Non scherziamo con l’antifascismo

Aldo Pirone - 14 Luglio 2017

In questi giorni, con una fiammata inaspettata, è tornato alla ribalta l’antifascismo. Che poi sarebbe il pilastro su cui si dovrebbe reggere la nostra Repubblica e che fu alla base della scrittura della Carta costituzionale. L’antifascismo è una cosa seria e fa pena vederlo ridotto a occasione di baruffe propagandistiche dopo che, a sinistra, lo si è reso negli ultimi due decenni una sorta di totem esteriore verso cui genuflettersi nelle ricorrenze canoniche, per disattenderlo nell’operato quotidiano in tutti i suoi molteplici precetti, soprattutto quelli sociali e morali. Della destra berlusconiana, aennina e leghista non conta parlarne. Quando sorse, un quarto di secolo fa, per lei l’antifascismo era già un cane morto da cui tenersi distanti. E i lavacri di Fiuggi per gli eredi del Msi, dei repubblichini e di Mussolini furono accettati per pura forma. Per il potere e l’accesso al governo valeva ben cantare una messa all’antifascismo. Il berlusconismo, poi, era programmaticamente afascista pur rappresentando del fascismo la radice guicciardiniana, particolaristica, populista e qualunquista al tempo stesso. L’ex cavaliere la interpretò insuperabilmente, infettandone a poco a poco tutto, o quasi, il sistema politico italiano, spingendo i suoi naturali avversari a rincorrerlo sul suo stesso terreno plebiscitario e delle convenienze personali del momento.

La consunzione della cultura dell’antifascismo ha partorito anche il M5s che, nella suprema ignoranza dei suoi esponenti più in vista, da Di Battista a Di Maio, da Grillo a Casaleggio junior, lo porta a concionare di superamento del nobile postulato insieme con quello, fortemente complementare, di superamento di destra e sinistra. Preferendogli i concetti più trasversali, meno impegnativi ma più remunerativi elettoralmente, di onestà e sovranità nazionale. L’onorevole Di Battista, che, come è noto, a sentir lui, è oltre i vecchi e logori concetti e valori novecenteschi, ha pensato su questo tema fondamentale, a lui sconosciuto e ostico, di cavarsela ricorrendo a Flaiano: “In Italia i fascisti si dividono in due categorie: i fascisti e gli antifascisti”. Ma, per lui, in questo caso, sarebbe più consona la categoria universale dei cretini di cui, come si sa, la madre è sempre incinta.

Le radici del fascismo

L’antifascismo non è una categoria dello spirito è stato un fatto storico concretissimo. Se i suoi primi interpreti e combattenti sono, oggi, quasi del tutto scomparsi non significa affatto che esso sia superato come postulato. L’antifascismo, infatti, non è stato solo la riconquista delle libertà democratiche affossate dal regime fascista, che Benedetto Croce considerava, ottimisticamente e superficialmente, una pura parentesi nella storia della libertà italiana. E’ stato, ed è, molto di più. E’ l’essenza ancora attuale di una rivoluzione democratica iniziata con la Resistenza e la guerra di Liberazione nazionale, impressa nelle tavole della Costituzione repubblicana, volta a recidere le radici socioeconomiche che dettero vita alla reazione delle classi proprietarie che del movimento fascista e di Mussolini si servirono. Un esito che non era obbligato ma che riassunse in sé, anche per l’incomprensione degli avversari, non solo un moto reazionario e liberticida ma il precipitare nella sua forma reazionaria, fascista e di massa, delle tare storiche non risolte dalla rivoluzione risorgimentale e immesse nell’impasto dello stato nazionale unitario. Cioè quel compromesso fra la borghesia industriale settentrionale e la grande proprietà terriera e agraria assenteista del meridione e delle isole basato sull’intreccio perverso fra la modernità del profitto d’impresa, consolidatosi ben presto dentro uno sviluppo monopolistico e protezionista, e l’arcaica rendita parassitaria. Fu questo lo scheletro attorno al quale si addensarono il particolarismo guicciardiniano e il qualunquismo, diventati nazionalisti, di una parte consistente, al nord e al sud, della piccola borghesia delle professioni, commerciale e bottegaia risvegliata ed eccitata dalla Grande guerra cui aveva partecipato imparando il mestiere della violenza.

Che poi usò contro il movimento socialista e democratico, distruggendone sistematicamente le organizzazioni popolari, assassinando i suoi esponenti più coraggiosi nel corso, come osservò Gramsci, “della più atroce e difficile guerriglia che mai la classe operaia abbia dovuto combattere”. L’antifascismo conseguente si proponeva, perciò, al fine della riconquista duratura delle libertà democratiche e dei diritti sociali e civili, di recidere quelle radici affinché il ventre del mostro fosse sterilizzato per sempre. Si stabilì allora quel legame fra l’antifascismo e il progresso sociale che faceva da contrappunto al regime fascista guardiano del privilegio di classe, sia nella sua versione di reazione violenta sia in quella paternalistica.

La rivoluzione antifascista

C’è stato tutto un periodo della storia repubblicana, all’incirca il primo trentennio, in cui la “rivoluzione antifascista” progredì, come ebbe a osservare Emilio Sereni acuto intellettuale e dirigente comunista, a livello delle cosiddette sovrastrutture ideali e culturali riuscendo, poi, a incidere positivamente sul terreno delle conquiste sociali realizzate dalle classi lavoratrici e popolari e propugnate dalla Costituzione.

