“Non ce n’è” di coscienza popolare

Valerio Principessa - 11 Novembre 2020

No, non parleremo della signora di Mondello che questa estate si mostrò alle telecamere per urlare agli spettatori il negazionismo di una pandemia che ha sconvolto il globo. E neanche faremo riferimento ad una produzione “musicale” postata sui social appena due giorni fa che dà ancora spazio alla suddetta signora.

E neanche vogliamo buttarla sulla retorica o sul moralismo del decadimento dei valori etici, estetici o di qualsiasi genere: il popolo è anche questo e probabilmente lo è stato sempre. Brutto, sporco, cattivo, triviale, quando la morale comune o l’educazione scolastica o civica non lo incanalava su una determinata strada di partecipazione attiva alla vita pubblica. Il video che fa tanto (troppo) parlare in queste ore è l’altra faccia della medaglia di ciò che ci viene dai mondi della moda e anche dell’arte contemporanea. Che non si sono mai tirati indietro quando c’era da strappare un paio di jeans, mostrare parti provocatorie di corpi statuari o prendere un orinatoio per esibirlo a mo’ di fontana. Anche i Sex Pistols nella Londra ancora ingessata degli anni ’70 amavano mostrarsi “dandogli giù” alla Regina, alla bandiera, alla nazione e alle sue consuetudini. Ma dietro un R. Mutt 1917 o a pezzi come Anarchy In the UK c’era una consapevolezza di se stessi e del proprio ruolo, anche sovversivo, nel mondo. Una consapevolezza ingenua e autoreferenziale quanto vogliamo, ma che c’era.

Al contrario, nel mondo iper-tecnico di oggi e con una tecnologia a portata di tutti, anche dell’elemento più marginale della società, l’eredità di 20 anni di televisione privata che ha avuto l’unico obiettivo di vendere spazi pubblicitari ad un target vario e generalizzato (e degli uomini politici derivati che hanno comandato come Imperatori dell’immaginario comune) porta in auge lo sdoganamento dell’istintività più bieca, della ricerca della spontaneità come valore da ostentare a tutti i costi per suscitare un’emozione immediata: non importa se di pietà, simpatia o orrore… l’importante è emozionare e abbassare l’asticella dell’impegno intellettuale affinché anche la realtà più unidimensionale venga inglobata.

La cafonaggine emoziona, soprattutto quella che viene dalle fasce deboli della popolazione. Quelle in cerca di riscatto e che lo trovano a loro modo nell’esposizione circense che disumanizza a livello para-animale e porta alla visibilità estesa e immediata.

D’altronde anche Italo Calvino nelle sue Lezioni Americane (1985) parlava della “visibilità” come di una delle proposte per il millennio prossimo, ovvero quello che stiamo oggi vivendo. Certo, prima c’era la “leggerezza”, che non è quella di una signora siciliana che afferma una castroneria e magicamente si ritrova a distanza di poco tempo sulle reti nazionali, bensì quella di Perseo che vola su una nuvola per sconfiggere la tentacolare Medusa.

Un cavallo alato ci salverà dalla pesantezza e dagli obbrobri del mondo.

 

Valerio Principessa

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