Quel confine sottilissimo tra vita e morte

Una interessante discussione sul tema in occasione della presentazione del libro di Paolo Flores d’Arcais
Redazione - 16 Ottobre 2019

Dopo la recente sentenza della Corte Costituzionale (25 settembre 2019) che prevede la non punibilità del “suicidio assistito”, il tema del “fine vita” è tornato, nuovamente, d’attualità in Italia.

Una interessante discussione sul tema in oggetto si è tenuta il 15 ottobre 2019 presso l’Istituto dell’Enciclopedia Italiana, nell’ambito delle loro attività culturali, in occasione della presentazione del libro “Questione di vita e di morte” di Paolo Flores d’Arcais. Hanno discusso con l’Autore: Giuliano Amato e Simona Argentieri.

Amica o nemica la morte?”. Perché non riusciamo a riconciliarci con la morte, a familiarizzare con lei? Nasce con noi, viaggia – sempre – accanto a noi, è nostra sorella, anzi, gemella. Noi continuiamo a ritenerla nemica, a ignorarla come se non ci riguardasse. Eppure la nostra diagnosi, alla nascita, è infausta. Da questa avventura della vita nessuno ne uscirà vivo. Nonostante i progressi tecnologici, le avveniristiche scoperte e sperimentazioni medico-scientifiche non c’è da farsi illusioni. La morte non è alla fine, ma dentro la vita stessa. Infatti, dopo i 25 anni, muoiono ogni giorno 25.000 cellule cerebrali senza essere sostituite. L’ultimo giorno, dunque, non è che un finire di morire. Viviamo sulle frontiere dell’eternità e non ci pensiamo. Tutta l’infelicità dell’uomo viene dalla sua ostinazione di non accettarsi – quaggiù – come provvisorio.

L’angoscia della morte”, così come lo definisce la Argentieri, è l’ostacolo che si dovrebbe superare per tentare di elaborare, emanare una “legge” che riconosca il “diritto” di ciascun individuo di scegliere “come” e “quando” morire [beninteso quando ci siano determinate condizioni di “non vita” (p.e., malati terminali o stati vegetativi) (cfr, l. 38/2010 e l. 219/2017)].

La “pietas” sembrerebbe guidarci prima di ogni regolamento giuridico. Anche perché non tutte le morti sono uguali: quella improvvisa è ben diversa da quella che si “attende”. In quest’ultima, infatti, si crea un particolare tipo di rapporto tra malato terminale e familiari. Tutti i sentimenti sino allora sperimentati vengono accantonati, messi a tacere e paiono poca cosa: è una nuova relazione quella che si instaura basata, paradossalmente, sulla donazione reciproca. La sofferenza non deve essere un problema da risolvere o che fa orrore ma una realtà da vivere e condividere insieme. Tuttavia, ciò che ancora non è stato acquisito consapevolmente (nei molteplici ambiti di discussione e riflessione) è proprio questo passaggio dall’empatia all’autodeterminazione.

Il pamphlet di Flores d’Arcais, in questo senso, contiene una lucida e ben argomentata polemica contro il potere monolitico esercitato dalla Chiesa Cattolica. La sua domanda, alla fine, si può riassumere così: “Come può un estraneo – potere morale e ricattatorio della gerarchia ecclesiastica – decidere della mia vita?” “Perché dovrei accettare la tua morale e non viceversa?”. La soluzione potrebbe essere una sola: accettare la volontà dell’altro. Una volontà lucida, consapevole, reiterata e non condizionata. Una soluzione non divisiva ma condivisa: la scelta ultima non è tra vivere e morire ma “morire in un modo piuttosto che un altro” quando anche la medicina non può più nulla.

 

Brunella Bassetti

 


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