Poveri poveri, come rimarrete poveri!

Ettore Visibelli - 24 Agosto 2019

La premessa è quella già espressa in passato: non sono un politico di professione, né tanto meno un economista. Cerco talvolta di ragionare su quanto, in qualche modo, mi tocca da vicino, o anche da più lontano, sempre misurando gli eventi anche con l’intuito, la pregressa esperienza dell’anziano e quella percezione che si usa definire a pelle.

All’inizio degli anni 2000, ho frequentato per un certo periodo l’Università di Tor Vergata su invito dell’amico, Professor Rino Caputo, docente di Letteratura Italiana nell’ambito delle varie lauree offerte dal DAMS. Partecipare al MILLA, acronimo che indicava il Laboratorio di Scrittura per il Cinema e il Teatro, è stato per me un momento formativo, un’esperienza nuova, grazie alla vicinanza di insegnanti capaci e giovani studenti, con i quali mi sono trovato a confrontarmi e collaborare. Un tuffo nel passato che mi ha ringiovanito nel contatto con un mondo così diverso dallo specifico ruolo professionale di chimico, operante nell’ambito dell’industria, svolto per più di trentacinque anni.
Non ricordo come, né perché, ma un pomeriggio – forse era il 2003 – fui invitato da una Insegnante a seguirla in un’aula, dove si teneva un dibattito, che la stessa moderava, alla presenza di una diecina di persone, incentrato sul tema della Globalizzazione. All’epoca era un argomento di attualità per l’innovazione che apportava negli scambi commerciali del mondo, che vedevano principalmente aboliti i dazi sulle merci, libere di muoversi con elasticità all’interno di un mercato, regolato soltanto dalla domanda e dall’offerta tra i contraenti. Un modo nuovo di intendere il commercio globale, senza più i protezionismi nazionali, fino allora intesi come un ostacolo allo scambio dei beni di consumo sui mercati. Questo è ciò che principalmente intuivo in chiave economica, ma in quel dibattito, per la verità molto educato e rispettoso dei contributi apportati da ognuno, la visione che avevo mi apparve incompleta e limitata, dal momento che emerse quanto la globalizzazione avrebbe contribuito all’arricchimento planetario, a seguito dello scambio di informazioni incrociate, tra popoli fino a quel momento privi della possibilità di confrontarsi in termini di politiche economiche; sociali e tecnologiche; di costumi; di problemi ambientali e beni culturali.
In definitiva, sembrava una svolta a favore della crescita mondiale in termini di civiltà, non più ristretta all’ambito delle singole nazioni, bensì destinata ad allargarsi a beneficio di tutta l’umanità.
Eppure, nella mia limitatezza e ignoranza in materia, avvertivo una nota stonata, una dissonanza che non mi convinceva circa i veri intenti del cambiamento che andava maturando. La mia inquietudine nasceva dalla diffidenza riposta da sempre proprio nel genere umano. Ascoltavo con attenzione le opinioni che si succedevano nel dibattito, ma avevo ritegno nell’esprimere la mia perplessità sull’argomento.
La storia è la madre dei timori che riponiamo nel domani.Con questa consapevolezza guardo al futuro da tempo e, col passare degli anni, la sento sempre più in grado di anticipare la direzione dove potremmo essere diretti.
Infine, su invito della Professoressa che gestiva il dibattito, fui invitato a dire la mia, che si condensò in un’ironica similitudine, al limite del paradosso: “Mah? Direi che ho una strana sensazione, come se la globalizzazione fosse il mito di Robin Hood al contrario: togliere ai poveri, per beneficiare i ricchi”. Definizione che indusse il sorriso in alcuni dei presenti, senza però sfociare in un contraddittorio nei miei confronti, considerando l’asserzione una battuta di spirito, più che un punto di vista vero e proprio.

Poi nel 2007 siamo stati colpiti dalla crisi speculativa di chi maneggia il denaro; è durata dieci anni, fino a quando sembrava essersi conclusa.

Oggi sono tornati i dazi sulle merci con vendicativa rivalsa tra le potenze internazionali che si fronteggiano e si teme di nuovo in arrivo un’altra crisi economica mondiale.
Forse mi viene da pensare che la globalizzazione avrebbe avuto bisogno di un ripensamento più ponderato. O forse no, perché avrebbe guastato il teorema di Robin Hood al contrario, ben chiaro nell’intento dei promotori del cambiamento.
Fatto sta che i poveri oggi sono più poveri e i ricchi nel frattempo si sono arricchiti.

In quel confronto sul nuovo mondo globalizzato, speravo tanto di essere stato troppo pessimista, speravo davvero di essermi sbagliato.
Purtroppo non è andata così.

 

Ettore Visibelli


Dicci cosa ne pensi per primo.

Commenti