Quando i comunisti mangiavano i bambini…

Un libro, quello di Patrizia Carrano (Vallecchi, Firenze 2022), “per chi ha amato i comunisti, per chi ha odiato i comunisti, e per chi non sa nulla del PCI”, ma pretende di ridurre la sua storia ad una sbornia politica collettiva
Francesco Sirleto - 12 Luglio 2022

Un libro appena finito di leggere, ma letto rapidamente, perché intrigante quanto basta, e scritto volutamente senza alcuna ricercatezza e raffinatezza stilistiche e, soprattutto, senza alcuna pretesa (almeno apparente) di sostituire la fiction letteraria alla Storia con la S maiuscola. Un libro che parla di storia, di un lungo anno (a cavallo tra il 1955 e il 1956) della storia di un partito del quale convintamente e contraddittoriamente siamo stati, dal 1971 al 1991, militanti entusiasti e critici, appassionati e disincantati, fideisti e scettici, volontariamente ottimisti e razionalmente pessimisti; e adesso (un adesso iniziato trent’anni fa e ancora non superato) che non c’è più, semplicemente ed inspiegabilmente nostalgici.

Un libro che vorrebbe essere, ma non sempre vi riesce, il frutto di sensazioni, impressioni, riflessioni, ricordi e confronti di una bambina di appena dieci anni, di nome Elisabetta, figlia di una fiera e alquanto confusionaria militante comunista (l’identità della quale viene celata al troppo curioso lettore) proveniente da una regione del Nord (presumiamo il Friuli) e venuta a Roma, per decisione della direzione del partito, al fine di assumere un incarico in una organizzazione collaterale, i “Partigiani della pace”, che aveva lo scopo, in piena guerra fredda, di denunciare e protestare contro la politica imperialistica e bellicistica degli Stati Uniti d’America. Una militante che ha poco tempo da dedicare alla figlia anche perché troppo impegnata nel suo lavoro e nei problemi causati dal suo essere separata dal marito, e dall’essere educatrice responsabile di una bambina che, nelle sue intenzioni, dovrà diventare una fiera comunista come e forse più della madre.

Per realizzare i suoi disegni, la madre di Elisabetta può contare soltanto sui rapporti che riesce ad instaurare, nella Capitale, con membri importanti del partito: dirigenti nazionali, di federazione, intellettuali organici, artisti, giornalisti dell’Unità e di Paese Sera, le compagne dell’Unione Donne Italiane (l’organizzazione delle donne comuniste).

Ecco perché a popolare le pagine di questo libro sono personaggi a volte di grande spessore e che hanno lasciato una forte impronta nella politica, nell’arte e nella cultura della seconda metà del XX secolo: artisti come Mario Mafai e la moglie Antonietta Raphael, scrittori come Felice Chilanti e Fausta Cialente, giornalisti come Giovanni Perego e Fausto Cohen, politici come Antonello Trombadori ed Emanuela Macaluso, e molti altri.

Alcuni di questi personaggi che, chi scrive, ha avuto anche l’opportunità e la fortuna di conoscere personalmente negli anni Settanta perché ancora in piena attività e, magari, in una posizione più importante rispetto a quella rivestita negli anni Cinquanta. La cosa che, però, stupisce, è che, tra questi personaggi, non appaia Pier Paolo Pasolini, in quel momento impegnato (ma quasi come vittima sacrificale) in una forte polemica con l’intellighenzia del PCI, la quale aveva stroncato, sulle pagine del Contemporaneo (la rivista teorica del partito) il suo primo romanzo Ragazzi di vita, pubblicato proprio in quell’anno fatidico 1955. Un Pasolini che, però, nonostante la polemica, non mancava di seguire con molta attenzione le vicende e le scelte politiche e culturali della Direzione e del mondo culturale che ruotava intorno al PCI.

Il libro della Carrano, grazie alla presenza attiva e, a volte, decisiva di questi personaggi sulle vicende attraversate dalla madre militante (e aspirante ad un ruolo dirigenziale) e della bambina Elisabetta, è, quindi, e nonostante le intenzioni dell’autrice, anche un libro di storia, o per lo meno un romanzo a sfondo chiaramente storico. Un romanzo che termina con la famosa nevicata del febbraio 1956, che sommerse la Capitale con una fredda e spessa coltre bianca che quasi paralizzò la città per circa un mese, aggravando la già drammatica situazione dei ceti più umili (i baraccati sparsi nelle decine e decine di borghetti disseminati soprattutto nella periferia ma anche in quartieri come i Parioli: il famoso Campo Parioli, uno dei luoghi nei quali si sviluppano i contatti umani di Elisabetta con gli abitanti della città). Un romanzo che si legge agevolmente e tutto d’un fiato. Un romanzo al quale, però, rimprovero, da vecchio ex militante (pertanto, essendo parte in causa, potrei non essere obiettivo) quello di aver voluto, sinteticamente e sbrigativamente, ridurre la storia del PCI, dalla sua nascita al 1956, ad “una sbornia politica collettiva” (vedi pag. 163, l’ultima del libro).

No, cara Patrizia Carrano, la storia del PCI non è stata una sbornia politica collettiva, ma una storia complessa e anche contraddittoria di lotte, di sconfitte e di conquiste, di progressi e di improvvise e lunghe stagnazioni, che hanno inciso non soltanto sulle biografie individuali dei suoi militanti, ma anche sulle vicende dell’intero Paese, contribuendo alla nascita e alla difesa della Repubblica e della sua Costituzione e delle riforme che sono state partorite dalla Costituzione. E che si sia trattato anche di una grande storia, e non di una semplice e banale sbornia, lo dimostra anche il tuo libro, questo libro che, nonostante l’improvvida e ingiustificata chiosa finale, ci rende ancora di più forti nella inguaribile nostalgia di quel partito.

E voglio concludere questa recensione riportando alcuni versi di una lunga poesia di Pasolini, scritta proprio nel 1956 (“Una polemica in versi”, dalla raccolta Le ceneri di Gramsci), nell’occasione di una sua visita alla Festa dell’Unità provinciale di Villa Glori, nei quali versi traspare una ben altra considerazione di ciò che fu quella grande, e così radicata nel popolo, organizzazione politica:

La Sposa di Maria Pia

“… Si riapre, nel rosso sole

del meriggio d’autunno ancora afoso,

in un’aria di morte, la vostra

festa. Misero e fazioso

è il brusio. Sparge in una chiostra

fra i tronchi freddi falsamente vivace,

le superfici candide la mostra

dei dieci anni d’ingiallite audacie.

Cento baracchette – dove quanto più

ciò che al popolo umilmente piace

cinicamente appare inattuale virtù

di plebe, tanto più è esaltato,

con ingenua ipocrisia, – su

per le misere gobbe, i bagnati

pendii di Villa Glori, empiono l’aria

primaverile della morente estate

di antichi frastuoni di sagra

alla deriva … A migliaia gli iscritti,

piovendo dai rioni dei paria,

vengono all’assalto, si accampano, fitti,

animosi. Snodati i ragazzi

dentro i panni festivi, ricchi

di nastri, fazzoletti, sono come pazzi

di pregustata gioia sotto i cappelli

messicani, rossi come sangue, e tra spiazzi

e alberati, si muovono in drappelli

disordinati, in branchi, soli,

masticando gomma americana, nella loro

generosità senza pudore. …”

 


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