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Natale: non facciamoci del male

Per una volta impegniamoci a fare a meno del “classico” Natale

Spese folli, pacchetti da incartare, porporina, bollicine, torroni, cozze, zampone, lenticchie. Tutte queste parole hanno un comun denominatore: il Natale, che come ogni anno arriva puntuale. E siamo tutti lì pronti a baciarci ed abbracciarci intorno a numerose tavolate imbandite, ma quest’anno no.

Voi che state progettando come “ingannare” il decreto Natale per la Vigilia, il 25 e tutte le altre giornate di festa che ne seguono in questo 2020 da dimenticare, fermatevi ad ascoltare qualche racconto di qualche amico, accendete la tv e sentite cosa si dice alla radio riguardo chi si è drammaticamente imbattuto nel Covid.

“Eh ma potrebbe comunque essere l’ultimo Natale di nonna”: questo risponde l’italiano medio a chi gli chiede di evitare assembramenti nei giorni di festa, perché sappiamo tutti come funziona a Natale. Ci si siede a tavola per ore, si mangia, si condividono piatti, si brinda, si grida, si ride, e ci si stringe vicini vicini perché siamo troppi e nel tavolo grande non c’entriamo tutti. Tutto ciò è assolutamente evitabile quest’anno.

E mi rivolgo soprattutto a chi si sta rifugiando in queste ore nelle seconde case, scappando letteralmente dalla città, facendo ore in coda per andare al paesello. Perché tutti lo sappiamo che nel piccolo paesino di provincia è più facile eludere le norme, il coprifuoco, e fare feste a casa, nel garage, con nonni, zii, cuginetti e nessuno che ti dice niente.

E mentre vi pensate furbi, e magari vi siete fatti anche il tampone ieri per “stare sicuri”,  ricordatevi che c’è una trama uguale per tutte, in cui nessuno è immune. I dolori alle ossa, le incertezze dei sintomi, la tosse, la febbre, la chiamata da casa al medico, il 118, gli infermieri bardati che arrivano a casa, la realizzazione, la paura di essere entrati in una galleria senza uscita, niente saluti alla famiglia, le porte dietro di voi si chiudono, probabilmente per sempre. E poi i vostri figli, le vostre sorelle, cugini, zii, come un domino cadono tutti sotto il virus mortale. Paura. Ecco, tutto questo dolore, vale una cena di Natale? Una tavola piena di pietanze succulente può essere barattata con la vita umana?

E non parlate di dittatura sanitaria, perché questo che stiamo vivendo si chiama “libertà” e si chiama “democrazia”. I vostri figli dall’altra parte della città o dall’altra parte del Paese, sono certa che non avranno scompensi se non starete insieme fisicamente. Provate a vedere la stupidità dei vostri calcoli magici in vista del Natale, provate a vedere le vostre tavole con cinque, sei, dieci persone attorno al tavolo per ore e ore a scambiarsi vassoi, a parlare, a giocare. Non basta dire “Ma siamo solo noi di famiglia” oppure “Stiamo attenti”, non basta lavarsi le mani, mettersi la mascherina o stare distanti. Ma come si può? Il Natale è uno spettacolo che si presenta ogni anno, si consuma per ore intorno a piatti caldi, cin cin, e regali da scartare. Lo Stato non potrà entrare nelle nostre case, non ci potrà controllare, siamo in democrazia e la democrazia è faticosa perché per “dieci” scellerati paga tutto il Paese, tutti quei figli che non tornano a casa pagheranno per quei mammoni che vogliono i genitori vicini nei giorni di festa. Tra le corsie del supermercato si sentono madri e figlie che complottano su quante uova accaparrarsi o quanto pane comprare, e si creano delle scenette quasi comiche tra l’una che dice di essere a cena in quindici e l’altra che sgranando gli occhi, nega.

Quindi parlo a voi, che avete a cuore le persone che avete vicino, quelle che contano: limitate, limitate e limitate ancora gli incontri, fate vincere il buonsenso. Fate in modo che questo sia l’unico o almeno ultimo Natale atipico che festeggeremo. Salutate da lontano, dagli schermi, per telefono le persone che amate e a cui volete bene, tutelatele e tutelatevi.

Tutto dipende da voi. E speriamo che davvero sia un Buon Natale.


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