Paralleli tra Meridiani distanti

Ettore Visibelli - 9 Gennaio 2021

Ai tempi del liceo, il professore di storia e filosofia amava moltissimo chiederci di sviluppare paralleli tra personaggi storici. Ne ricordo uno che ci impegnò allo spasimo, tanto ci sembrava arduo arrivare a poter comparare tra loro Marx e Gesù Cristo, trovandone i punti in comune che, tuttavia, alla fine vennero a galla.

Oggi, ricordando quella tendenza del Professor Salvatore Lauretta, ormai scomparso da anni, mi sorge spontanea la voglia di imbarcarmi in un parallelo tra l’ascesa al potere di Berlusconi del 1994, e quella di Trump del 2017, forse – speriamo – conclusasi vergognosamente giusto quest’oggi. Ma andiamo con ordine.

Entrambi imboccano la via della politica, spinti da interessi personali, nascosti dietro la maschera dell’impegno in favore della propria Nazione. Entrambi lo fanno rivolgendosi ai connazionali, per salvarli da pericoli inventati, ingenerando odio e paura. I comunisti sono un’invenzione del primo; i clandestini messicani quella del secondo. In effetti, sono entrambi spinti a candidarsi, salvatori della Patria, coprendo il vero motivo della scelta: i debiti che si portano appresso, nonostante appaiano due ricchi Paperoni alla platea, fiduciosa nelle loro promesse, che li elegge.

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Ma il come lo fanno, differisce alquanto. Simpaticamente contrattuale, colloquiale e barzellettiere, il nostro; odiosamente tronfio, malevolo e supponente, quello targato a stelle e strisce.

Entrambi ottengono il favore dell’urna, quella elettorale (per favore, non fate confusione con quella foscoliana).

La differenza strategica e tattica, però emerge e si contrappone nelle sventure politiche, anche per la diversa struttura costituzionale nella quale devono destreggiarsi i due. Il primo governo Berlusconi muore nella culla dopo appena otto mesi di vita, ma il Nostro gestisce il famoso ribaltone con sufficiente flemma, in attesa della rivincita, che farà propria, aspettando con pazienza che scorra sul fiume il cadavere del nemico, che non ha bisogno di uccidere, vista la tendenza al suicidio mostrata dall’avversario. Attende all’opposizione sette anni, godendosi nel frattempo l’impunità parlamentare, per tornare protagonista nel 2001, presiedendo di nuovo ben tre governi, con soltanto qualche brevissima pausa di ricreazione, che non lo impensierisce più di tanto, fino alla caduta, pressoché definitiva, nel dicembre 2016, dopo 22 anni dalla sua entrata in politica. A ben considerare la sua presenza sulla scena non è, per durata, inferiore a quella fascista di Mussolini.

Diversa appare oggi la disastrosa caduta di Trump, tanto da chiedersi come potrà risollevarsi, in una Nazione, a cui ha improvvidamente attentato con un comportamento maldestro, difficile da nascondere all’opinione pubblica, perfino a quella degli stessi compagni di partito. Il suo tonfo rimbomba anche fuori dai confini statunitensi e, visto in un’ottica storica, lo definirei un tonfo planetario. Adesso si trova di fronte al debito che dovrà giustificare di fronte a un fisco, tutt’altro che conciliante, come siamo abituati a vedere qua da noi, dove chi deve qualche miliardo all’erario, se la cava per lo più a piede libero, concordando il pagamento di qualche milione.

Calcolo sbagliato il suo? Parzialmente sì, ma solo parzialmente, se andiamo a considerare che, in definitiva, ha perso una gara, quasi al fotofinish, con un consenso popolare che ancora gli ha arriso.

Certo, però, gli ultimi avvenimenti che lo hanno visto protagonista, sono successivi al conteggio dei voti, ormai archiviato e sepolto. Non sarà facile risollevarsi dalla sconfitta, di sapore amaramente etico, ché negli USA il puritanesimo pesa molto, là dove, per certi peccati, non si fanno sconti.

Ma quali conseguenze scaturiranno dalla crisi di quella che è considerata la democrazia mondiale più consolidata? Non lo chiedete a me. Non sono un indovino.

 

Ettore Visibelli


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