No cittadino comune, no tagli – Barbara dei preti – Il “giochetto” dei giudici indiani

Fatti e misfatti di ottobre 2012 di Mario Relandini
Enzo Luciani - 12 Ottobre 2012

No cittadino comune, no tagli

"Le retribuzioni dei magistrati e quelle dei dipendenti pubblici che superino i 90 milioni di euro l’anno – ha sentenziato la Suprema Corte di Cassazione – non possono essere abbassate in quanto ciò violerebbe un principio di parità".

Ma i principi di parità, per la Suprema Corte di Cassazione, valgono adesso sì e adesso no? Per qualcuno sì e per qualcun altro no? Fino ad oggi, infatti, la Suprema Corte di Cassazione non ha ritenuto dover intervenire in tutti quei casi, anche i più dolorosi, in cui sono stati decretati prelievi e tagli specifici nei confronti di questa o quella categoria, di questo o quel nucleo sociale. E allora? Ci sarebbe, allora, di arrivare a conclusioni gravi e sconcertanti. Ma intanto, almeno, i vari "beneficiati" da questa o quella Istituzione non facciano gli offesi quando i cittadini sempre più tartassati li definiscono, giustamente, "casta". E anche peggio.

Barbara dei preti

"Penso – ha scritto, su "Il Foglio", Barbara Palombelli in Rutelli – che sacerdoti, suore, parrocchie e comunità sparse per tutto il Paese non debbano pagare l’Imu… Tassare la carità e la spiritualità… mi sembra un’idea orrenda e piuttosto rozza".

Ma che nuova c’è? Tutti – a parte qualche anticlericale integrale – pensano e hanno sempre pensato che non si dovesse tassare tutto ciò che, di proprietà della Chiesa, avesse il nobile e santo marchio della carità e della spiritualità. Quello che tutti pensano e hanno sempre pensato, però, è che si dovesse giustamenete tassare – come viene chiesto anche dalla Comunità europea – tutto ciò che, di proprietà della Chiesa, avesse il più o meno nobile e materiale marchio del profitto in quanto tale e nel suo significato più intrinseco. E certo, dunque, niente Imu a sacerdoti, suore, parrocchie e comunità con finalità di bene e di carità. Ma sì l’Imu giustamente da addebitare a sacerdoti, suore, parrocchie e comunità che gestiscano immobili commercialmente e con guadagni certi allo stesso modo di qualsiasi cittadino laico. Cosa che "non salverebbe d’un colpo sicuramente – d’accordo con Barbara Palombelli in Rutelli – il prodotto interno lordo, lo "spread" e il deficit del Paese". Ma che – piaccia o non piaccia – servirebbe sicuramente, invece, a dimostrare che "non siamo ancora nello Stato Pontificio". Anche se Barbara Palombelli in Rutelli scrive quest’ultima frase per un altro risibile motivo: per cercare di far credere come non sia vero che "i preti, come si dice ancora oggi a Roma, cianno li mejo posti". Beata te, Barbara Palombelli in Rutelli…

Il “giochetto” dei giudici indiani

"La Corte indiana che dovrebbe prendere una decisione sui due "marò" italiani accusati di avere ucciso due pescatori indigeni, a febbraio, in acque internazionali – è giunta notizia da Kerala – ha rinviato di nuovo questa decisione e, precisamente, l’ha rinviata all’8 novembre prossimo".

L’ 8 novembre prossimo, così, saranno stati già quasi nove mesi di detenzione – anche se, ultimamente, ai domiciliari – per i due "marò". E nulla rassicura, ormai, che non possa esserci, in prossimità dell’8 novembre prossimo, un altro ennesimo rinvio. Come se, insomma, i giudici indiani stessero mandando avanti un illegale – secondo anche le norme del diritto internazionale – e inaccettabile "giochetto": Non arrivare ad una sentenza di colpevolezza (anche perché – come sembra – non avrebbero le prove per sostenerla), ma tenere il più a lungo possibile detenuti i due "marò" con i pretesti più vari. Fatto che, se consentirebbe loro di salvare almeno in parte la faccia evitando una discutibile sentenza accusatoria, otterrebbe ugualmente di far scontare ai due "marò" un bel periodo di detenzione. Ma le autorità italiane? "Allibite e sconcertate", come ha dichiarato il Ministro degli Esteri, Giulio Terzi. Allibite e sconcertate punto e basta. E non chiaramente determinate a porre fine a questo "giochetto" chiamando anche in causa, come giuridicamente possibile, i competenti organismi internazionali. Allibite e sconcertate punto e a capo. In attesa, magari, di un ipotetico quanto probabile nuovo rinvio, a questo punto anche strafottente, dei giudici indiani. Fose sarebbe il caso che il Ministro Terzi sorridesse un po’ meno davanti alle telecamere e lavorasse un po’ di più dietro la sua scrivania ministeriale. 


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