Memoria della Giustizia (Universale)

Ovvero, come combattere l'impunità con lo strumento della Giurisdizione Universale. Un libro

Ieri: venticinque anni sono un mucchio di giorni e di ore. Venticinque anni, in una vita, sono una bella fetta di quella vita. E quando quella vita è la tua, ti viene voglia di fermarti un attimo, prima dell’ennesimo giro di boa, per provare a capire se quegli anni li hai spesi bene o meno. Io, venticinque anni fa, militavo in Amnesty International Italia e come tutti/tutte noi di AI, mi sentivo a posto, per avere portato il mio granello di sabbia alla realizzazione – con l’approvazione dello Statuto di Roma – della Corte Penale Internazionale Permanente (CPI) che quello Statuto rendeva vera (non più solo un’idea, dunque) e operativa.

Era il 4 Luglio del 1998 e dopo molti giorni passati nei pressi della FAO (dove si svolgeva la Conferenza Internazionale per l’Istituzione di quella Corte Penale Internazionale) a far funzionare il nostro Centro dei Diritti, era arrivato il momento, anche per noi di AI (ma non solo), di dire – non soltanto a parole, ma con un gesto concreto – quello che pensavamo dovesse significare l’espressione “Giustizia Universale”.

Dunque, in migliaia, ci siamo sdraiati per terra (“Tutti Giù Per Terra!”) in Via dei Fori Imperiali, a Roma, spalle al Colosseo e alla Sede della FAO, per la più grande manifestazione mai organizzata in Italia per i diritti umani. Quel tappeto umano, formato da migliaia di persone sdraiate a terra, rappresentava – simbolicamente – le vittime di abusi e violazioni dei diritti umani che ancora attendevano Giustizia, una Giustizia Universale che doveva significare – per usare un’espressione che conoscevamo bene – “Mai Più Impunità!”. Per quelle vittime urgeva il ricorso ad una Giurisdizione Universale che rendesse loro Giustizia e dunque era arrivato il momento di istituire una Corte Penale Internazionale Permanente che combattesse quell’impunità e fosse di monito e punizione per i violatori di qualsiasi Paese, una Corte Penale giusta, equa ed efficace “gridavamo” tutti, in un silenzio assordante, occhi al cielo di Roma. E ce l’abbiamo fatta!

Oggi: in questi giorni, venticinque anni dopo, quel 4 Luglio, in uno dei miei frequenti passaggi in Libreria, ho scoperto che quella situazione di venticinque anni fa e la sua conclusione – con l’approvazione dello Statuto di Roma e quindi l’istituzione della CPI, o meglio le sue conseguenze e l’applicazione pratica nella lotta all’impunità – la raccontano in un libro (di cui oggi vi propongo la lettura) due persone a me molto care che hanno avuto – ed hanno – un ruolo importante nella lotta per i diritti umani e contro l’impunità. Mi riferisco ad Antonio Marchesi e a Riccardo Noury, autori del Volume “Giustizia Senza Confini, crimini internazionali e lotta all’impunità”, People Edizioni, 2023.

Come spiegano gli Autori nella Premessa, non si tratta di una Manuale tecnico- giuridico, ma di un Volume divulgativo per “capire e capirci.” – come scrivo spesso – addentrandoci, magari per la prima volta, in una materia che ai non addetti ai lavori può risultare difficile comprendere appieno. Dunque, un lavoro che, con parole semplici e una scrittura piana, spiega cosa sono i crimini di guerra, quelli contro l’umanità e i genocidi (parola composta dal termine greco “genos” = “stirpe”, “razza” e dal verbo latino “cidere” = “uccidere”) e la differenza che ci passa; di che si tratta quando parliamo di “Giurisdizione Universale”; cosa sono i Tribunali Internazionali e quelli ad Hoc e come lavorano e ancora, spiega la differenza tra il cosiddetto ius ad bellum e quello in bellum, ovvero la differenza tra il Diritto Bellico e quello Umanitario.