Tuttavia la radice strutturale, quel dna consistente nell’intreccio fra rendita e profitto causa degli squilibri strutturali della Nazione, a cominciare dal Mezzogiorno, non è stato rimosso, nonostante la grande espansione industriale del paese e il suo ingresso fra le grandi potenze economiche del pianeta. Poi la società è cambiata in conseguenza del mutamento del mondo socio economico, non soltanto nazionale, in cui l’antifascismo era sorto, aveva combattuto e vinto la sua battaglia contro la dittatura. Ma nella temperie socioeconomica neoliberista nutrita dalla rivoluzione tecnologica che ha in pratica dissolto i vecchi blocchi sociali – che di per sé erano già mutati ed evoluti nel primo trentennio repubblicano – si è innestata la vecchia radice socioeconomica sopra descritta. Essa è stata sussunta dentro la marcata finanziarizzazione del capitale cui ha fatto da contrappunto la precarizzazione del mondo del lavoro. Per certi versi si è fatto più stretto il legame, per affinità elettiva, fra la rendita finanziaria e quella speculativa urbana e quella delle innumerevoli corporazioni cresciute all’ombra di quel perverso legame.

Basti pensare al Mezzogiorno che rimane la grande questione nazionale irrisolta, che certo non è più quello della grande proprietà nobiliare latifondista descritto nel “Gattopardo”, ma rimane comunque sempre distante negli indici di sviluppo economico, sociale e civile dal Nord. Un sud e le isole che continuano a portarsi appresso la disoccupazione endemica, l’infezione, che si è estesa, delle organizzazioni criminali – che non sono più i mafiosi campieri e gabellotti guardia armata del latifondo, ma grandi trafficanti in droga e appalti e investitori di capitali – e il riaffacciarsi prepotente di quello “sfasciume pendulo” di cui parlò, riferendosi allora alla Calabria, il grande meridionalista Giustino Fortunato (nella foto) agli inizi del secolo scorso. Tutto ciò tra telefonini, smartfone, computer e nuove tecnologie in genere.

Antifascismo e questione sociale

La cultura e la coscienza antifascista, intese come tensione verso la trasformazione economica e sociale per rendere effettivi i precetti della Costituzione, hanno subìto un innegabile logoramento nel quadro della più generale regressione della democrazia partecipativa. Il declino della sinistra, depositaria in special modo del nesso politico e culturale fra antifascismo, espansione della democrazia e trasformazione sociale, ha comportato un arretramento di questo nesso anche a livello della sovrastrutture ideali, in particolare della coscienza politica di massa.

Se si vuole veramente fare opera antifascista, la scelta impellente e ineludibile è quella di accingersi a ricostruire, in termini nuovi, il blocco sociale e politico popolare che solo può sorreggere l’architrave dell’antifascismo a livello ideale e culturale. Senza questo contenuto strutturale la forma antifascista deperisce e avvizzisce. E allora è inevitabile che riprendano vigore idee e forze che sembravano seppellite per sempre. E’ inevitabile che penetrino fra le masse popolari e lavoratrici, strette da un’acuta questione sociale e abbandonate a se stesse da una sinistra dedita al politicismo, le mai sopite pulsioni qualunquiste e particolaristiche, corporative e demagogiche oggi venate dalla xenofobia e dal razzismo innescati dai flussi immigratori. E’ inevitabile che tornino a galleggiare i detriti di una storia nazionale che sembravano per sempre depositati sul fondo.

Faccio un esempio. Se un’organizzazione fascista o addirittura nazista come “Forza nuova” si mette a difendere, com’è successo a Roma nei mesi scorsi a San Basilio e al Trullo, tra la solidarietà dei coinquilini, una famiglia italiana dallo sfratto perché quell’appartamento spetta per regolamento a un immigrato straniero, lì l’antifascismo ha già perso.

E ha perso di brutto in un luogo che per le idee e le organizzazioni fasciste era storicamente off limits. Ha perso perché non è riuscito a evitare una guerra tra poveri permettendo ai fascisti di dispiegare il loro grido nazionalista e inumano: “Prima gli italiani”.

Prendere di petto e con urgenza la “questione sociale” in tutte le sue sfaccettature, a cominciare da quella del lavoro e dell’occupazione giovanile precaria e non, è il problema più urgente per i sonnambuli della sinistra. E lo è per tanti versi, compreso quello fondamentale di una rivitalizzazione dell’antifascismo. La cosa, però, non si può pensare di affrontarla solo a chiacchiere e con le “narrazioni” sul disagio sociale, ma con iniziative politiche e sociali concrete.
Le leggi, che già ci sono, contro l’apologia di fascismo e i suoi derivati, hanno un senso se sono sorrette da un movimento popolare organizzato, altrimenti agitarle, dopo che i buoi del consenso sociale sono usciti dalla stalla, può diventare un boomerang, al di là delle pur nobili intenzioni ed effettive necessità.

Men che mai, poi, l’antifascismo può ridursi a orpello da tirare fuori per scopi elettorali. Con l’antifascismo è d’obbligo non scherzare.


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