Ricordo di Schlomo Venezia

Morto il 1° ottobre all’età di 89 anni. Dall’inferno di Auschwitz-Birkenau ai viaggi della memoria con gli studenti romani
di Francesco Sirleto - 2 Ottobre 2012

Ho conosciuto Schlomo Venezia nell’ottobre del 2003, durante il mio primo viaggio ad Auschwitz-Birkenau come docente accompagnatore di alunni del liceo Benedetto da Norcia, nel “viaggio della memoria” organizzato dal Comune di Roma.

Schlomo (così si faceva chiamare dai partecipanti al viaggio, docenti ed alunni) era uno dei “testimoni”, un sopravvissuto all’olocausto, insieme a Piero Terracina, alle sorelle Tatiana e Andra Bucci, a Sami Modiano e a pochi altri. Quei viaggi erano (e lo sono tuttora) frutto della collaborazione tra Comune, Comunità ebraica romana, le associazioni dei deportati e dei partigiani italiani, nonché di decine e decine di scuole superiori romane.

Erano stati ideati, sul finire degli anni Novanta, al fine di rispondere concretamente al montante revisionismo e/o negazionismo di alcuni pseudo-storici intorno al tema della Shoah. Era necessario (e lo è tuttora) tenere viva la memoria sulla più immane tragedia del secolo XX, tenerla viva e trasmetterla ai giovani, affinché si costruisse una solida barriera contro tutti coloro che, per ignoranza e malafede, tendono a sminuire o addirittura negare, contro ogni evidenza, il fatto storico dello sterminio pianificato e attuato dai nazisti (coadiuvati dai molti collaborazionisti) durante la seconda guerra mondiale.

Laboratorio Analisi Lepetit

Schlomo, che – come molti altri sopravvissuti – aveva per molti anni taciuto, di fronte al negazionismo non poteva più continuare a tenere per sé le sue terribili esperienze: doveva testimoniare, era questa la missione che, a tarda età, si era assegnato e alla quale è rimasto fedele fino al viaggio della memoria del 2011, l’ultimo della sua vita. Io ho avuto la fortuna di fare la sua conoscenza nel 2003 e di approfondirla nei viaggi del 2004 e del 2005.

Nell’ultima occasione – conclusa con la realizzazione (curata dai miei alunni) di un bel film documentario una cui copia venne poi inviata al museo della Shoah di Gerusalemme (Yad Vashem) – il liceo Benedetto da Norcia organizzò una pubblica manifestazione (alla quale Schlomo non volle assolutamente mancare) per la presentazione del filmato.

Gli studenti presenti (vi erano bambini delle elementari, ragazzini delle medie e giovani liceali) poterono così ascoltare, dall’ancora vibrante voce di quel vecchio e robusto signore dall’inflessione medio-orientale (era un ebreo sefardita della diaspora, nato a Salonicco nel 1923, dopo che la famiglia, di lontane origini spagnole, vi si era trasferita proveniente da Venezia) cosa fosse e quali fossero le mansioni di un Sonderkommando all’interno del campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau.

“Il nostro lavoro – diceva Schlomo per l’ennesima volta – era il lavoro più sporco che si potesse immaginare: poiché anche le SS del campo si schifavano, ci costringevano ad accompagnare i “pezzi” (stueke, così venivano chiamati dai tedeschi i destinati al massacro), che dovevano essere eliminati, prima alle camere a gas, poi ad estrarre uno ad uno i cadaveri “gassati”, spogliarli delle loro eventuali protesi (soprattutto denti d’oro) e dei capelli e poi, successivamente, a caricare quei poveri corpi su carriole in direzione dei forni nei quali dovevamo infilarli uno dopo l’altro.

Quando non bastavano i forni ad esaurire i cadaveri – questo succedeva soprattutto negli ultimi mesi di Auschwitz, prima della sua liberazione da parte dell’Armata Rossa il 27 gennaio 1945 – allora dovevamo trasportarli fino alle fosse comuni e lì accendere gli enormi falò dai quali si sprigionava un terribile puzzo di morte che stazionava per moltissimo tempo sul campo e nelle immediate vicinanze.

“Non era possibile ribellarsi a questa costrizione, saremmo stati immediatamente fucilati. D’altra parte, periodicamente, i membri del Sonderkommando venivano eliminati e sostituiti da altri internati. Io mi salvai perché, pochi giorni prima di venire eliminato, a causa della mancanza di manodopera prigioniera nel campo principale, fui prelevato da Birkenau e trasferito nel campo di Auschwitz 1 e lì attesi, fino al gennaio del 1945, l’arrivo dei sovietici”.

Certo per Schlomo, che era il numero 182727 marchiato a fuoco sul braccio e conservato fino alla morte, non era facile ricordare e narrare tutti gli episodi indicibili dei quali era stato, suo malgrado, testimone. “Ogni volta – diceva – devo fare forza su me stesso, ma alla fine non posso tirarmi indietro. Lo faccio per i giovani, affinché si rendano conto che “questo è stato”, cioè è successo veramente, e affinché si faccia di tutto per evitare che la storia si ripeta”.

Ora che Schlomo non è più, non ci resta altro che sperare che la sua missione non sia stata inutile, che abbia dato e continui a dare i risultati che, in occasione di ogni viaggio, è stato possibile cogliere negli occhi e nel cuore di centinaia e centinaia di giovani studenti, ignari il più delle volte della tragedia epocale vissuta dall’Europa e dal mondo negli anni che vanno dal 1939 al 1945. Auspico, infine, che tutti coloro che non abbiamo mai sentito parlare di Schlomo e sentano la curiosità di conoscere la sua storia, leggano il suo libro “Sonderkommando Auschwitz”, pubblicato da Rizzoli nel 2007.


Dicci cosa ne pensi per primo.

Commenti