Memoria del Sud: il 2 Dicembre 1943 bombardamento di Bari

L'unico caso di guerra chimica nel Mediterraneo. Una storia che è rimasta, per molti anni, un segreto 

“Questa è la storia di un segreto durato anni e che ancora oggi è sepolto in fondo al mare. L’unico caso di guerra chimica nel Secondo conflitto mondiale. E’ la Pearl Harbor del Mediterraneo. E’ Mostarda.” (dal podcast di Rai 1, prodotto da Rai Play Sound, “Mostarda”) 

Prologo: la sera del 2 Dicembre 1943 nella città e nel porto di Bari tutto pareva tranquillo, salvo che per una pioggia, fitta, di striscioline di carta stagnola a cui, però, nessuno faceva caso. Qualche ora prima il Maresciallo dell’Aria Sir Arthur Coningam, Comandante in Capo della Royal Air Force, l’Aviazione militare britannica, aveva proclamato la fine della Luftvaffe, l’Aviazione da guerra tedesca. Ma si sbagliava.

La storia: quelle striscioline di carta stagnola erano state lanciate nel cielo sopra il porto e la città di Bari dai ricognitori tedeschi per confondere i radar alleati. Da circa tre mesi gli italiani avevano firmato l’armistizio “corto” di Cassibile e l’11 Settembre gli inglesi erano arrivati a Bari. La gran parte dei rifornimenti che affluivano nel porto cittadino erano destinati all’8° Armata del Generale Montgomery, e all’aviazione statunitense, i cui bombardieri pesanti cioè quelli della 15a Air Force USA, si erano installati negli Aeroporti della Puglia, in particolare in quello di Foggia, per battere da sud obiettivi tedeschi nella Germania e nei Balcani.

II porto di Bari era diventato così la retrovia alleata: una quantità incredibile di navi, di tutti i tipi e le Classi, era ormeggiata in porto, praticamente senza difesa antiaerea e quel Giovedì 2 Dicembre ’43 molte di quelle navi erano sotto carico presso i moli del porto.

La mattina di quel Giovedì di Dicembre, un ricognitore tedesco Fieseler FI 156 aveva comunicato alla base il seguente messaggio: “Completamente pieno”: Era il messaggio che i piloti tedeschi attendevano. Quella sera, infatti, decollarono dagli Aeroporti dell’Italia settentrionale, ancora occupata, 105 bombardieri tedeschi Junker Ju 88 di sei Gruppi da bombardamento e 88 di essi attaccarono le navi alleate ormeggiate nel porto barese con effetti disastrosi per gli alleati, ma anche per la città e i suoi abitanti.  

Successo conseguito, per i tedeschi, con la sola perdita di due bombardieri. L’attacco causò però gravi perdite agli anglo-americani, che non subivano un’incursione aerea di sorpresa cosi devastante dall’epoca in cui, il 7 Dicembre 1941, i giapponesi avevano attaccato la flotta statunitense di stanza a Pearl Harbor. Le navi affondate a Bari, incluse quelle di piccolo tonnellaggio furono 21 ed altre 12 risultarono più o meno danneggiate. I relitti delle navi affondate causarono il blocco del porto per tre settimane, con il risultato che per sbarcare i rifornimenti necessari per l’approvvigionamento terrestre ed aereo, allo scopo di non ritardare l’avanzata in Italia, gli anglo-americani dovettero usare al massimo delle loro possibilità di attracco i porti di Brindisi e di Taranto. 

Particolarmente grave ed allarmante risultò l’affondamento per esplosione del carico delle munizioni della nave statunitense John Harvey, Classe Liberty, che trasportava anche 2.000 micidiali bombe all’iprite per un totale di 1.350 tonnellate. Dalle stive della nave, che stava colando a picco, fuoriuscirono una grande quantità di sostanze chimiche, tra cui appunto l’Iprite, il micidiale gas nervino, che non solo contaminarono le acque del porto, ma uccisero oltre 1.000 tra militari e i civili della zona, rappresentando uno dei più grandi disastri ecologici di ogni tempo. (*) 

