Il mestiere del sindacato

Aldo Pirone - 27 Novembre 2017

Mercoledì scorso Massimo Giannini ha scritto un articolo su “la Repubblica” che ha smosso la mia memoria. Ma prima di inoltrarmi nel ricordo di storia, faccio alcune considerazioni.

Giannini è un discreto giornalista. Nel panorama redazionale, se ho ben compreso, occupa un posto di sinistra. Negli ultimi anni vive un dramma crescente. Da una parte scrive commenti al vetriolo su Renzi, sul PD renziano e le sue politiche, poi, però, quando è posto di fronte alle inevitabili conseguenze politiche di divisione e scissione che quelle medesime politiche producono nel campo del fu Ulivo o centrosinistra, non vuole accettarle e viene assalito, sia detto con tutto il rispetto, da una sorta di schizofrenia, cioè, in senso letterale, scissione della mente..
L’altro giorno il suo bersaglio era la Cgil che ha rifiutato l’accordo sulle pensioni avviando una mobilitazione dei lavoratori che, come prima tappa, avrà la manifestazione nazionale del 2 dicembre a Roma. Giannini non dà un giudizio sostanzialmente diverso da quello della Camusso, sulla questione in oggetto, anzi. “La previdenza – scrive – resta una giungla: si salvano i forti, soccombono i deboli. L’adeguamento alle aspettative di vita che porta l’età pensionabile a 67 anni è un eccesso (nonostante l’età ‘effettiva’ sia più bassa). Le deroghe previste per i lavoratori ‘usurati’ sono insufficienti. L’Ape Social non basta, l’Ape volontaria non è un anticipo pensionistico vantaggioso ma un prestito bancario oneroso. Gli assegni al minimo sono una miseria vergognosa per centinaia di migliaia di pensionati che non hanno altro, e un lusso insopportabile per altrettanti pensionati con coniugi straricchi. Non ci sono soldi per i giovani che entrano nel mondo del lavoro oggi e andranno in pensione a 75 anni con 1.200 euro, mentre i pensionati baby usciti dal lavoro dal ‘78 costano 9 miliardi l’anno. Di fronte a tanta macelleria sociale, è evidente che Gentiloni e Poletti hanno messo sul tavolo un piatto di lenticchie. I 300 milioni per salvare altri 20 mila lavoratori dallo ‘scalone’ del 2019 sono quasi niente”.

Tuttavia, malgrado questo suo giudizio impietoso, Giannini considera la posizione della Cgil, divergente rispetto a Cisl e Uil, sbagliata e inutile: “Dire no adesso, e annunciare una mobilitazione per il 2 dicembre, serve a un ‘quasi niente’ uguale e contrario. Il sindacato, tutto il sindacato, avrebbe dovuto mobilitarsi quand’era il momento”. “Per questo – conclude – Camusso sbaglia due volte. Abbaia alla luna, e in campagna elettorale rischia l’eterogenesi dei fini. Se lancia una rivendicazione giusta nella fase sbagliata finisce per snaturarne il significato. Con la sinistra divisa sulla frontiera dei diritti, questo strappo riespone la Cgil, suo malgrado, al vecchio teorema della ‘cinghia di trasmissione’. Trentin si starà rivoltando nella tomba”. Giannini si riferisce al Trentin citato a inizio del suo scritto, quello che nel ’92 firmò per amore di unità sindacale e anche di altri elementi presenti nella situazione politico-sindacale del momento, un accordo sul costo del lavoro che non condivideva e subito dopo si dimise. Dimentica di aggiungere che le sue dimissioni erano finalizzate a suscitare, in quel particolare contesto politico, una reazione dei lavoratori che, infatti, ci fu: l’anno dopo, non essendoci più Amato a Presidente del Consiglio, Cgil, Cisl e Uil unite fecero un accordo assai diverso con Ciampi fondato su due livelli di contrattazione, nazionale e decentrato, e sulle RSU (le nuove rappresentanze unitarie ed elettive dei lavoratori), che inaugurò l’era della cosiddetta concertazione fra le parti sociali. Quanto alla “cinghia di trasmissione” Giannini non sa di cosa parla, vista la sua relativa giovane età.

