Napolitano sprona i giovani all’impegno politico realistico

Nel libro-intervista “La via maestra” di Federico Rampini il Presidente della Repubblica ribadisce la necessità di una politica alta e realista. Un esame critico
di Aldo Pirone - 4 Ottobre 2013

Il Presidente Napolitano porta su di sé un grave fardello. Sta cercando di portare l’Italia fuori dalla crisi economica, politica e morale che l’attanaglia. La partita la sta giocando con l’eversione antiistituzionale rappresentata da Berlusconi e dal berlusconismo. Uno scontro fattosi aperto e sguaiato da parte del Cavaliere e che tutti sperano in un rapido epilogo con la definitiva messa all’angolo – per il bene dell’Italia – del pregiudicato di Arcore.

Il fardello del Presidente è tanto più gravoso in considerazione della sua età avanzata, 88 anni, e ciò induce un senso di gratitudine e di benevolenza verso questo vegliardo che a suo modo, secondo i suoi convincimenti e il suo stile politico, sta combattendo per l’Italia una battaglia di decisiva importanza. Il rispetto per l’età, però, non può tacitare la diversità di opinione su determinati temi e su determinate sue scelte e comportamenti politici. Anzi proprio il rispetto che gli si deve richiede al critico sincerità e schiettezza politica.

L’occasione ce la dà “La via maestra” il libro-conversazione con il Presidente Napolitano di Federico Rampini, giornalista de “la Repubblica”, che ne ha anticipato, martedì 1 ottobre, una parte sul suo giornale dedicata ai giovani e al futuro. In essa il Presidente ribadisce togliattianamente che “la via d’uscita dalla crisi passa, in realtà, attraverso un ruolo alto e insostituibile della politica, un senso della nobiltà della politica che implica un’effettiva dedizione all’interesse generale”. Ma non perché oggi la politica domestica sia tale, anzi. Infatti dice: “Sono convinto che la politica possa recuperare il suo posto fondamentale – e senza alternative – nella vita del paese e nella coscienza dei cittadini. Può riuscirvi, quanto più saprà esprimere moralità e cultura, arricchendosi di nuove motivazioni ideali”.

E, per essere più precisi, aggiunge poi: “Negli ultimi anni, a domande pressanti di rinnovamento della politica e dei partiti non si sono date soluzioni soddisfacenti. L’insoddisfazione e la protesta verso la politica, i partiti, il Parlamento, sono state con facilità ingigantite (sic! n.d.r.) da campagne di opinione demolitorie. E paga un prezzo pesante anche la sinistra, che di certo ha commesso errori e conosciuto un complessivo scadimento di sostanza e d’immagine. Comunque, contro la corruzione e il lassismo penetrati nella vita pubblica occorre riscoprire le tante lezioni di passione, di tensione morale e di dedizione verso il paese, che l’Italia ha vissuto e vive, il valore irrinunciabile della politica come responsabilità cui non ci si può sottrarre. E, nello stesso tempo, va affrontato il fenomeno del grave impoverimento culturale dei partiti politici, e quindi della loro funzione formativa”.

Diciamola in modo più diretto e meno levigato. Nel nostro Paese il degrado della vita politica dentro e fuori i partiti viene da lontano. Ha segnato la fine del sistema politico della Prima Repubblica caduta nelle ignominie di Tangentopoli e ha accompagnato la vita della Seconda Repubblica segnata dal populismo, dal plebiscitarismo, dal leaderismo e dalle immani corruttele di origine berlusconiana ma avvolgenti un po’ tutto il panorama partitico.

Già nel 1981 Enrico Berlinguer denunciò con molto realismo lo stato in cui si stavano riducendo le forze politiche: “I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero…” che, aggiungeva, “…hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal Governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai Tv, alcuni grandi giornali”. Questo Berlinguer fu ritenuto, anche da Napolitano, una sorta di estremista che isolava il partito nella denuncia sterile deprivandolo della possibilità di fare politica.

Purtroppo oggi, dopo più di trent’anni dominati dal politicismo “realista”, misuriamo tutta la profondità di quei guasti che hanno investito, in un generale processo di cancerogena omologazione, anche la sinistra post comunista. I partiti sono diventati ancor più scadenti. Spariti quelli storici dal forte profilo identitario e dall’ampio insediamento sociale si è passati, con la seconda Repubblica anti ideologica, a quelli personali, da una parte, o, dall’altra, a puri contenitori dominati da cordate e sottocordate feudal-clientelari.