“Operazione Mostarda”, ovvero l’azione di copertura di un segreto inconfessabile

L’affondamento della U.S.S. John Harvey era, per così dire, particolare, dato il materiale stivato su quella nave e dunque il fatto che nel carico della nave era presente l’iprite era cosa che doveva rimanere segreta come il fatto – avanzato come ipotesi molti anni dopo quel 2 Dicembre del ’43 – che quelle bombe all’iprite avrebbero dovuto essere impiegate durante lo sbarco in Normandia del 6 Giugno del ’44, il famoso “D-Day”. Quel segreto è stato scoperto solo molti anni dopo il bombardamento del Porto del capoluogo barese ed è racchiuso in tre semplici fogli di carta, classificati “Top Secret”. Fogli di carta per anni rimasti sepolti in un Archivio militare britannico. In quei tre fogli è raccontata tutta l’operazione di copertura scattata dopo quell’affondamento particolare nel porto di Bari, nome in codice: “Mostarda”. 

Il segreto militare, steso su quanto accaduto alla nave americana, doveva evitare domande imbarazzanti sul carico di quella nave di cui nemmeno gli inglesi, che avevano il controllo / comando del Porto di Bari, erano a conoscenza. I primi a farsi molte domande furono i Medici degli Ospedali baresi dove erano ricoverati i feriti di quel bombardamento, molti dei quali morivano per cause apparentemente inspiegabili: cecità improvvisa, ustioni, dolori insopportabili e asfissia, questi i sintomi comuni a tutti loro. Saranno proprio gli italiani – a Bari, nella Scuola Balilla, era basata una Squadra di bonifica chimica del Regio Esercito – i primi ad accorgersi che quei feriti presentavano ustioni da agenti chimici come l’iprite. (**) 

Nota: va ricordato che – sempre a Foggia – anche i tedeschi avevano, mascherata da Cartiera, una Fabbrica dove veniva prodotta l’iprite. Quando gli alleati arrivarono a Taranto, i tedeschi in ritirata smontarono la Fabbrica, nascondendo tutti i macchinari per paura che gli alleati potessero pensare alla preparazione, da parte nazista, di una guerra chimica.  

Il 3 Dicembre del 1943, un Venerdì, una nebbia fitta avvolge il cielo sopra il Porto di Bari, ma non si tratta di un fenomeno naturale. E’, infatti, il gas mostarda che – come una cappa assassina – incombe sulla zona seminando ancora morte. Il successivo Venerdì 3 Dicembre 43, inglesi e americani si incontrano e decidono di tenere segreto lo scoppio dell’iprite, di impedire agli italiani l’accesso al porto e di considerare le ustioni da iprite come “dermatiti d.n.d.d.”, ovvero “di natura da determinare”. Dunque, sull’iprite esplosa nel porto di Bari, cala pesante il silenzio. La ragione di quel silenzio non fu solo politica, ma dipese anche dalla paura degli alleati che i tedeschi, venuti a conoscenza dell’esistenza di quel gas nervino (ma forse le spie tedesche avevano già fatto il loro mestiere e i tedeschi sapevano, come proverebbe una trasmissione della radio di propaganda nazista per le truppe alleate, vedi Nota sottostante) potessero scatenare una rappresaglia con la stessa arma chimica. La paura alleata derivava dal fatto che tra i Documenti internazionali che vietavano l’uso dell’iprite c’era una Direttiva emanata dal Presidente Franklin Delano Roosevelt che autorizzava, però, una rappresaglia se i tedeschi avessero usato per primi quel gas … dunque la cosa poteva essere reciproca se ad usarlo fossero, invece, stati per primi gli americani. 

Nota: in una delle trasmissioni della radio di propaganda nazifascista per i militari alleati basata a Roma, di poco successiva al bombardamento tedesco di Bari, la voce di Sally Rita Zucca – una italo-americana diventata collaborazionista nazifascista per amore di un Ufficiale nazista e nota come “Axis Sally” – dice chiaramente: “ragazzi, vi state gasando con il vostro stesso veleno”. La donna sarà l’unica condannata a morte dagli americani nel 1945 per collaborazionismo con i nazifascisti, dopo un regolare processo svoltosi a Roma. 