Ora non si capisce, al di là del giudizio di merito sulla bontà o meno dell’accordo proposto dal governo, che cosa dovrebbe fare un sindacato che fa una trattativa con una controparte e che alla fine giudica negativi i risultati. La deontologia sindacale dice che quel sindacato, se non vuole apparire ridicolo, non può che dare corso a una risposta di mobilitazione dei lavoratori. Altrimenti la “cinghia di trasmissione” invece che con i propri iscritti e rappresentati sarebbe con altre entità che con i lavoratori c’entrano poco o niente. Ma, dice Giannini, c’è la campagna elettorale, siamo agli sgoccioli della legislatura, la legge di stabilità ormai è quella che è ecc. Dimenticando che comunque sulla questione c’è sempre un dibattito parlamentare ed emendativo da fare su cui intervenire con una certa pressione, come usano fare i sindacati.

 

Un precedente simile

E qui mi riallaccio alla mia memoria smossa. Una situazione simile accadde, sempre in tema di pensioni, sul finire del ’67 inizi ’68. I sindacati erano anche allora impegnati in una trattativa per la riforma del settore. Anche allora si era alla fine della legislatura e alla vigilia delle elezioni politiche che si sarebbero tenute il 19-20 maggio ’68. Il governo di centro-sinistra aveva proposto un accordo che portava, in sostanza, le pensioni al 65% dello stipendio medio degli ultimi tre anni. I lavoratori, la maggioranza, non erano d’accordo. Rammento ancora il volto di un caro compagno, Enzo de Feo, dirigente della Commissione interna della Fatme, che mi diceva degli umori negativi che c’erano in fabbrica anche nei confronti della Cgil e degli inviti a non firmare. La delegazione confederale era diretta da Lama, non ancora segretario generale ed era propenso alla firma. “Devono alzarsi da quel tavolo”, mi diceva De Feo. E, infatti, si alzarono: comunisti e socialisti (sia quelli del PSU, i cui compagni erano al governo, sia del PSIUP che stavano all’opposizione) insieme. La Cgil proclamò contro l’accordo fatto con Cisl e Uil uno sciopero generale il 7 marzo e continuò la sua lotta per un accordo più adeguato. Poi, quell’anno pieno di avvenimenti, l’ “indimenticabile ‘68”, cambiò la situazione e i rapporti di forza nel mondo politico e del lavoro fino a che, l’anno dopo, le tre Confederazioni tornate unite – Cisl e Uil presero atto delle pressioni dei loro associati e del crescente movimento dei lavoratori – non proclamarono un nuovo sciopero generale il 5 febbraio, per poi firmare, il 12, un nuovo e sostanzialmente più avanzato accordo con il governo Rumor.

Ovviamente era un mondo diverso quello di allora. Il rapporto fra lavoratori attivi e pensionati era di uno a cinque. Il lavoro fordista nella grande fabbrica dava il là a tutto il resto della classe lavoratrice. Altri e migliori erano i partiti, così come il personale politico e parlamentare. E diversi erano anche i sindacati. La Cisl, per esempio, da sempre più moderata della Cgil, era diretta da Storti e non da una signora, come la Furlan, che sembra più una dama di carità che non una sindacalista. La Uil, da parte sua, aveva come segretario Italo Viglianesi. La Cgil aveva dirigenti di grande levatura come il comunista Novella e il socialista Santi. Anche se non si potevano fare le assemblee o consultazioni di sorta in fabbrica, l’opinione dei lavoratori veniva ascoltata. Infine, non c’è nessun ’68 all’orizzonte.

Tuttavia, perché sulla bontà o meno di questi accordi, sulla loro accettazione o meno, non si dà la parola ai lavoratori? Altre volte si è fatto.

Torno a Giannini. Un sindacato quando giudica del tutto insufficiente una proposta di accordo rispetto alle proprie rivendicazioni, non può cavarsela fischiettando come nulla fosse, deve renderne conto ai propri associati e a tutti i lavoratori che, di solito, si aspettano azioni commisurate a quel dissenso.

E’ la differenza che passa fra giornalismo e sindacalismo.

Aldo Pirone


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