

La conferenza stampa di Italia Nostra del 2 febbraio 2012
Si è svolta oggi la conferenza stampa di Italia Nostra sul pronunciamento della Corte dei Conti in merito alla Metro C dal titolo "Corte dei Conti dichiara: opera fallimentare – rimarrà incompiuta".
Dal sito http://www.eur.roma.it traiamo una sintesi della conferenza stampa.A Roma il trasporto pubblico su ferro è di gran lunga il peggiore di tutte le metropoli europee. Se non si risolve questo problema, non c’è futuro per la città.
Nel cercare di affrontare questo problema, l’Amministrazione compie subito un gravissimo errore di impostazione strategica: punta tutto e solo su una singola opera, la Metro C, lasciando tutto il resto su uno sfondo indefinito.
La Relazione della Corte dei Conti parte proprio da questa censura fondamentale:
"La razionalizzazione di una singola opera pubblica è un momento necessario, ma non sufficiente" (pag. 3).
Infatti, quest’errore, sommandosi ad una serie crescente di criticità, fino ad arrivare di fatto allo stallo attuale della Metro C, porta oggi all’impossibilità reale di attuare una strategia complessiva per colmare il gap che ci separa dall’Europa.
La Corte passa subito dopo a stigmatizzare l’impantamento in cui si è arrivati nella realizzazione della Metro C.
Così la storia della Metro C diventa una "tormentata e lunghissima vicenda progettuale ed esecutiva… La linea è stata ridisegnata a più riprese, anche su aspetti fondamentali quali il tipo di tecnologia da applicare e le modalità esecutive, con notevoli implicazioni in termini di costi, di tempi di realizzazione, efficienza" (pag. 3).
Ma fino ad oggi nulla è servito a sanare il secondo ed ancor più grave peccato originale che è consistito nella scelta di una tecnologia del tutto obsoleta, costosissima, con impatti tali da essere assolutamente inconciliabili con un patrimonio archeologico che appartiene all’umanità.
Si è partiti dall’inizio con la tecnologia della "metropolitana pesante su ferro a guida manuale" e non la si è più cambiata. Sommando i due errori, di strategia e di tecnologia, si spiega il caos attuale del traffico e il suo prevedibile peggioramento.
In realtà nel 1995 fu fatto un tentativo al massimo livello per cambiare le cose. La Presidenza del Consiglio elaborò una proposta alternativa basata su una "metropolitana leggera ad automazione integrale". Il relativo progetto fu approvato da tutte le istituzioni e ottenne il finanziamento integrale sui fondi del Grande Giubileo del 2000. Furono preparati i documenti di gara in modo tale da avere la garanzia che l’opera entrasse in funzione entro il 1999. Il Comune di Roma, dopo aver concordato tutto l’iter, decise di ignorare del tutto questa irripetibile opportunità. E continuò ad andare avanti con la sua metro pesante sempre incurante delle critiche e delle censure che tutte le varie istituzioni interessate al progetto hanno via via puntualizzato (Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, Ministero dei Trasporti, Regione Lazio, ecc.) (pag. 26 e 27).
Successe così che "Nel luglio 1996, il Comune, preso atto delle difficoltà a portare avanti nei tempi ristretti la realizzazione dell’opera, anche per le carenze sopra evidenziate, ed avendo, inoltre, abbandonato la possibilità di avvalersi del progetto della Presidenza del Consiglio, escluse la tratta Colosseo-Ottaviano della linea C dal programma degli interventi giubilari" (pag. 140). Così Roma nel 2000 non ebbe la sua terza metropolitana e nessuno oggi può garantire che mai l’avrà.
La conseguenza pratica di questi errori è che la prevista esplosione dei costi ha fatto sì che, intanto, si siano "esaurite anzitempo le risorse per la sua realizzazione integrale" (pag. 3)
Ma c’è di più, la situazione ad oggi è che è in costruzione solo la tratta periferica, da Pantano a S. Giovanni. Poi, sulla carta esiste lo stanziamento per proseguire fino al Colosseo. È la cosiddetta tratta T3. Ma non essendoci il nulla osta archeologico definitivo non esistono certezze, né di tempi, né di costi. Comunque questa tratta risulterà gravemente ridimensionata perché è stata cancellata la realizzazione del Museo dei Fori, che pure era parte integrante e qualificante della Metro C, e non è previsto più 1 euro di spesa per le sistemazioni archeologiche.
