Memoria disabile: 3 dicembre, Giornata Internazionale dedicata ai disabili; certificando di fatto, la negazione dei loro diritti

Un’attualità terrificante - “Iran: morire per un calcio”
Ugo Fanti, Presidente della Sezione Anpi di Roma Aurelio-Cavalleggeri “Galliano Tabarini” - 4 Dicembre 2022

Ieri, 3 Dicembre 2022, si è celebrata, in tutto il mondo, la Giornata Mondiale dedicata alle Persone con Disabilità. Questa ricorrenza è stata proclamata dall’Organizzazione delle Nazioni Unite nel 1981 (Anno Internazionale delle Persone Disabili) con lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica nel perseguire gli obiettivi di benessere, inclusione e difesa dei diritti dei cittadini disabili.

Con la Convenzione Internazionale sui Diritti delle Persone con Disabilità – che è stata approvata il 13 Dicembre 2006, a New York, ed è entrata in vigore il 3 Maggio 2008 – la comunità internazionale ha sottolineato l’esigenza di difendere e salvaguardare, anche attraverso la ricorrenza del 3 dicembre, la qualità della vita delle persone disabili rispetto ai principi di uguaglianza e partecipazione alla sfera politica, sociale, economica e culturale della società.

Vita disabile: qualche dato

Secondo il Rapporto mondiale dell’OMS sulla disabilità, il 15% della popolazione mondiale, ovvero più di 1 miliardo di persone, è colpita da una qualche forma di disabilità. L’80% di queste vive nei Paesi a più basso reddito. Si stima, inoltre, che circa 450 milioni di persone vivano una condizione di disabilità mentale o neurologica e due terzi di esse non fruiscano di assistenza medica professionale, in gran parte a causa di discriminazione e abbandono. Secondo gli ultimi aggiornamenti dell’Istat, in Italia, le persone disabili sono più di tre milioni, pari al 5,2% della popolazione. 1,5 milioni di queste – nella maggior parte dei casi con 75 anni e più – vivono quotidianamente con gravi limitazioni. Infine, sei disabili su dieci nel nostro Paese sono donne; una differenza di genere che si amplia tra gli ultrasessantacinquenni.

La Convenzione Internazionale ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità è, per usare un’espressione assai nota “cosa buona e giusta”, ma in molte parti del mondo (la nostra compresa) o non è applicata o, se lo è, lo è poco e male.

Parlando del nostro Paese si nota infatti – e le cronache ce lo raccontano quasi quotidianamente – addirittura un regresso che amplia la forbice tra quanto la Convenzione  prescrive agli Stati che l’hanno ratificata (l’Italia lo ha fatto con la Legge 3 Marzo 2009, N. 18) e quanto effettivamente accade: le barriere architettoniche sono in aumento (invece di scomparire); i diritti dei disabili sono spesso negati (invece di essere garantiti) e le persone disabili sono sempre  più spesso discriminate per la loro condizione (a volte è loro negato l’accesso in locali e Hotel, perché fonte di disturbo) … discriminazione che colpisce soprattutto i disabili mentali e le persone affette da disturbi dello spettro autistico, stigmatizzati più degli altri. In diversi casi inoltre, viene denunciata la scarsità, se non addirittura l’assenza, dell’assistenza domiciliare e/o del sostegno scolastico dovuti. Inoltre, un recente Studio della Polizia di Stato ha evidenziato che, nell’anno che sta per concludersi, ci sono stati, in Italia, 105 casi denunciati di maltrattamenti, fisici e psicologici, e 24 casi di violenza sessuale contro donne disabili: persone colpite due volte e in quanto donne e in quanto disabili. (*)

Ma la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità ha in sé – secondo il mio modesto parere – anche un errore semantico. Se ne scorriamo il testo troviamo, infatti, per indicare i destinatari dei diritti in essa elencati, l’espressione “persone dotate di diversa abilità”. L’espressione non mi pare corretta. Infatti, i disabili non hanno una “diversa abilità” rispetto ai normodotati (se ci pensate ognuno di noi ha una ‘diversa abilità’ rispetto agli altri, cioè sa fare cose che gli altri non sanno fare) ma vivono soltanto una diversa condizione psicofisica, congenita o acquisita. Dunque, sono solo persone disabili.

Un altro errore semantico, anche se differente, lo troviamo pure nel testo della Legge 25 Febbraio 1992, N. 104, recante “Legge-quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate”. Già nel titolo ci si riferisce alle “persone handicappate”, non avendo (il Legislatore) compreso che le persone disabili non sono “handicappate” (inglesismo per svantaggiate) ma solamente, come indicato in precedenza, vivono una diversa condizione che deriva dalla loro disabilità e che permette loro di fare alcune cose normalmente, altre con difficoltà e qualcuna affatto.

Se poi si scorre il testo e si arriva al comma 3, dell’Articolo 33, si legge “portatore di handicap in situazione di gravità”. Qui segnalo che i disabili non “portano” la loro disabilità, come si fa con un cappello (che si toglie quando non è più utile) o con la borsa della spesa (che si ripone a spesa terminata) ma sono nati con la loro disabilità o l’hanno acquisita (per esempio per un incidente o per una malattia non congenita). Sarebbe dunque il caso di modificare l’atteggiamento generale verso i disabili cominciando certo dai fatti concreti (leggi riconoscimento e pratica effettiva dei loro diritti) ma passando anche per la modifica dei termini che si usano quando ai disabili e alla disabilità ci si riferisce e nei Documenti ufficiali e nella lingua di tutti i giorni, poiché, si sa che “le parole sono pietre”.

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(*) Va ricordato che la ratifica di un Patto, Trattato o Convenzione internazionale impegna lo Stato, che la appone con la firma stessa, a fare propri lo spirito e la lettera dell’Atto internazionale ratificato, traslando le norme di quell’Atto nel proprio Diritto domestico. Ancora, va ricordato che le norme contenute negli Atti internazionali ratificati superano, in melius, le eventuali norme nazionali riguardanti una identica materia, laddove peggiorative e, di fatto, le abrogano.

 

Un’attualità terrificante – “Iran: morire per un calcio”

Si chiama Fahimet Karimi è una giovane donna, allenatrice di pallavolo e madre di tre bambini, condannata a morte dal regime sanguinario degli ayatollah iraniani per avere tirato un calcio ad un pasdaran, durante una delle manifestazioni di protesta che, da mesi, si susseguono nel Paese. Non possiamo fare molto per lei se non amplificare la sua lotta, che è quella delle donne e delle ragazze iraniane, e sostenere tutti gli Appelli che certamente saranno lanciati per chiedere che Fahimet non venga uccisa. Dunque, facciamolo.

Ancora segnalo che le autorità dell’Iran hanno deciso la demolizione della casa dei genitori della campionessa iraniana di arrampicata Elnaz Rekabi, colpevole di avere gareggiato, alle competizioni internazionali di arrampicata di Seul dello scorso ottobre, senza indossare il velo, come protesta per la morte di Mahsa Amini. Le medaglie conquistate dall’atleta – costretta al suo rientro in patria ad una sorta di arresti domiciliari non ufficiali – sono state sparse tra le macerie della casa distrutta.

Ugo Fanti, Presidente della Sezione Anpi di Roma Aurelio-Cavalleggeri “Galliano Tabarini”


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