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Memoria trentina: la “strage di Vetriolo”

Un fattaccio di nera nell'Italia da poco ridiventata democratica

”In realtà le dinamiche sono sempre le stesse per tutti i delitti: quelle dell’animo umano. Per quanto riguarda i misteri italiani, per esempio, io non li considero misteri, ma segreti italiani. Perché c’è qualcuno che sa tutto e ha nel cassetto una pagina in triplice copia che spiega come sono andate le cose. E vale anche per i casi di cronaca. Prima o poi, appena qualcuno arriverà ad aprire quel cassetto, usciranno fuori le verità.”. – Il giallista Carlo Lucarelli, in un’intervista del 2013 al Settimanale “OGGI”, parlando di delitti e misteri italiani

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Il 27 Dicembre del 1946, l’Assemblea Costituente approva il testo definitivo della Costituzione della Repubblica Italiana, che entrerà in vigore il 1° Gennaio del 1948. Il Paese per il quale quella Costituzione è stata scritta ed approvata è semi-distrutto dalla guerra e i suoi cittadini sono quotidianamente alle prese con la “fatica di vivere”.

Ogni cosa è difficile in quell’Italia di 78 anni fa e molte cose stanno per cambiare. Una cosa che, invece, non cambierà e la cronaca nera.  In realtà, anche sotto il fascismo e durante la guerra i delitti non si erano mai fermati, ma la gente aveva altro a cui pensare e quei delitti non facevano notizia o meglio l’avrebbero fatta se il regime non li avesse fatti sparire. Ora che la guerra era finita e la democrazia tornava a muovere i suoi primi passi c’è il tempo per appassionarsi ai fatti di cronaca. Quella rosa, ma anche quella nera.

 

E nera – anzi nerissima – è la storia che meno di venti giorni prima di quel 27 Dicembre, esattamente il 10, i Quotidiani del Trentino (ma anche quelli nazionali) riportano e raccontano con titoli a caratteri cubitali e con lunghi pezzi di cronaca:

“Nella tarda serata di ieri, ci è giunta telefonicamente da Levico la notizia di un gravissimo fatto di sangue avvenuto a Vetriolo. Infatti, verso le 19, cinque o sei malviventi armati di mitra, si sono presentati all’ingresso della cucina dell’Albergo Miramonti ed hanno effettuato una sparatoria uccidendone il signor Adolfo Garollo di anni 55, la moglie Antonietta di 50 e ferendo gravemente la figlia 25enne Adelina. Fortunatamente l’altro figlio, Aldo (20 anni), si trovava in quel momento al piano superiore, altrimenti sarebbe rimasto vittima pure lui. […] Naturalmente queste notizie nei loro particolari, potrebbero andar soggette a rettifiche, causa lo stato di orgasmo di chi ce le ha trasmesse.

Al momento di andare in macchina [in stampa] ci è poi giunta notizia che i malviventi hanno anche vilmente assassinato tre componenti un’altra famiglia. Certa Giulia Avancini e i suoi due figli: Narciso di anni 26 e Sergio di anni venti sono caduti sotto i colpi dei banditi”.

Così scrive il “Popolo Trentino” del 10 Dicembre 1946, Giornale diretto da Flaminio Piccoli, a pagina 2, sotto il titolo a tre colonne: “Spaventoso eccidio di due famiglie – un gruppo di malviventi uccide cinque persone a colpi di mitra”. E’ una strage: cinque morti ammazzati apparentemente senza un motivo e quella mattanza sarà indicata dalle cronache nere come la “Strage di Vetriolo” (Levico Terme, Trento).

Articolo del settimanale OGGI del 19 dicembre 1948
Articolo del settimanale OGGI del 19 dicembre 1948

“Zum Tode” (“A Morte”)

Occorre qui ricordare che durante l’ultima guerra in Italia, tutta la zona compresa tra la  Baviera del Sud  e il Trentino, nelle intenzioni dei gerarchi del Terzo Reich, costituiva un “ridotto” alpino il cosiddetto “Alpenfestung“, un insieme fortificato di bunker e gallerie (costruite dalla TOD grazie al lavoro forzato dei prigionieri di guerra e dei civili italiani rastrellati) ovvero l’estremo punto di resistenza all’avanzata degli Alleati.

Negli ultimi giorni di guerra in Trentino, nonostante i tedeschi tentassero di controllare la popolazione per impedire che si unisse ai partigiani, la resistenza partigiana si era fatta più forte e i tedeschi decisero allora di reagire a loro modo compiendo, tra il 2 e il 4 Maggio del 1945, una serie si stragi a Ziano, Stramentizzo e Molina di Fiemme nelle quali furono uccise in totale 45 persone tra civili e partigiani combattenti. Quelle stragi erano le ultime di una lunga serie che aveva attraversato – con un filo rosso sangue – tutto il Trentino.