Il perché questo declino etico-politico sia potuto accadere richiederebbe un’analisi approfondita della vicenda italiana e anche internazionale, prima e dopo della caduta del mondo bipolare, sul piano economico sociale (rivoluzione neoliberista), scientifico (rivoluzione tecnologica), culturale (pensiero unico), politico (destrutturazione del partito di massa).

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Noi vorremmo soffermarci su un punto schiettamente politico che anche Napolitano alla fine tocca quando, rivolgendosi ai giovani dopo averli spronati all’impegno politico, avverte: “la motivazione ideale, la moralità, la dedizione all’interesse generale – se un giovane (qual’ ero io entrando a 28 anni in Parlamento) l’ha scoperta e la nutre e coltiva in sé stesso – egli (lui o lei) non la perde per strada solo perché deve fare i conti con la realtà dei rapporti di forza politici, con l’esigenza delle intese, delle mediazioni, dei compromessi. La ricerca della ‘purezza’, il timore e il rifiuto delle ‘contaminazioni’ non portano da nessuna parte, sconfinano nel velleitarismo o, peggio ancora, concorrono a far precipitare un paese come il nostro verso rischi e fenomeni irreparabili di dissoluzione”.

In questa messa in guardia c’è tutta la storia politica di Napolitano. “Una storia politica informata all’attenzione massima ai rapporti di forza in presenza” direbbe Gramsci; la politica intesa come realismo nutrita di gradualismo rifuggente da ogni velleitarismo. Una politica tanto realista che non sempre, però, ha saputo distinguere, realisticamente – è il caso di dire – fra il momento del compromesso e della mediazione e quello del conflitto, della contrapposizione, della contestazione e persino della rottura.

Cioè la stretta relazione fra l’”essere e il “dover essere” per citare ancora Gramsci. Una politica siffatta non a caso non ha saputo sconfiggere Berlusconi il quale, in definitiva, è stato azzoppato, inevitabilmente e giustamente, dalla magistratura. Una politica che, soprattutto, non ha saputo impedire l’infezione del berlusconismo che copre l’Italia con le sue macerie morali e politiche.

Tanti, troppi, sono stati i momenti in cui ci si è piegati al compromesso e alla mediazione con il cavaliere in nome di un malinteso realismo politico; tante, troppe, sono state le occasioni in cui per evitare il peggio si è tollerato e pazientato oltremodo, tenendo dentro di sé, privatamente, “la motivazione ideale, la moralità” senza che esse diventassero azione e iniziativa politica incisiva, anche istituzionale.

Troppi supremi beni repubblicani, dalla Costituzione al rispetto della legge, sono stati messi sul piatto della mediazione e del compromesso con Berlusconi e il berlusconismo finchè non si è raggiunto il limite. Per cui quando alla fine Napolitano ricorda alla sinistra, sempre in nome del realismo politico, il Gramsci del 1924 e la sua amara riflessione sul rivolgimento diciannovista che aprì la strada al fascismo (”Fummo – bisogna dirlo – travolti dagli avvenimenti; fummo, senza volerlo, un aspetto della dissoluzione generale della società italiana, diventata un crogiolo incandescente, dove tutte le tradizioni, tutte le formazioni storiche, tutte le idee prevalenti si fondevano qualche volta senza residuo”) non s’accorge che sta descrivendo, mutatis mutandis ovviamente, non tanto un pericolo futuro quanto un passato, l’ultimo ventennio appena trascorso, dove la sinistra è stata per l’appunto “un aspetto della dissoluzione generale” della “nobiltà della politica”. Una sinistra segnata da quel “complessivo scadimento di sostanza e d’immagine” da Napolitano stesso lamentato. E’ mancato solo il crogiolo incandescente, la rapidità e la drammaticità degli sconvolgimenti del primo dopoguerra sostituiti da un più lento e prosaico deperire.

Da questo passato paludoso che non passa bisogna uscire cominciando a ricostruire da subito una sinistra, dal punto di vista sociale, politico e morale, degna di questo nome e della sua storia in grado, per dirla ancora con Gramsci, di perseguire la più che necessaria ed urgente “riforma intellettuale e morale” dell’Italia. Una sinistra liberata da quei tanti “costruttori di soffitte” che negli ultimi 4 lustri ne hanno occupato la scena. Con i risultati fallimentari che vediamo.


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