Natale 2012: perché riflettere sul messaggio di 2000 anni fa

Forse dietro il tripudio delle luminarie e dei pochi regali, traspare non la festa vera, ma solo la tristezza di un mondo senza più regole certe e mancanza di carità
di Luciano Di Pietrantonio - 30 Dicembre 2012

Ci siamo. Anche quest’anno le ricorrenze natalizie rappresentano, con gli immancabili scambi di auguri, con i Presepi, gli alberi di Natale, Babbo Natale e la Befana, un momento, tra storia e tradizioni, di festa da vivere in famiglia. Ma è così per tutti?
Certamente no, perché esistono situazioni di amarezza e di delusione, ma anche di responsabile speranza, che ci fanno capire come questo periodo, opaco, difficile e di grande crisi, sia una fase di passaggio e di transizione, verso un società capace di rispondere alle esigenze di futuro per i giovani e in particolare per le persone più deboli.

Come si può riassumere il significato e il senso del Natale 2012 in una società secolarizzata?
Importante, per far memoria, è ricordare che il Natale è la festività cristiana che celebra la nascita di Gesù, chiamata anche “ Natività del Signore.” Cade il 25 dicembre, per i cattolici, protestanti e ortodossi, con il calendario gregoriano, e il 7 gennaio, per ortodossi slavi e copti, che fanno riferimento al calendario giuliano: una celebrazione per tutto il mondo cristiano, che coinvolge oltre 2 miliardi di uomini e donne dell’intero pianeta, che è iniziata nel III secolo.

Secondo il calendario liturgico è una solennità al di sopra dell’Ascensione e alla Pentecoste, ma inferiore alla Pasqua, la festività cristiana più importante. E’ comunque la festa più popolare fra i cristiani e negli ultimi decenni ha assunto anche un significato laico, legato allo scambio di regali, alla famiglia e a figure del folklore e del consumismo come Babbo Natale.
Sono strettamente legate alla festività la tradizione del Presepe, di origine medioevale, l’arrivo dei Re Magi nell’Epifania, l’addobbo dell’albero di Natale, diffusasi successivamente a partire dal Nord Europa.

In particolare il Presepe, si fa risalire a San Francesco d’Assisi che nella notte del Natale del 1223, a Greccio (in provincia di Rieti), realizzò una ricostruzione figurativa vivente della natività di Gesù, ed è una tradizione particolarmente radicata in Italia.
Nel corso dell’ultimo secolo, con il progressivo secolarizzarsi dell’Occidente, il Natale ha continuato a rappresentare un giorno di festa anche per i non cristiani, assumendo significati diversi da quello religioso, e al tempo stesso ha conosciuto una crescente diffusione in molte aree del mondo, estendendosi anche in Paesi dove i cristiani sono piccole minoranze. Tale è, ad esempio, in Nazioni come l’India, Pakistan, Cina e Taiwan, Giappone e Malesia.

La domanda, che spesso ci poniamo, è sempre la stessa: ma il Natale è sempre attuale?

Proviamo a fare un ragionamento. Partiamo dall’inizio.
“Una spelonca di periferia fu il luogo dove si affacciò al mondo un Bimbo, nel villaggio di Betlemme in Palestina. Crebbe praticando un umile mestiere artigiano. Poi, adulto, si mise in cammino, e la Sua voce attrasse le folle. Diceva cose capaci di sconvolgere l’intero ordine costituito. Che tutti gli uomini sono uguali, senza distinzione di sesso, razza e cultura, lingua, leggi. In ricchezza e povertà, padroni e schiavi. Che quanti condannavano dovevano prima saper giudicare se stessi, valutare se davvero erano senza peccato. Anticipava i secoli a venire, quelli che le generazioni hanno vissuto e quelli che li seguiranno. Molte cose che uscirono dalla Sua bocca, duemila anni fa, si sono poi compiute. Troppe altre non ancora, perché il cuore degli uomini si è fatto duro. Ma il Santo Natale torna apposta per farci memoria di quegli eterni principi.”

Enormi sono ancora le disparità, le offese recate alla vita, i crimini, le ruberie, pregiudizi, le discriminazioni, le prepotenze, la quantità di sangue innocente sparso in molte parti del mondo, gli accanimenti contro i più deboli, le baracche in cui sono costretti a venire alla luce tante bimbe e bimbi delle periferie dei continenti.
Anche se gli ammonimenti di duemila anni fa, del Figlio di Dio, si sono fatti evidenti ormai a tutti, per mezzo dei prodigiosi strumenti tecnologici oggi esistenti, molte realtà umane restano critiche.

Nel nostro paese, colpito dalla crisi economica, come buona parte dell’Occidente, il Natale ha subito una involuzione che non è solo economica e sociale, a causa di crescenti forme di disuguaglianze, ma presenta aspetti culturali e spesso morali sui quali è doveroso riflettere.

Ricordare che la disoccupazione è in costante crescita, in modo particolare fra i giovani, ove il precariato è l’unico modo per poter lavorare qualche mese; sapere che il 10% delle famiglie possiede il 50% della ricchezza nazionale e 2,5 milioni di famiglie hanno venduto oro e preziosi pe3r vivere la quotidianità; conoscere che nel 2011, rispetto all’anno precedente, la criminalità (rapine, furti, borseggi, e altri tipi di reato) ha subito un significativo incremento; i costi della politica, malgrado gli scandali e il malaffare, non hanno avuto la riduzione e i tagli necessari, per dare un segnale di etica e di moralità, rispetto ai cittadini che stanno sopportando la crisi con sacrifici e rinunce.
Forse dietro il tripudio delle luminarie e dei pochi regali, traspare non la festa vera, ma solo la tristezza di un mondo senza più regole certe e mancanza di carità.

Ogni epoca ha i suoi Natali. Cambiano vesti e costruzioni, mestieri e paesi, abitudini e modi di essere. Ma i miseri, gli innocenti, i confinati delle estreme periferie, troppo spesso, anche oggi, restano tali.
Ecco a che serve ragionare, sul valore del messaggio natalizio, perché ricordare l’attualità dei principi di duemila anni fa, può ancora aiutare a vivere con serenità e in pace con “ gli uomini di buona volontà.”


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