Le indagini andranno avanti a rilento ma non daranno frutti. Ciononostante, la testimonianza di Aldo Garollo, figlio di due delle cinque vittime, lasciasse perplessi gli investigatori. Poi il colpo di scena: mentre Garollo veniva accompagnato in Questura per un ulteriori interrogatori uscendo dall’Albergo Miramonti, di proprietà dei suoi genitori che erano stati uccisi, vide schierato un plotone di Carabinieri che, mitra al piede, attendevano di essere riportati in Caserma, dopo avere effettuato l’ennesima perlustrazione dei luoghi adiacenti l’Albergo. A quella vista Garollo cominciò ad urlare: “Non mi fucilate! Non mi fucilate! Sono stato io!”. Così si concludeva la prima parte di quell’intricata storiaccia.

Il giorno successivo all’arresto di Garollo, il Quotidiano “Alto ’Adige”, di Bolzano. pubblicava in prima pagina due notizie. La prima: la pace sarebbe stata firmata il 12 Febbraio successivo. La seconda: ”Feroce e terrificante il delitto di Vetriolo – L’assassino il figlio Aldo”. Garollo aveva ucciso i genitori per vendetta (lo consideravano un buono a nulla e nell’ultima lite il padre lo aveva accusato di essere un ladro in combutta con i fratelli Avancini) e ferito la sorella. Poco prima era entrato armato nell’Albergo Avvenire, dove aveva ucciso Sergio e Narciso Avancini (con i quali aveva commesso dei furti).

Garollo viene dapprima rinchiuso nel Manicomio Criminale di Reggio Emilia poiché una perizia lo aveva giudicato seminfermo di mente. Il Processo che inizia due anni dopo a Trento lo vede condannato all’ergastolo per la strage di Vetriolo. Viene invece assolto per insufficienza di prove dall’accusa di un duplice omicidio accaduto nel Settembre del 1946 in Val dei Mòcheni per il quale era stato inizialmente sospettato.

Dopo la condanna Aldo Garollo viene fatto oggetto di molte altre perizie psichiatriche che si protraggono negli anni facendo arrivare l’ultimo grado di giudizio, ovvero la Sentenza della Cassazione, al 1965 quando viene confermata la sua condanna all’ergastolo perché dichiarato definitivamente sano di mente. Garollo viene così trasferito nel Carcere di Porto Azzurro, sull’Isola d’Elba, il Carcere degli ergastolani.

I molti articoli ed i libri che hanno ripercorso la storia di Garollo parlano di come “La belva di Vetriolo”, come era stato definito dalla stampa, in carcere diventi un’altra persona. Luigi Sardi, nel suo libro “Delitti e misteri del Trentino” (Curcu & Genovese, 2015) scrive: “la sua cella, modello di ordine e pulizia, veniva additata d’esempio agli altri detenuti”. 

Fabio Finazzi nel suo testo “Fratello Lupo” (Paoline Editoriale Libri, 2004) riporta: “La condotta di Garollo, superate le crisi più acute dei primi anni di carcere, diventò esemplare. Al punto che fu scelto come domestico del cappellano, uno dei ruoli al tempo stesso più delicati e privilegiati”.

Nello stesso libro è riportata la testimonianza di un Magistrato di sorveglianza che scrisse a Garollo: “il suo esempio è, per me, motivo di soddisfazione professionale. Infatti, il suo comportamento esemplare sta a dimostrare, in positivo, come non siano vane le parole rieducazione del condannato, cui l’articolo 27 della Costituzione ricollega la funzione primaria della pena”.

Nel carcere di Porto Azzurro Garollo rimane fino al Dicembre del 1976 quando, vista la sua condotta positiva, si ritiene che possa essere reinserito nella società. Nel Febbraio precedente si era sposato in carcere con Carla Cavallo di Vercelli con la quale aveva avuto una fitta corrispondenza durante la detenzione. Con le Garollo va a vivere a Brescia dove ha rilevato una lavanderia in società con un amico ex detenuto.

Si trasferisce poi a Courmayer dove lavora come portiere e in seguito a Vercelli dove viene assunto come operaio in una Fabbrica. Nel 1984 la moglie Carla muore in seguito ad una malattia e lui tre anni dopo si risposa e torna a vivere a Levico Terme, dove diventa custode della casa di vacanze di Giorgio Almirante.

Nel 1998, dopo alcuni anni di malattia, Aldo Garollo, l’uomo della strage di Vetriolo, muore.

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