Ray Bradbury e l’inutile pensiero nel medioevo prossimo venturo

Il ricordo di un grande della letteratura morto all’età di 92 anni e del suo capolavoro “Fahrenheit 451”
di Francesco Sirleto - 8 Giugno 2012

Quando se ne va un grande della letteratura, come Ray Bradbury, morto di recente all’età di 92 anni, la cosa giusta da fare è ricordare la sua opera. Nel nostro caso: Fahrenheit 451, il suo capolavoro.

Ray Bradbury, ci descrive in esso un mondo dominato da un potere che si serve della TV per “rendere felici” gli uomini, impedendo loro di pensare. I libri sono un pericolo: riescono anche a far pensare, perciò devono andare tutti al rogo. I vigili del fuoco non sono più addetti a spegnere gli incendi, ma sono un corpo di polizia con il compito di snidare e bruciare i libri e i loro possessori.

(“Als Gregor Samsa eines morgens aus unruhigen Trauemen erwachte, fand er sich in seinem Bett zu einem ungeheuren Ungeziefer verwandelt”, Franz Kafka, Die Verwandlung).
( “Lo scrivere metodico mi distrae dalla presente condizione degli uomini, cui la certezza di ciò, che tutto sta scritto, annienta o istupidisce. So di distretti in cui i giovani si prosternano dinanzi ai libri e ne baciano con barbarie le pagine, ma non sanno decifrare una sola lettera. Le epidemie, le discordie eretiche, le peregrinazioni che inevitabilmente degenerano in banditismo, hanno decimato la popolazione. Credo di aver già accennato ai suicidi, ogni anno più frequenti. M’inganneranno, forse, la vecchiezza e il timore, ma sospetto che la specie umana – l’unica – stia per estinguersi, e che la Biblioteca perdurerà …”, J. L. Borges, La Biblioteca di Babele).

Ray Bradbury, uno dei più famosi e facondi scrittori di fantascienza del secolo appena trascorso, scrisse Fahrenheit 451 nel 1951, ambientandolo in una città degli USA in un’epoca imprecisata, ma successiva a due guerre nucleari e all’imposizione, tanto in America quanto nel mondo, di un potere pressoché assoluto, che si serve della più moderna tecnologia per conservarsi e riprodursi.

Lo strumento tecnologico preferito dal potere è la televisione (ricordiamo che nel 1951 la TV esisteva solo negli USA, in Italia attiverà le sue prime trasmissioni solo nel 1954). Essa non solo penetra in tutte le case, trasformando le pareti in enormi schermi, ma detta addirittura i ritmi di vita, entrando in relazione con la normale attività quotidiana delle persone (soprattutto delle donne).

Nel romanzo sono riportati brani di dialogo tra i personaggi in carne ed ossa e i protagonisti dei talk show televisivi, i quali sostituiscono in tutto e per tutto (soltanto essi possono fregiarsi dell’appellativo di “parenti”, di “zii” e di “cugini”) i possibili interlocutori di una normale vita sociale. La televisione, con la sua programmazione rigida, che nulla lascia al caso e alla creatività, ha come suo precipuo fine quello di “rendere felici” le persone, allietarle durante tutto l’arco della giornata togliendo loro le occasioni e, un po’ alla volta, la capacità di pensare.

Di fronte e contro la TV, nel romanzo di Bradbury, si pone – solitario e inerme – un solo nemico: il libro o, per meglio dire, ciò che è rimasto del libro. Il potere, infatti, ha pensato bene di affidare al Corpo dei Vigili del Fuoco una delicata e insostituibile missione: snidare i libri ovunque essi si nascondano e, una volta scoperti, bruciarli senza pietà insieme al nascondiglio e ai sovversivi che, sfidando la legge, li tenevano celati.

Perché il libro è individuato dal potere come il pericolo mortale da distruggere ad ogni costo? Perché i libri “hanno sostanza”, afferma un personaggio del romanzo, perché i libri toccano la vita, le sue particolarità, perché i libri (al contrario della televisione) costringono gli uomini a pensare, a prendere tempo, a fermarsi per riflettere. Con i libri e attraverso i libri, gli uomini identificano la vita, assimilano la vita e agiscono sulla base di ciò che hanno identificato ed assimilato.

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Ecco perché il potere televisivo ha deciso, coerentemente con la natura dello strumento di cui si serve, di bruciare tutti i libri che ancora rimangono in circolazione. Certo, è sempre possibile che qualcuno tradisca e, irretito e sedotto dalla lettura di un libro, passi al nemico, andando ad ingrossare le fila di coloro che, posti ai margini della società, si tramandano l’un l’altro, e di generazione in generazione, i contenuti dei libri dopo averli imparati a memoria.

La vicenda di Fahrenheit 451 è imperniata, in effetti, sulla conversione di un vigile del fuoco che, a seguito di un incontro con una eterea diciassettenne (come non cogliere, in questo episodio, il tacito rimando ad una fonte primaria della letteratura occidentale, e cioè la Vita Nuova di Dante?), diventa consapevole dell’enormità, della terribilità e dell’immoralità della missione a lui affidata; di conseguenza fugge dopo aver ucciso il suo comandante, raggiunge il popolo di emarginati (sono fra loro ex professori universitari, scrittori, giornalisti o semplici lettori che ancora si ostinano a voler pensare con la loro testa) che, nelle foreste o lungo le linee ferroviarie, organizzano la Resistenza al potere televisivo recitando, a turno, brani dei grandi classici della letteratura universale: dalla Bibbia ad Omero, da Dante a Shakespeare, da Eschilo a Goethe, ecc. La memoria delle opere letterarie, sembra la conclusione del romanzo, come fondamento della rinascita e di una Vita Nuova.

Al contenuto di Fahrenheit 451, già di per sé sufficiente a farci apprezzare il testo e a farcelo leggere tutto d’un fiato, corrisponde uno stile che, a mio avviso, rappresenta quanto di meglio la letteratura di fantascienza abbia prodotto nel corso dell’ultimo secolo. Ma difficilmente Bradbury può essere ascritto ad un genere “minore”; analogamente ai grandi scrittori di polizieschi, l’opera di Bradbury appartiene a pieno titolo alla grande letteratura del novecento.

Da questo romanzo François Truffaut trasse, nel 1964, un grande e bellissimo film, interpretato da una delle migliori e più sensibili attrici inglesi del tempo: Julie Christie, della quale – dopo le memorabili interpretazioni in “Il dottor Zivago” di David Lean e in “Messaggero d’amore” di Joseph Losey – si sono perse, ahimè, le tracce.

N. B.: ogni e qualsiasi riferimento all’attualità è puramente “casuale”.

Ray Bradbury, Fhrenheit 451, Mondadori, Milano 1978. 


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