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Meglio prevedere che rivedere

Anche a me dispiace, ovviamente, che Benigni sia orientato per il SI al referendum. Ma questo non mi induce minimamente a sminuire le sue doti di grande giullare comico. Al tempo stesso il principio di distinzione fra giudizio artistico e quello politico non mi porta a “rosicare”, come si dice a Roma, alle battute esilaranti di Crozza, soltanto perché inducono al NO.

benigni-e-la-piu-bella-del-mondo-stasera-su-raiuno-261252Mi porta invece a entrare nel merito di qualche affermazione che Benigni ripete nella sua intervista alle “iene” dell’altro giorno, avendola già sentita da più autorevoli fonti politiche: “I costituenti stessi hanno auspicato di riformare la seconda parte della Costituzione”. Tralascio, invece, la battuta che equiparava la possibile vittoria del NO alla Brexit perché, trattandosi di uscite, una dall’Europa e l’altra dalla Costituzione, forse era al Sì che il grande artista toscano voleva riferirsi.

La questione dell’ansia dei costituenti a voler riformare un testo appena approvato e di cui qualcuno, fra i 458 favorevoli, poteva legittimamente essere non pienamente soddisfatto, oltre ai 62 che votarono proprio contro, è però una falsificazione di quello che effettivamente è successo attorno alla Costituzione nei decenni successivi alla sua approvazione.

C’è stato tutto un periodo storico, quello contrassegnato dal centrismo, in cui l’oggetto dello scontro fra la sinistra e la parte delle forze conservatrici che faceva capo alla DC, alla vecchia burocrazia statale e alla Magistratura sopravvissute allo stato monarchico e al fascismo, fu la difesa e l’applicazione della Carta costituzionale. Erano i tempi in cui Scelba, ministro dell’interno, poteva definire tranquillamente la Costituzione “una trappola”, i tempi in cui i lavoratori, operai e braccianti, falciati dalla sua famigerata “celere” lasciarono una lunga scia di sangue in Italia nelle manifestazioni per il lavoro, per la pace per la democrazia. Decine di persone furono fucilate nelle piazze e nelle campagne come a Melissa, Montescaglioso, Torremaggiore, Terni, Bagheria o come a Modena, crocifissi ai cancelli delle Reggiane dal piombo della polizia, e in tanti altri paesi e città d’Italia. Solo tra il gennaio del 1948 e il settembre 1954 si contarono 75 uccisi, 5.104 feriti, 148.269 arrestati, 61.243 condanne in relazione a manifestazioni sindacali e di piazza. Né mancò la repressione postuma contro i combattenti della Resistenza: tra il 1945 e il 1953 furono 1.697 i partigiani arrestati con condanne che comportarono la distribuzione di 5.806 anni di carcere. Tutta gente che alla Costituzione ci teneva.

In quegli anni non si pensava certo a riformare la seconda parte della Costituzione. E neanche negli anni seguenti, che furono segnati da un lento, ma progressivo, avanzamento sociale politico, frutto di lotte tenaci e non di convegni, in cui, tra l’altro, si dette luogo all’applicazione di alcuni istituti della Costituzione come la Corte costituzionale nel 1955 o, con molta più sofferenza per il parto, le leggi istitutive delle Regioni e del referendum. Fu il periodo del centro-sinistra d’antan e, più limitatamente, dei governi di unità nazionale, contrassegnato dalla lotta per l’applicazione dei princìpi della Costituzione con le leggi sul lavoro, per i diritti delle persone, in particolare delle donne, la costruzione del welfare.

33Solo dagli anni ’80 il discorso si aprì. Fu Craxi a iniziarlo parlando di una “Grande riforma” che non si è mai saputo cosa fosse in concreto, se non per il suo intento di rendere più veloci le decisioni dell’esecutivo, il famigerato decisionismo dell’uomo solo al comando, liberandolo dal controllo di un parlamento dedito a perdere tempo, come disse sprezzantemente, perché discuteva di leggi tipo l’”eviscerazione dei polli”.

Quell’impostazione di fondo, però, non è svanita, è riemersa come un fiume carsico per essere alla fine messa su carta dal duo Boschi-Verdini col noto combinato-disposto Italicum-riforma costituzionale. Il parlamento allora rispose varando la commissione bicamerale Bozzi, e poi negli anni ’90 quelle pre maggioritaria De Mita-Iotti e post maggioritaria di D’Alema. Tra le due, nel frattempo, era cambiata la legge elettorale passata dal proporzionale al maggioritario ed era crollato il vecchio sistema politico dei partiti che la Costituzione l’avevano fatta.

A questo proposito è utile ricordare che la prima vittoria di Berlusconi, sostenuto da una coalizione a geometria variabile con Bossi e Fini quanto meno, per così dire, acotistuzionale, mise una certa preoccupazione nei progressisti quanto alla possibilità per una maggioranza di cambiare in solitaria la Costituzione. Tanto e vero che nel 1995 si affrettarono a presentare una proposta di legge, la 2115, a firma di Bassanini, Napolitano, Mattarella e altri che elevava a due terzi del Parlamento la maggioranza per ogni revisione costituzionale.

Dunque, è con le suaccennate commissioni parlamentari che iniziarono i tentativi di rivedere la seconda parte della nostra “magna carta”. Quei tentativi, è vero, non furono concludenti sebbene avessero formulato dei testi, ma non per questo la Costituzione non venne più volte ritoccata, anche malamente come nel 2001 con la riforma del Titolo V confermata dall’apposito referendum. E anche in precedenza vi erano state modifiche senza sconquassi e senza referendum confermativo, che invece si ebbe, di nuovo, nel 2006 di fronte alla modifica organica di Berlusconi sonoramente bocciata.

Dal 1948 in fatto di modifiche costituzionali non si è stati per niente fermi, come dicono Renzi e compagni. Com’è noto 35 sono state le modifiche che hanno riguardato 44 articoli della nostra Carta fondamentale. Ma questo è un puro dato quantitativo che non dice della qualità dei cambiamenti. Quello sul titolo V, per esempio, che inaugurò i successivi tentativi di cambiare la Carta a piacimento della maggioranza, non fu proprio un bene. L’esplosione della spesa pubblica fatta dalle Regioni nei lustri successivi, che hanno fatto divenire l’Italia una pezza a colori, lo sta a dimostrare. Per non parlare dell’ultima modifica del 2012, relativa all’inserimento del pareggio di bilancio in Costituzione come voluto dalla Troika.

In fatto di pezze a colori, il nuovo Senato e i nuovi procedimenti legislativi potrebbero fare il bis. Nella sua simpatica intervista, che a me, per la verità, è sembrata anche un po’ imbarazzata, soprattutto nei tratti in cui anche a lui è balenato di spararla grossa, Benigni, forse preso dall’immedesimazione con i costituenti che volevano modificare la Costituzione appena sfornata, ha detto che in effetti le modifiche che si vogliono apportare bisognerà migliorarle, rimodificandole, a breve scadenza.

Forse prima di essere continuamente condannati a rivedere sarebbe meglio prevedere.

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