzonti, neutralizza conflitti; “il sogno, quasi realizzato, della storia è la spoliticizzazione”; è l’epoca della privazione, aggiungiamo noi, citando ancora l’amato Hoelderlin (Wozu Dichter in duerftiger Zeit?). In questa’epoca il destino del movimento operaio – che, chissà perché, coincide con il destino della patria socialista – è segnato; l’89 “è un episodio del piccolo novecento, del novecento della fine. … Non c’è stato nessun crollo, né di muri, né di potenze, né di sistemi, tanto meno di ideologie. Solo l’estinguersi di un corpo senz’anima (p. 24)”. Dato per scontato che il 1989 è un anno, per Tronti, del tutto insignificante, bisogna rintracciare lo spartiacque nel 1968. Da lì ha inizio la storia minore, parte da lì quel processo che “ha portato il ceto politico della sinistra, in Europa, a diventare sempre più pacificamente intercambiabile con quello della destra, in formali alternanze, dopo aver rotto ogni continuità con la precedente storia del movimento operaio, e dopo aver perso nozione di che cosa sono le categorie del politico moderno … Al posto del conflitto il compromesso, al posto delle appartenenze le contaminazioni, al posto delle ideologie gli interessi, al posto delle culture gli issues, al posto dei partiti i gruppi, al posto della nobile sfida dei rapporti di forza tra le classi le stupide violenze anarchiche degli atti terroristici. Al posto della politica, nel migliore dei casi, l’etica” (p. 40-41).
Amaro è l’esito del discorso trontiano, amaro e nostalgico, o nostalgicamente amaro; egli rimpiange l’età degli eroi della politica, depreca quest’età contrassegnata dalla ricerca della “normalità”, dallo sforzo incessante del dialogo, utile all’elaborazione di un minimo di valori comuni, di regole condivise nella cui cornice affrontarsi per una posta che non è più rappresentata dal “potere sovrano”, dall’uso esclusivo della “decisione”, in cui l’avversario politico sia semplicemente avversario, e non Feind (nemico); l’autonomia del politico appartiene al mondo di ieri.
Sul piano della teoria politica, Tronti non sembra vedere al di là dell’orizzonte formato dalla linea continua Machiavelli-Hobbes-Hegel-Marx-Schmitt. L’alternativa teorica formata da Kant-Popper-Rawls-Habermas ha, probabilmente, il difetto di fondare l’agire politico sull’etica (sia quella che sorge dalle radici dell’imperativo categorico, sia quella che trova i propri presupposti nella finzione della posizione originaria in cui tutti i soggetti abbiano il medesimo diritto di parola). E’ la democrazia come valore universale e, nel contempo, come sistema formale di regole, che mal si concilia con l’autonomia del politico, possibile soltanto nel contesto dello “stato d’eccezione”.
Ora, delle due l’una: o continuiamo a rimpiangere la grande politica, e perciò vediamo come il fumo negli occhi qualsiasi tentativo di dare un fondamento etico all’agire politico e di universalizzare la democrazia; oppure lavoriamo – consapevoli di essere non più nell’età degli eroi ma degli uomini ragionevoli e perciò suscettibili di “congetture e confutazioni” – per un sistema che, mediante istituzioni mondiali, possa essere in grado di governare le forze anarchiche dell’economia e dell’innovazione tecnologica, volgendo parte delle enormi risorse create da esse a vantaggio dei soggetti e dei paesi più deboli.
Il libro di Tronti, discutibile e provocatorio, merita di essere letto con molta attenzione; in esso, e nelle idee che esprime, si rispecchia una tradizione culturale della sinistra europea che è, sì, grande, ma anche fortemente debitrice nei confronti dei grandi teorici “conservatori” della politica (da Machiavelli a Hobbes, da Hegel a Weber a Schmitt) e facilmente portata a vedere nella democrazia una “moda passeggera”, un prodotto contingente e funzionale di una fase di crescita del capitalismo. Un altro motivo per leggere attentamente questo libro è dato dal fatto che il dibattito teorico e filosofico nella sinistra, dopo le grandi abbuffate degli anni ’60, si è fatto asfittico e scarno. Ben venga, quindi, un libro come questo, se saremo costretti a riflettere e a scrollarci un po’ di torpore intellettuale.

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