Nonostante tutti questi ridimensionamenti l’esplosione dei costi porta ad una situazione che nel 2009 è la seguente: "il quadro economico contrattuale prevedeva un costo per l’intera tratta fondamentale di 2.683.701.277,74…
Ad oggi l’onere complessivo è stato aggiornato a 3.379.686.560,00, privo, tuttavia delle predette opere complementari. Con la progettazione definitiva della tratta più complessa, in quanto riguardante il Centro Storico, il costo è destinato ad aumentare notevolmente, anche per il peso, aleatorio e non quantificabile, del contenzioso in corso fra ente aggiudicatore e contraente generale" (pag. 4).
Per un primo calcolo approssimativo di quello che potrà essere il costo finale, bisogna considerare che "l’incremento dei maggiori costi al marzo 2011 era arrivato a 1.108 milioni di Euro" (pag. 81).
Poi bisogna già aggiungere altri 100 milioni circa che sono stati approvati nell’ultima delibera del CIPE. Se poi aggiungiamo una stima dell’aumento dei costi nella tratta T2 che va dal Colosseo a P.le Clodio dell’ordine di quello già riconosciuto per la tratta T3, stima che è di molto superiore a 1 miliardo, e se infine teniamo conto della stima delle sistemazioni archeologiche che per ora è stata stralciata, si arriva ad un importo sicuramente superiore ai 6 miliardi. Quindi saremmo ad una cifra più che raddoppiata.
Ma ciò che è più grave è che, per la tratta T2 "in relazione alle problematiche emerse, la progettazione definitiva fu sospesa nel marzo 2010" (pag. 49). Quindi ufficialmente non esiste nessuna previsione di finire l’opera, né di tracciato, né di stazioni, né di costi, né di tempi.
Per sopperire a questa rincresciosissima situazione che porta a far morire la Metro C, bene che vada al Colosseo, perdendone quasi completamente la funzionalità e quindi vanificando sostanzialmente anche i soldi fin qui spesi, le imprese assegnatarie dell’appalto hanno fatto una proposta di "finanza di progetto".
A parte l’improponibilità giuridica di tale proposta, i suoi contenuti sono tali da confermare che la Metro C oltre il Colosseo non potrà più andare. Innanzitutto, le imprese ritengono che "la valorizzazione immobiliare è un elemento fondante della proposta dal punto di vista della sua sostenibilità economica e finanziaria" (pag. 162 e 163).
Inoltre, richiedono un pagamento in contanti, durante la fase di costruzione, di 1.243 milioni di Euro.
A questa cifra bisogna aggiungere un pagamento per la gestione di 20 anni che è di 312 milioni di Euro all’anno. Così il totale richiesto è: 1,243 + 8.945= 10,188 milioni di Euro (pag. 167). Infine, per quanto riguarda i tempi, ammettendo che l’iter sia già iniziato l’1.06-2011, la consegna è prevista per il 2021 (pag. 168).
Nel contratto di appalto l’entrata in esercizio di tutta la linea era prevista a fine 2014 – inizio 2015. Beninteso però che le imprese non possono dare garanzia né di questi tempi, né di questi costi, dato che, a causa della tecnologia adottata non è possibile avere nessun nulla osta archeologico preventivo.
Il tutto per un’opera che ha una "redditività effettiva dell’1,74% all’anno" (pag. 52).
In definitiva, questa proposta delle imprese, accolta con imbarazzante "entusiasmo" (pag. 4) dell’Amministrazione, costituisce l’autocondanna definitiva di quest’opera e del futuro di Roma, a cominciare dalla candidatura alle Olimpiadi 2020.
La ragione è che "l’incremento dei costi per la realizzazione della linea C, sottrae risorse agli altri interventi infrastrutturali compresi nel Piano Strategico per la Mobilità Sostenibile di Roma Capitale del settembre 2009" (pag. 3).
In altri termini "l’assorbimento di gran parte di queste nello sviluppo della linea C, dovuto anche all’onere sempre più elevato di essa, di gran lunga superiore alle previsioni progettuali, rischia di non arricchire o, addirittura, di fare impoverire l’articolazione della rete urbana dei trasporti, che ha bisogno, invece, di un forte impulso all’integrazione. È, pertanto, irrazionale mirare esclusivamente ad una logica di investimento per singola opera o per singole porzioni di questa" (pag. 125).
La Corte stabilisce che le Amministrazioni interessate devono porre rimedio alle criticità emerse entro 6 mesi.
In caso non intendano adeguarsi, le Amministrazioni devono dichiararlo entro 1 anno.
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