“Giustizia Senza Confini”, il Libro

“Il venticinquesimo anniversario dello Statuto di Roma, che nel luglio 1998 istituì la Corte penale internazionale, offre l’opportunità di fare il punto sul cammino della giustizia nell’ultimo quarto di secolo. I tribunali in grado di applicare il principio della giurisdizione universale e la stessa Corte penale internazionale spesso rappresentano l’unica possibilità, per le persone sopravvissute a gravi crimini di diritto internazionale, di ottenere giustizia. Una ricerca che si scontra con molti ostacoli, dalla mancanza della volontà politica di garantirla appieno ai limiti ancora presenti negli ordinamenti nazionali.

Ma punire i responsabili di crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidi resta una necessità inderogabile e l’unico mezzo per abbattere l’impunità. «La punizione di chi (persone in carne e ossa, non entità astratte) si macchia di crimini di guerra o di atti di tortura è condizione necessaria a prevenire ulteriori crimini di guerra, ulteriori atti di tortura. Proteggere davvero i diritti umani significa, anche, spezzare il cerchio dell’impunità individuale. Di questa verità il movimento internazionale per i diritti umani – e Amnesty International in testa – è da tempo pienamente consapevole.» (Fonte: Feltrinelli.it)

Un capitolo importante del Libro è dedicato alla guerra in Ucraina e a quello che essa rappresenta relativamente ai crimini di guerra e a quelli contro l’umanità che durante questa guerra – portata dalla Federazione russa dentro l’Europa – vengono ripetutamente perpetrati. Questi crimini – ci insegnano purtroppo le cronache – sono perpetrati ormai, con frequenza inusitata, dalla Russia contro i civili ucraini (evidentemente di nulla colpevoli) e la CPI (ma non solo) ha aperto, il 28 Febbraio scorso, un’indagine su di essi, raccogliendo e verificando le diverse denunce che arrivano da più parti e senza tralasciare quelle relative a violazioni dei diritti umani compiute dagli ucraini, nei confronti, ad esempio, di militari russi fatti prigionieri).

In particolare, è noto come il Presidente russo Vladimir Putin e Marija Alekseeva L’vova Belova, Commissaria per i Diritti dei Bambini, all’interno della Presidenza della Federazione Russa, siano stati oggetto, il 17 Marzo 2022, di un mandato di cattura internazionale, spiccato nei loro confronti proprio dalla Corte Penale Internazionale Permanente, per crimini di guerra come la deportazione ed il trasferimento di popolazione (in particolare di bambini ucraini “trasferiti” a migliaia in Russia, ovvero rapiti e condotti in un altro Paese per essere “rieducati”) e come – stanti questi mandati di cattura internazionali – ogni Paese che abbia ratificato lo Statuto di Roma della CPI (ad oggi sono 123, ma la Federazione Russa e l’Ucraina non sono presenti nella lista) sia tenuto ad arrestarli – qualora i due ricercati entrino in uno di questi 123 Stati – per trasferirli a l’Aja, sede della CPI per il Processo. (*)

“Giustizia Senza Confini”, Gli autori

Antonio Marchesi insegna Diritto Internazionale nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Teramo. È autore di oltre cinquanta saggi e ha scritto e curato libri sulla protezione internazionale dei diritti umani. È iscritto alla sezione italiana di Amnesty International dal 1977 e ne è stato presidente dal 1990 al 1994 e dal 2013 al 2019. Per il Segretariato internazionale di Amnesty International ha svolto missioni di ricerca e partecipato a conferenze internazionali. Ha collaborato su progetti in tema di diritti umani con il Consiglio d’Europa, il Parlamento europeo, la Commissione europea e diverse organizzazioni non governative ed è attualmente consulente del Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale. Tra le sue opere: La protezione internazionale dei diritti umani. Nazioni Unite e organizzazioni regionali (Franco Angeli, 2011), Contro la tortura (Infinito Edizioni, 2019).

Riccardo Noury: dal 2003 è portavoce di Amnesty International Italia, di cui fa parte dal 1980. Per People ha pubblicato, nel 2020, “La stessa lotta, la stessa ragione”. Tra i suoi ultimi libri “Qatar 2022, i mondiali dello sfruttamento”, Infinito Edizioni, 2022, Dal 2003 è responsabile dell’Edizione italiana del Rapporto Mondiale di Amnesty International. Scrive, attraverso i suoi Blog, su Il Corriere della Sera, Il Fatto Quotidiano, Focus on Africa, Articolo 21 e Presenza. Collabora al Quotidiano Domani. 

