Non sono vecchio… sono vintage!

Centocelle, a spasso nel tempo, in un'uggiosa giornata
Attilio Migliorato - 30 Novembre 2021

Centocelle, inizio del boom economico, fine anni ’50 ed inizio degli anni ’60 del secolo appena passato. No Istagramm, no Facebook, no smartphone, no whatsapp, no posta elettronica, no paghetta, no televisione, no termosifoni, tanti bambini nascevano.

Centocelle 2021. Avete mai vissuto quelle giornate invernali, festive, di mattina presto, uggiose, freddoline, poco traffico, strade vuote, qualche passante direzione Chiesa per la funzione religiosa, tanta gente in casa? Scegliere o farsi scegliere dal quartiere per poter passeggiare nelle sue  vie o piazze, che hanno la loro storia da raccontare?

Prendete dallo scaffale un buon libro, anche già letto, e iniziate a sfogliare le pagine, piano però… perché sono tutte ingiallite: sono del 1950 circa.

Arrivano i “napoletani“, ma era solo un Piaggio Ape a tre ruote di colore verde che da Via dei Platani, dove c’era il panificio Casadei e il mercato rionale, andava verso Via Tor de Schiavi. Marito, moglie e quattro figli piccoli e un cassonetto pieno di masserizie, che avevano preso in affitto lo scantinato della palazzina. Mori di carnagione, mori di capelli, ma anche sporchi, cosa che anneriva anche i loro sguardi pieni di diffidenza verso chi era fermo nel cortile di casa.

Vendevano aglio al mercato rionale, il loro deposito era in casa e l’odore penetrante saliva di scala in scala sino al terrazzo. Non delinquenti, ma persone che con il loro modesto lavoro cercavano in una borgata romana un loro futuro. Difficile la loro inclusione, dura la loro ubicazione nell’umidità di uno scantinato. Dopo pochi mesi sono partiti da Via Tor de Schiavi. Sostituiti dai “pugliesi”. Immigrazione regionale, ma i “residenti”, impettiti, erano romani da sette generazioni?

La Casetta in Canadà è un brano musicale del 1957, non era nata per i bambini ma aveva una strofa che ai bambini era molto cara: Aveva una casetta piccolina in Canadà, con vasche, pesciolini e tanti fiori di lillà, e tutte le ragazze che passavano di là, dicevano: “Che bella la casetta in Canadà.

In via Tor de Schiavi angolo Piazza delle Camelie c’era un bar e in vetrina una piccola casina bianca con il tetto rosso che per il bambino, probabilmente, era la vera “Casetta in Canadà’”. Tutte le volte che passava davanti alla vetrina piangeva e chiedeva di comprarla, ma in quegli anni non si poteva spendere,  la pasta si acquistava sfusa, la ciriola, piena di  mollica, riempiva comunque la pancia, le rosette ancor non esistevano, le sigarette si vendevano sfuse, l’acqua fresca si prelevava dal nasone o alla casetta dell’ACEA. Pochi avevano il frigorifero.

A Piazza dei Mirti c’era il capolinea del tranvetto Laziali-Piazza dei Mirti. I bambini cambiavano giochi da strada ad ogni stagione: battimuro, borgioni, figurine dei calciatori, scambio figurine o giornaletti, pista sulla terra battuta con piccole buche  e con i tappi metallici di bottiglia, la cavallina, campana, salto con la corda, ruba bandiera, la  fionda di ramo d’albero rifinita  a mano, il monopattino in legno e ruote di ferro costruito a mano.  Per un ottimo battimuro occorreva un tappo di bottiglia metallico piatto, per ottenerlo i bambini posizionavano le lattine sui binari del trenino, il vagone e le ruote di ferro completavano l’opera. Inventiva, a 5 o 6 o 7 anni i bambini senza soldi, senza regali, senza paghetta, senza aiuti dagli adulti, tiravano fuori da loro stessi l’inventiva ad ingegnarsi. Obbligatorio in quegli anni.

In Via Tor de Schiavi passavano pochissime macchine, non perché fosse una strada secondaria, si camminava a piedi e chi aveva i soldi per acquistarla? I bambini degli anni 50 inventarono un nuovo gioco, da fare la domenica; foglio di carta, matita, velocità per essere i primi a segnare il numero di targa della possibile macchina in transito. Chi vinceva riusciva a segnare non più di una decina di targhe nell’intera giornata.

In Via Tor de Schiavi, vuota di macchine ma piena di cantieri edili, i bambini avevano il loro campo non di calcio ma di “zita”. Un legno piccolo con due punte agli estremi, un legno lungo che veniva battuto su una punta e quando il legnetto si alzava da terra altra battuta per lanciarlo il più lontano possibile. Gioco individuale ma che squadre di “zita” si formavano!

Non sono vecchio… sono vintage! Che bel libro ho letto, che belle foto ho trovato stampate. Sarebbe bello avere un vostro pensiero al riguardo, prima di riporre il libro nello scaffale.