Il segreto di quel carico mortale è finito in fondo al mare con la nave che lo trasportava. Quel segreto ha resistito per molti anni. Solo nel 1959, infatti, sono cominciate a filtrare alcune notizie sull’”Operazione Mostarda”, mentre diverse decine di militari e civili continuavano a morire per gli effetti a lungo termine di quel gas. Solo negli anni ’90 poi sono stati riconosciuti, ai militari inglesi e americani colpiti dal gas, degli indennizzi economici. Dei civili italiani nessuno si è, invece, preoccupato ma come sosteneva Winston Churchill: “In guerra, la verità è così preziosa che dovrebbe essere coperta da una cortina di bugie”.

Nota finale: ottanta anni dopo quell’affondamento particolare, il fantasma del carico della U.S.S. John Harvey torna a trovarci. Lo sanno bene i pescatori pugliesi che di tanto in tanto tirano a bordo le loro reti piene non di un buon pescato, ma di qualche pezzo del carico di quella nave che dal fondo del mare dove è adagiata ci ricorda che cosa è stata quella guerra. Intanto il segreto di quella notte del 1943 in cui il mare prese fuoco e il vento sapeva di mostarda, resta tale anche nella Memoria di molti baresi e il ricordo di quel Giovedì 2 Dicembre 1943, con il tempo, si affievolisce e infine scompare del tutto (***)

(*) A Luglio del 1917, i soldati delle truppe britanniche che si trovavano di stanza a Ypres, nelle Fiandre in Belgio, videro una nuvola sprigionarsi dai proiettili caduti ai loro piedi, e sentirono uno strano odore nell’aria. Cominciarono a grattarsi e nel giro di un giorno si riempirono di bolle e lesioni su tutto il corpo. Alcuni iniziarono a tossire e sputare sangue. Era la prima volta che il gas mostarda (ovvero il gas che poi verrà convenzionalmente chiamato iprite, proprio dal nome di quella città belga) veniva usato sui campi di battaglia. Solo in quell’occasione, intossicò o uccise più di duemila soldati.
(**) Noi italiani eravamo particolarmente esperti nell’uso dell’iprite (a Foggia c’era la principale Fabbrica italiana di quel gas) perché lo avevamo usato in Etiopia nel 1935-1936 sui combattenti e sui civili – grazie alle direttive di Badoglio prima e di Graziani poi – e dunque sapevamo riconoscerne – e curarne – gli effetti sulle persone che venivano colpite avendo, tra l’altro, stilato dei Manuali per il tempo assai precisi. L’iprite è un gas nervino assai pericoloso tanto che subito dopo la Prima guerra mondiale si decise – con il Trattato di Versailles del 1922 e poi con la Convenzione di Ginevra del 1925 – di vietarne l’uso. Nonostante il divieto però il fascismo lo impiegò massicciamente per stroncare la resistenza dei popoli del futuro Impero mussoliniano e di Casa Savoia. 
La questione dell’uso dell’iprite in Etiopia venne molto dibattuta verso la fine degli anni ’90 e ci fu uno scontro verbalmente feroce tra lo Storico Angelo Del Boca – ex partigiano di Giustizia e Libertà – che per primo ne aveva documentato il loro uso in un suo Saggio (“I Gas di Mussolini il fascismo e la guerra d’Etiopia”, Editori Riuniti, 1966) e il giornalista Indro Montanelli, che era stato Ufficiale nelle colonie e che, invece, ne negava l’uso su quei terreni di guerra.
(***) Quello della U.S.S. John Harvey non sarà l’unico caso di esplosione di una nave militare alleata nel porto di Bari. Nel 1945, infatti, nel porto barese esploderà la U.S.S. Anderson, una nave militare carica di munizioni. Nell’esplosione – forse causata da un mozzicone di sigaretta – moriranno 400 camalli baresi e con loro scomparirà, praticamente del tutto, la Memoria di quel 2 Dicembre del 1943. I baresi, dunque, hanno dimenticato quanto accadde quella notte di 80 anni fa. Ce lo ricorda anche la scrittrice barese Antonella Lattanzi che di quel bombardamento ha detto: “Se le cose non le dici, non esistono. Se non le ricordi, non sono mai avvenute.”. Ma le pietre della Bari vecchia, invece, la Memoria ce l’hanno e portano ancora i segni di quell’evento militare devastante.

Ugo Fanti, Presidente della Sezione Anpi di Roma Aurelio-Cavalleggeri “Galliano Tabarini”

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