Certo sarà difficile che questo accada ma, come dicevano gli avi: “Spes, ultima dea”. Certo, evocare il Diritto Internazionale proprio mentre il Diritto Internazionale viene sistematicamente mortificato in territorio ucraino (e in una parte non piccola del resto del mondo) può apparire esercizio da anime belle. Eppure, il richiamo a Sistemi di Giustizia Universale, mentre si consumano devastazioni e stragi, un suo significato comunque ce l’ha e ci sono precedenti illustri che ce lo ricordano. Ne citerò qui brevemente due, con il necessario prologo del Processo (meglio dei Processi, perché furono più d’uno) di Norimberga contro i criminali nazisti, Processi portati avanti da una Corte Penale Militare Internazionale che, con il suo Statuto di istituzione e funzionamento, costituirà l’ossatura proprio di quel Diritto Internazionale che ho richiamato sopra e di cui il lavoro di Marchesi e Noury racconta uno sviluppo importante. Dunque, ecco i precedenti.

L’anno dopo la sua cattura in Argentina, avvenuta l’11 Maggio del 1960, il criminale nazista Adolf Eichmann, responsabile dell’attuazione della cosiddetta “Soluzione Finale del Problema Ebraico”, fu condotto in Israele e li processato per i crimini contro l’umanità che aveva commesso in Europa, durante la Seconda guerra mondiale, quando lo Stato d’Israele non era nemmeno nato: il governo israeliano sostenne la legittimità dei quel Procedimento penale, invocando proprio la Giurisdizione Universale.

Un argomento simile – ecco il secondo esempio – fu alla base dell’arresto a Londra del dittatore cileno Augusto Pinochet, avvenuto il 16 Ottobre del 1998, su richiesta di un Tribunale spagnolo: le famiglie delle vittime della repressione militare cilena degli anni Settanta e Ottanta del ‘900, che non erano riuscite ad avviare. Procedimenti penali in patria, si erano, infatti, rivolte alla Giustizia spagnola, che aveva deciso di occuparsene, anche a causa del coinvolgimento di cittadini spagnoli in quelle stragi.

I due esempi rimandano ad una forma di Giustizia Universale diciamo così “decentrata” che – come spiegano ancora i due Autori di “Giustizia Senza Confini”– è possibile sia gestita da un singolo Stato, nell’interesse dell’intera Comunità Internazionale. Ma poi esiste anche la possibilità di amministrare la Giustizia Universale da parte di specifiche Strutture Giudiziarie, come appunto i Tribunali Internazionali ad Hoc (come, ad esempio, quello sulla ex Jugoslavia e quello sul Ruanda) o la Corte Penale Internazionale Permanente. Insomma, diverse possono essere le forma attraverso le quali la Giustizia Universale può venire amministrata, ma unico è il principio che ne costituisce il fondamento, quello della Giurisdizione Universale.

Questo principio è – con la sua applicazione, che può avere facce diverse – un cardine fondamentale della Giustizia internazionale e dunque dobbiamo salvaguardarlo e applicarlo spingendo, quando serve, perché lo sia ogni volta che la situazione lo richiede. E’ importante che tutti noi si sia consapevoli di questo e la consapevolezza – come è certamente noto – inizia con la conoscenza. Dunque, il lavoro di Antonio Marchesi e di Riccardo Noury, merita la nostra attenzione e la chiama per prepararci a (o accrescere) questa conoscenza.

(*) Per quanto riguarda l’Italia, l’autorizzazione alla ratifica dello Statuto di Roma della CPI e il relativo Ordine di Esecuzione, sono stati dati con la Legge numero 409, del 10 Ottobre 1999 (pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana n. 264, Serie Ordinaria, del 10 Novembre 1999). Data della ratifica: 26 Luglio 1999. Entrata in vigore: 1° Luglio 2002.

 

Ugo Fanti, Presidente della Sezione Anpi di Roma Aurelio-Cavalleggeri “Galliano Tabarini”


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