Macelleria Colasanti

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  Commenti: 2

  1. Annarita Pellegrini


    DOPOGUERRA DI SACRIFICI E SPERANZE IN VIA DEL MANDRIONE E DINTORNI

    … “ Nelle illustrazioni del mio libro “ … la vita di duro lavoro, di sacrifici, di rinunce, di speranze e di future aspettative dei muratori, dei manovali, degli operai e delle loro famiglie, nel dopoguerra, al Mandrione e dintorni. La mia vita è iniziata in quell’epoca e in quei luoghi, con le stesse difficoltà ed analoghi problemi, che lo stato d’animo di certe giornate mi richiama alla mente e dei quali mi induce a parlare … ed è quello che mi accingo a fare …
    … Io a via Casilina Vecchia ci sono nata e vi ho trascorso infanzia, adolescenza e prima giovinezza. Abitavo al civico 90, quattro portoni dopo l’ingresso dell’OMIR, il deposito meccanismi ed attrezzi della Stazione Tuscolana, dove mio padre lavorava come operaio. Il tempo in quella casa era scandito dalla sirena del deposito che alle 7:30 annunciava l’inizio della giornata lavorativa; alle 11:30 segnalava ai lavoratori, ivi impiegati, l’inizio della pausa pranzo; alle 12:30 ne indicava il termine; alle 18:30 dichiarava conclusa la giornata lavorativa. E lo sferragliare dei treni sulle rotaie e il fischio che ne preannunciava l’arrivo ha accompagnato, per anni, ogni istante della vita mia e dei miei familiari, mentre il “direttissimo”, in transito alle ore 23:00, faceva tremare i vetri delle finestre e i bicchieri nella credenza. Dalle finestre della casa a piano terra, nella quale abitavo, vedevo le arcate dell’acquedotto Felice, in primo piano, la ferrovia sopraelevata, in secondo piano, e, sullo sfondo, la via Casilina. Dalla finestra, opposta, dell’ingresso vedevo tutto quello che avveniva sul piazzale dell’OMIR e, se dirigevo lo sguardo oltre la ferrovia, fino alle case in via della stazione Tuscolana, cercavo di cogliere particolari che mi potessero aiutare ad indovinare la vita dei miei “dirimpettai”. Niente negozi nella via, né mezzi di trasporto pubblico … le scuole … lontane … e … lontane le mie compagne di classe … Bambina, giocavo con le ragazze e i ragazzi , che, come me, abitavano nelle tre palazzine delle FF.SS., adiacenti all’ingresso dell’OMIR. Ci radunavamo, in prossimità del tratto in cui la strada sale sul ponte della ferrovia, per diventare, proseguendo, via del Mandrione. Il luogo nel quale avvenivano i nostri incontri era l’inizio della stradina sterrata per andare alla Squadra Ponti, uno degli ingressi dell’OMIR preclusi da cancellata. La stradina dei nostri giochi, che, all’altezza del ponte, era piuttosto in alto, subito si abbassava a livello della strada ferrata, si allungava contigua ai binari, in assenza di rete di separazione. … E ciò che non era accaduto prima … quel giorno accadde … Nicolino, giocando ad “acchiapparella”, mi rincorreva con ostinazione ed io, per sfuggire alla sua presa, sono indietreggiata di scatto, finendo con i piedi nel vuoto … Una caduta di quai due metri, durante la quale mi sono girata, per finire a faccia in giù sui binari … Occhi salvi, denti integri, niente di rotto, non un graffio, non un’ammaccatura … e … non è passato il treno ! Mi sono rialzata, tra gli sguardi increduli degli altri, distribuitisi lungo i binari, allorché accorsi per vedere ed aiutare. Poi, tutti in gruppo, siamo tornati nel punto in cui stavamo giocando, con l’intenzione di intrattenerci ancora insieme. Non abbiamo, però, ripreso il gioco dell’”acchiapparella”. Per lungo tempo Nicolino ha sentito il peso della propria responsabilità per l’accaduto, anche se io più volte ho cercato di convincerlo che la responsabilità, in realtà, era mia per non aver pensato che, portandomi sul limitare della stradina ed indietreggiando di colpo, sarei potuta precipitare di sotto e finire sui binari. Tutto bene quel che finisce bene ! Ho lasciata via Casilina Vecchia, quando mi sono sposata, e ho portato con me il nostalgico ricordo dei grigi muraglioni tra i quali la strada s’incanala, per arrivare a passare sotto l’austero arco, reso coreografico da un pino centenario; degli stretti ponticelli di attraversamento delle linee ferroviarie; delle ampie arcate dell’acquedotto Felice. In quell’angusta casa, al civico 90 di via Casilina Vecchia, un tempo priva di riscaldamento e con il focolare in muratura, funzionante a carbone, è rimasta una parte di me e quando occasionalmente ci passo davanti non posso fare a meno di commuovermi …

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